Da "L'ora più buia" a "The Florida project", i nuovi film del Festival di Torino

Tra gli ultimi film proiettati in questi giorni al 35° Torino Film Festival ha attirato particolare attenzione L’ora più buia, il settimo film da regista di Joe Wright, presentato in anteprima al Telluride Film Festival e al Toronto Film Festival e passato a Torino nella sezione “Festa mobile”. Maggio 1940: dopo essere stato eletto nuovo Primo Ministro dal Parlamento britannico, Winston Churchill (Gary Oldman) si ritrova a fronteggiare l’avvento della Seconda Guerra Mondiale e la difficile decisione di scegliere tra un negoziato di pace con la Germania nazista, che sta conquistando l’Europa, o una dichiarazione di guerra in difesa della propria nazione. Confezionato con grande eleganza stilistica e con una messa in scena dalla grande cura formale, fin dal principio L’ora più buia assume i contorni e i toni del classico biopic d’ambientazione storica, seguendo la vita pubblica e politica della figura di Churchill.

Il riferimento principale, nella costruzione dei personaggi e nella scrittura, pare essere Il discorso del re, mentre la già osannatissima prova di Gary Oldman risulta cucita su misura per l’attore ed è pronta per trionfare alla stagione dei premi. Wright si affida in modo forse troppo pedissequo ai codici tipici del genere biografico, con una sceneggiatura piuttosto didascalica. L’ora più buia assume invece una dimensione più interessante nella sua anima da dramma politico, con la figura di Churchill alle prese con strategie, bugie e compromessi come elementi della retorica politica, e in questi frangenti il film pare guardare a un riferimento alto come il Lincoln di Steven Spielberg; ma si resta sulla superficie di tale aspetto.

Sempre nella settima giornata di Festival è stato presentato The white girl, scritto diretto a quattro mani dalla regista Jenny Suen assieme a Christopher Doyle, storico collaboratore e direttore della fotografia di Wong Kar-wai e di altri maestri del cinema contemporaneo. In un villaggio di pescatori vicino ad Hong Kong, una ragazza (Angela Yuen) è allergica al sole e viene spesso presa di mira dai compagni di scuola e dalla comunità, che le ha affibbiato il soprannome di Ragazza Fantasma, white girl. La sua vita cambia inaspettatamente dopo l’incontro con Sakamoto (Joe Odagiri), uno straniero che prova un profondo affetto per la giovane. Jenny Suen e Christopher Doyle realizzano un poetico dramedy romantico dai toni teneri e malinconici, sussurrati e stranianti; colpisce la suggestiva messa in scena che unisce eleganza visiva ad uno stile più intimo. Forse l’opera appare a volte troppo trattenuta ed esile, mentre la leggerezza della scrittura favorisce l’atmosfera; ma The white girl sviluppa comunque con grande fascino un racconto sentimentale sul bisogno di entrare in contatto con gli altri e condividere le proprie emozioni.

 

 

L’ottava e penultima giornata del Festival si è aperta con la proiezione per la stampa dalla sezione “Festa mobile” del russo Closeness, opera prima del giovane regista Kantemir Balagov, già presentata con successo al Festival di Cannes. 1998: Ila (Darya Zhovnar) è una ragazza ebrea che vive in un villaggio del Caucaso del Nord assieme alla famiglia, aiutando il padre nella loro officina. Quando il fratello minore di Ila viene misteriosamente rapito, la ragazza si ritrova coinvolta nelle tensioni della comunità e della propria famiglia. Prendendo a modello il cinema di Cristian Mungiu, Balagov realizza un complesso e teso dramma morale incentrato sull’instabilità dei rapporti familiari, con un notevole uso visivo del digitale e della macchina da presa ravvicinata, che conferisce una nervosa intensità all’opera. Closeness esplora le gabbie materiali e umane di una società tradizionalista, immersa in un contesto di tensioni sociali, culturali, storiche e personali irrisolte. Un film forte sull’impossibilità di un’indipendenza e sull’incapacità di liberarsi dai legami. Sorprendente l’inquietudine, trasmessa da gesti e parole, che attraversa tutti i personaggi, e grande prova della protagonista Darya Zhovnar.

Presentato alla stampa anche il titolo di chiusura di questa edizione del Torino Film Festival, il nuovo film del regista americano Sean Baker, The Florida project, con Willem Dafoe. Al Magic Castle, un motel di New Orleans in Florida, vicino al parco divertimenti della Disney, si sviluppano le vicende di un gruppo di bambini che passano le giornate a fare scherzi agli ospiti della struttura, mentre i genitori sono alle prese con i problemi della vita di tutti i giorni. A controllare il funzionamento del motel e i suoi abitanti è il custode Bobb (Willem Dafoe). Dopo Tangerine, Sean Baker realizza una commedia drammatica sfruttando l’estetica colorata e fluo del cinema di Harmony Korine, unita agli stilemi del cinema indipendente USA. The Florida project mostra un microcosmo e una fauna esistenziale variopinta, composta dai cosiddetti underdog; ma l’operazione di raccontare questa umanità in cerca di riscatto attraverso la quotidianità appare inutilmente prolissa. Un film sfilacciato e privo di uno sguardo che possa dare spessore alla storia raccontata; e non ci si risparmia la retorica della fantasia come via di fuga dalla realtà.