La nostra intervista a Omero Antonutti: dai fratelli Taviani al set di Erice

Il Festival di Locarno ha da poco reso noto che il prossimo Pardo d’Oro alla carriera sarà assegnato a Víctor Erice, leggendario regista spagnolo autore ad oggi di soli tre lungometraggi dal 1973, anno del celeberrimo e mitologico Lo spirito dell’alveare (eccezion fatta per qualche partecipazione più recente a film collettivi). Nei giorni scorsi, all’interno del Festival del Cinema Spagnolo che ha avuto luogo a Roma al cinema Farnese di Campo de’ Fiori, abbiamo avuto modo di incontrare Omero Antonutti, interprete del secondo film di Erice: quell’El Sur che è stato proiettato come film di chiusura nel corso della serata conclusiva della manifestazione, evento che dopo Roma (8-13 maggio) e Milano (15-18 maggio) farà tappa prossimamente anche a Firenze presso il cinema Odeon (6-8 giugno).

Un’occasione per confrontarci direttamente e interloquire con un attore che ha lavorato con registi italiani importanti, Paolo e Vittorio Taviani su tutti, ma anche con alcuni giganti del cinema d’autore europeo, attraverso questa intervista esclusiva che Antonutti ci ha rilasciato alla proiezione di El Sur: “So che può far strano vedere un attore italiano in un film così. E in effetti lo è. Erice doveva aver visto Padre padrone: mi rinchiuse in un albergo a Madrid e mi fece leggere la sceneggiatura. Era un tomone enorme, in spagnolo, per cui ci capii davvero poco. Lui mi disse di non preoccuparmi, visto che sarei stato doppiato. Il film non è mai stato venduto in Italia, per cui non ho mai avuto il piacere di ridoppiarmi”.

 

 

Sullo stile e la personalità di Erice, ma anche sul tipo di rapporto che li vide protagonisti, Antonutti è prodigo di dettagli: “Era un cineasta molto meticoloso. Sul set parlava molto poco. Credo, e l’ho capito solo ora, che la ragione per cui mi scelse fu l’aver percepito la mia difficoltà a relazionarmi col mondo, la mia tendenza all’incomunicabilità. Il mio personaggio di questo film, se ci fate caso, conserva tutte caratteristiche. Erice, che era anch’egli un uomo molto misterioso, riuscì a leggermi dentro, capì che non ero emotivamente spigliato e che dovermi aprire agli altri mi creava fastidio. L’incapacità di comunicare era poi accentuata sul set dal fatto che non parlavo spagnolo, anche se  c’era uno dei suoi assistenti che parlava italiano e allora i messaggi arrivavano”.

“Su quel set faceva un freddo cane, per cui il naso rosso che mi vedete nel film è dovuto principalmente a quello. La lentezza del film è voluta, e doveva servire a riprodurre lo scorrere del tempo. E’ un film che parla di cose che riguardano l’uomo da molto vicino, un film umanista. Erice ebbe anche problemi con la produzione: a un certo punto i soldi finirono. Soffriva molto della cosa, arrivò a voler togliere il suo nome dai titoli del film. Gilles Jacob, allora direttore del Festival di Cannes, era un fan di Erice e volle il film comunque, anche se ne aveva visto solo una copia-lavoro. Era una persona coltissima, un intellettuale vero. Dato che si trattava di un regista che faceva un film ogni dieci anni, mi chiedevo: ma come fa a procurarsi da vivere? Poi lo vedevo al lavoro, con quel suo rapporto del tutto speciale con la macchina da presa. Era come se facesse l’amore con la camera, la trattava come una sua creatura”.

 

 

Una caratteristica, quest’ultima, che si riverbera tutta nella meravigliosa scena d’apertura di El Sur, cesellata su luci michelangiolesche e su una fotografia di abbagliante bellezza. Interrogato sulla giovane co-protagonista del film, che impersona la figlia del medico rabdomante Augustìn interpretato dallo stesso Antonutti, il protagonista di Padre padrone ricorda: “E’ una bambina che non ho più rivisto da allora, ma che mi fece un’impressione particolare. Voleva essere lei la protagonista del film a tutti i costi, tant’è che chiedeva ad Erice, davanti ai giornalieri, quanti primi piani avessi io e quanti lei. Mi sembrò una bambina troppo cresciuta, una specie di fanciulla già grande. Anche questa, curiosamente, è una caratteristica che il suo personaggio nel film mantiene…”.

Antonutti ricorda inoltre di quando Francesco Cossiga, ricevendolo al Quirinale, gli disse che Padre padrone da sardo non gli era piaciuto, perché i panni sporchi andavano lavati in famiglia. Un approccio con il cinema democristiano e andreottiano, ancora una volta, sempre uguale dai tempi di Ladri di bicicletteUmberto D. e smossosi di un millimetro (a riprova del fatto che sul rapporto dei politici del tempo con il cinema si potrebbero scrivere interi volumi…). Ma Antonutti, che sotto la scorza ruvida ma in fondo bonaria appare come un uomo gentile, profondo e carismatico, preferisce buttarla sull’autoironia: “Per due anni, dopo il film dei Taviani, nessuno mi offrì più nulla, pensavano che fossi davvero il padre padrone e non un attore. Ne fui lusingato, perché vuol dire che avevo fatto un ultimo lavoro, ma avrei preferito lavorare!”.

 

 

Sui Taviani ha invece le idee molto chiare: “Il pathos, quella cosa che Erice affrontava così in sottrazione, nel cinema di Paolo e Vittorio non esiste proprio. E’ un concetto che per loro non deve esistere. La loro idea è che l’emozione  debba passare dal cervello, non dal cuore”. Antonutti, oltre che in molti film spagnoli (ha lavorato anche con Carmen Saura, oltre ad Erice), può vantarsi di aver collaborato con un carnet di registi di assoluto pregio: “La cosa che avevano in comune tutti i grandi autori con cui ho lavorato era la possibilità che davano di ritagliarti un cantuccio all’interno del loro mondo. Non nel senso di un rapporto privato, ma proprio una porzione di spazio da segmentare e da far propria, per un interprete, di film in film. Anche lo stesso Erice all’attore lasciava un quadrettino, che poi è il ritaglio dell’inquadratura attraverso cui il regista realizza il suo lavoro. Ed è giusto così, perché non bisogna mai togliere al regista la possibilità di fare il suo film. Erice oggi non lo sento più, ricevo solo dei telegrammi con cui mi avverte ogni volta che un suo film viene proiettato da qualche parte”.

In chiusura gli chiediamo doverosamente anche di Theodoros Angelopoulos, il regista greco tragicamente scomparso, con il quale Antonutti aveva lavorato in Alessandro il grande nei panni dell’ingombrante protagonista: “E’ morto facendo il suo lavoro, una cosa che non può che dispiacere ma che è anche naturale per un uomo come lui. Il suo impegno per il film che faceva era totale, vi si buttava anima e corpo e vi credeva ciecamente, come se quel film avesse il potere di cambiare la visione del mondo e di determinarne una nuova. E’ una visione comune a molti dei più grandi registi con i quali ho lavorato, ma che, nel mio piccolo e lontano da certe utopie, non riesco proprio a condividere”.

 

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