Al Festival di Torino gli zombie di "The cured", Wonder Woman e Juliette Binoche

Quinta giornata al 35° Torino Film Festival, iniziata con la proiezione stampa di un film del concorso, The scope of separation, opera prima del regista cinese Yue Chen. Liu Shodong (Liu Shoding) è un ragazzo di quasi trent’anni che non ha ancora trovato la sua strada nella vita e sperpera soldi e tempo libero tra divertimenti con gli amici e rapporti poco duraturi con due ragazze, Yuzi Wang (Baonan Wang) e Yao Ye (Yao Ye). Una deludente commedia romantico-malinconica dalla struttura esile e prevedibile, che cerca di guardare sia alla casualità dell’esistenza tipica del cinema di Hong Sang-soo, sia a certe atmosfere del cinema indie americano, risultando però un’opera debole e che gira a vuoto nonostante la durata contenuta. L’obiettivo è parlare in maniera ironica e lieve degli imprevisti della vita e della sua girandola di sentimenti, ma il risultato appare senza identità né mordente.

Dalla sezione “After hours”, dedicata ad opere di genere, abbiamo recuperato l’horror The cured, opera prima del regista David Freyne e con protagonista Ellen Page, in veste anche di produttrice. Irlanda, 2040: un violento virus ha trasformato la maggioranza della popolazione in zombie feroci; una volta trovato un antidoto all’epidemia, però, le persone prima infette continuano a ricordare ogni avvenimento tragico della loro condizione zombie, non riuscendo più ad integrarsi all’interno della società, e vengono rigettati da governo e dal resto delle persone non infette. Un discreto thriller a sfondo politico, che lavora forse con troppa semplicità sulla metafora dell’accettare il “diverso” e sul cambiamento di prospettiva, in cui i “guariti” ex-zombie sono i veri reietti della società. Un film derivativo nel seguire gli stilemi dello zombie-movie con una messa in scena convenzionale e una regia priva di guizzi; il suo aspetto più interessante, più che la scontata lettura socio-politica, appare la cinica visione dell’incapacità umana a perdonare e a fidarsi dell’altro.

Dalla sezione “Festa mobile” delude invece Dark river, opera seconda della regista di The selfish giant Clio Barnard. Alla morte del padre, Alice (Ruth Wilson) torna alla fattoria di famiglia dopo 15 anni. Qui si sconterà con il fratello Joe (Mark Stanley) per ottenere i diritti sulla fattoria, facendo riemergere vecchie tensioni. Un convenzionale dramma dall’andamento didascalico e ridondante, il cui riferimento principale pare essere una versione annacquata e meno tesa di Un gelido inverno. Prevedibilità e scarse idee caratterizzano dunque l’ennesimo film che indaga la difficoltà dei rapporti familiari, fino all’impossibilità di sciogliere i legami con un passato che ritorna.

 

 

La sesta giornata al 35° Torino Film Festival si è aperta con un film del concorso, l’israeliano Dont’ forget me, diretto dal regista Ram Nehari. Tom (Moon Shavit) è una ragazza anoressica in cura presso un centro di recupero; Neil (Nitai Gviritz) è un eccentrico musicista suonatore di tuba afflitto da problemi personali. I due si incontrano per caso facendo nascere una curiosa e strana amicizia. Dramedy dal tono delicato e leggero sull’incontro archetipico di due anime perse destinate ad incontrarsi, Dont’ forget me è il racconto malinconico di due personaggi alla ricerca della propria strada. Un film semplice, forse prevedibile nella scrittura ma che evita il trattamento scabroso di certe tematiche e parla dell’amore e della possibilità di ricominciare a vivere. Buono il duo di protagonisti, soprattutto la brava Moon Shavit.

Sempre dalla selezione ufficiale è stato presentato Daphne, opera prima del regista Peter Mackie Burns e con protagonista l’attrice inglese Emily Beecham. Londra: Daphne (Emily Beecham) è una ragazza di trentun anni che lavora come cuoca e conduce una vita non troppo felice, tra rapporti occasionali e una visione pessimista. La sua esistenza cambia completamente quando si ritrova spettatrice impotente di un tentato omicidio ai danni di un negoziante. Un riuscito dramma metropolitano dall’atmosfera intima, confezionato con una messa in scena elegante e che riprende Londra con grande fascino. Un film sul ritrovare se stessi e sul bisogno di ricomporre i pezzi della propria vita, incentrato sull’accettazione degli eventi della vita e sulla capacità di ognuno di elaborare e superare un trauma. Un plauso all’ottima Emily Beecham, intensa nel ruolo della protagonista in una delle migliori interpretazioni viste finora al Festival.

 

 

Presentato nella sezione “Festa mobile” il nuovo film della regista Angela Robinson, Professor Marston and the Wonder Women, con Luke Evans, Rebecca Hall e Bella Heathcote, dedicato al creatore di Wonder Woman, al rapporto con le due donne della sua vita e a come lo hanno influenzato nella creazione della supereroina. 1928: William Marston (Luke Evans) è un professore di Harvard che lavora assieme alla moglie Elizabeth (Rebecca Hall) ad alcune importanti teorie psicologiche e alla famosa macchina della verità. L’incontro con la giovane studentessa Olive Byrne (Bella Heathcote) e l’amoroso rapporto tra i tre ispirerà Marston nella creazione del fumetto conosciuto come Wonder Woman. Un biopic convenzionale ambientato negli anni’20, che celebra l’anticonformismo, la libertà e l’indipendenza in una società conservatrice. La sceneggiatura, nonostante un discreto ritmo, risulta scontata nel ribadire i propri temi in modo didascalico, con una messa in scena televisiva. I tre protagonisti funzionano soprattutto quando il film abbandona il biopic per parlare di passione, di fascino e di desiderio di sottomissione, ma non basta.

L’ultimo film della giornata è stato Let the sunshine in (Un beau soleil interieur), il nuovo film della regista Claire Denis, già passato a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs. Isabelle (Juliette Binoche) è una donna di Parigi che cerca di districarsi tra nuovi amori e passioni temporanee tra gli uomini del suo passato, in attesa che la vita le ponga la scelta giusta. Semplice e limpido melodramma romantico firmato dalla Denis, che realizza un’opera sulle seconde possibilità e sugli svariati tentativi di cercare l’amore. Un film tenero e leggiadro sull’incertezza dei sentimenti e sui dubbi del cuore, che racconta la labilità dei rapporti umani, ma soprattutto sembra un’opera sullo scorrere normale e inaspettato della vita. Sempre grande Juliette Binoche, affiancata nel finale da un notevole Gérard Depardieu.