I migliori film del Festival di Torino, da "Bamy" e "They" ad "A voix haute"

La terza giornata al 35° Torino Film Festival si è aperta con il concorso ufficiale con Bamy, opera prima diretta dal regista giapponese Jun Tanaka. Il giovane Fumiko (Hiromi Nakazato) ritrova Sae (Misaki Tsuge), una vecchia compagna d’università, con cui inizia una relazione. Poco tempo dopo, Fumiko comincia ad avere strane e inquietanti visioni di fantasmi che Sae non riesce a comprendere, mentre il ragazzo incontra un’altra donna (Yuki Katsuragi) con il suo stesso dono. Curiosa e interessante opera prima, che miscela un affascinante racconto suggestivo e metaforico con una messa in scena asettica e un’atmosfera inquietante. Tra una love-story concepita però come un thriller / horror e la storia di fantasmi, Bamy si dipana con coraggio e attraverso la chiave di genere come un’opera sul contrasto tra il vedere e il non vedere, sulla difficoltà di capire l’altro e affrontare le proprie paure.

Sempre dal concorso del Festival è stato presentato Kiss and cry, opera prima diretta dalle registe francesi Chloe Mahieu e Lila Pinell, già passata al Festival di Cannes. L’adolescente Sarah (Sarah Bramms) e  il suo gruppo di amiche e compagne nella squadra francese di pattinaggio sul ghiaccio si trovano ad affrontare i problemi della loro età: dai risultati nello sport, con le richieste dell’esigente allenatore Xavier (Xavier Dias), fino alla loro vita privata. Tenero e delicato racconto di formazione che guarda al cinema di Céline Sciamma, narrando il quotidiano di un gruppo di ragazze attraverso le loro insicurezze e paure, sogni e speranze, Kiss and cry esplora i disagi dell’adolescenza in un classico (benché forse troppo scontato) coming of age al femminile.

 

 

Nella sezione “Festa mobile” è stato invece presentato Final portrait, quinto film da regista dell’attore Stanley Tucci, dedicato agli ultimi anni di vita dello scultore svizzero Alberto Giacometti (interpretato da Geoffrey Rush), che a Parigi, nel 1964, è impegnato nelle realizzazione del ritratto dello scrittore James Lord (Armie Hammer). Convenzionale biopic supportato da una messa in scena eccessivamente televisiva, Final portrait esplora con scarso ritmo la difficoltà della creazione artistica tramite la tipica figura dell’artista inquieto e preda delle proprie ossessioni. Il risultato è però didascalico e convenzionale nello sviscerare dinamiche e tematiche del caso.

Primo film della selezione ufficiale ad essere presentato in anteprima per la stampa nella quarta giornata di Festival è stato l’americano They,  già passato a Cannes, opera prima della regista americana israeliana Anahita Ghazvinizadeh, prodotto da Jane Campion. J (Rhys Fehrenbacker) è un ragazzo in dubbio sula sua identità sessuale, che si riferisce a se stesso con il pronome they (“loro” in inglese) e sta assumendo dei ritardanti della pubertà prima di prendere una decisione definitiva sul proprio genere. A stargli vicino sono la sorella maggiore Lauren (Nicole Coffineau) e il fidanzato iraniano di lei, Araz (Koohyar Hosseini). Un film delicato e intimo che prende a riferimento certe atmosfere del cinema di Sofia Coppola per elaborare un racconto di formazione sula ricerca della propria identità, attraverso atmosfere in equilibrio tra disagio e tenerezza. Sorprende il modo quasi straniante di approcciarsi alla vicenda di They, con il giovane protagonista che appare liquido e leggiadro come un fantasma in movimento.

 

 

Secondo film del concorso della giornata è stato il portoghese The nothing factory (A fabrica de nada), prima opera di finzione del regista Pedro Pinho. Per via della crisi, una fabbrica di ingegneria civile è costretta a chiudere e a dislocare le sue proprietà in paesi più produttivi, lasciando senza lavoro i dipendenti dello stabilimento. Pur di non accettare la situazione, gli operai iniziano un’occupazione della fabbrica tramite un’autogestione della stessa. Un film dalla durata importante di quasi tre ore, che però riesce a restituire un dramma sociale con tono malinconico, esplorando senza retorica il fattore umano all’interno di un’industria che dà peso al ricatto monetario a scapito della dignità personale. A fabrica de nada è un racconto intelligente e lucido sia sul riscatto dei lavoratori che sulle complesse contraddizioni del capitalismo, con un divertente atto finale in musical.

Ultimo film del concorso della giornata è il notevole A voix haute, diretto dai registi francesi Stephane de Freitas e Ladj Ly. All’università di Saint Denis ogni anno si organizza “Il torneo dell’eloquenza”, in cui un gruppo di scuole si affrontano per eleggere il miglior oratore dell’anno. A partecipare, una classe multietnica che imparerà quale arma potente possa essere la parola. Commedia dal ritmo trascinante e dalla grande umanità, che riesce a trasmettere una certa verità nei rapporti tra i giovani protagonisti, A voix haute è un film sull’importanza e il potere della parola e dell’arte retorica, sul dibattito e l’incontro verbale come opportunità di crescita. Si esplora la necessità di esprimere e credere nelle proprie idee all’interno di un film vitalissimo sulla libertà d’espressione: una delle migliori opere passate finora in concorso al Festival.