Da "The front runner" a "Wildlife", i primi film del Festival di Torino

Venerdì 23 novembre è iniziato il 36° Torino Film Festival, che nella giornata d’apertura ha già proposto alcuni dei film più attesi della rassegna. Il titolo d’apertura del Festival è stato The front runner, il nuovo film diretto da Jason Reitman, che racconta la storia vera del senatore Gary Hart (Hugh Jackman), il quale nel 1988 fu considerato il favorito del Partito Democratico alle elezioni presidenziali contro l’avversario di allora, George Bush Senior. Uno scandalo sessuale legato a una presunta relazione di Hart con una modella avrebbe però rovinato l’immagine e la campagna del senatore.

Seppur ben recitato – oltre a Hugh Jackman, il film conta su un cast di contorno di livello, con Alfed Molina, Vera Farmiga e J.K. Simmons – e girato con mestiere, The front runner risulta nel complesso poco incisivo: la sceneggiatura non riesce a chiarire il focus dell’opera, prendendo troppe strade narrative. Caratterizzato da un ritmo non molto avvincente, il film rimane in bilico tra un thriller giornalistico stile The Post o Il caso Spotlight (senza citare Pakula) e il dramma politico che tenta di rifarsi a Le idi di marzo di Clooney. In parte c’è una riflessione sul ruolo e i limiti dei media e in parte un discorso sui doveri della vita privata di un uomo politico, ma The front runner non trova una sua precisa identità.

In concorso ufficiale nella prima giornata del Festival è stato presentato Wildlife, opera prima dell’attore Paul Dano, basato sul romanzo Incendi di Richard Ford. Passato per i più importanti festival internazionali, dal Sundance a Cannes a Toronto, il film è scritto da Paul Dano assieme a Zoe Kazan e racconta la crisi matrimoniale di Jerry (Jake Gyllenhaal) e Jeanette Brinson (Carey Mulligan) quando il padre decide di abbandonare la famiglia per unirsi ai volontari per la gestione degli incendi. Il tutto visto attraverso la prospettiva del figlio adolescente Joe (Ed Oxenbould), sullo sfondo del Montana degli anni’ 60.

Wildlife può fregiarsi di una messa in scena curata ed elegante, a partire dalla quale Paul Dano realizza un dramedy tenero e malinconico sull’imprevedibilità dei sentimenti e sulla difficoltà dei rapporti umani, narrato però attraverso gli stilemi di un tipico racconto di formazione, sia a livello tematico che stilistico. Gli occhi di Joe sugli eventi sono sempre rappresentati, a livello visivo, tramite l’uso delle soggettive o con l’efficace semplicità del meccanismo di campo e controcampo.

 

 

Nella seconda giornata, nella sezione “Festa mobile” è stato presentato The pretenders, il nuovo film diretto da James Franco. Ambientato tra il 1979 e il 1989, The pretenders racconta il triangolo amoroso tra due amici, Terry (Jack Kilmer) e Phil (Shameik Moore), innamorati della bella Catherine (Jane Levy), infatuata in diversi modi di entrambi i ragazzi. Permeato dal citazionismo cinefilo nei personaggi (Terry sogna di fare il regista, Catherine è un’aspirante attrice e i due si incontrano alla proiezione di un film di Jean-Luc Godard) e nello stile raffinato ed essenziale, The pretenders non è però un omaggio al cinema, ma un’opera più interessante e magnetica sull’ossessione su un corpo e su un ideale: un film che ragiona sul potere dell’erotismo (femminile ovviamente) e sul fascino e la bellezza paradisiaca ma distruttiva del sesso debole, ben simboleggiato da Jane Levy, femme fatale e fantasma inafferrabile che scompare e ricompare nei pensieri e nei gesti dei protagonisti maschili.

In concorso è stato presentato The guilty, opera prima del regista danese Gustav Moller. L’agente di polizia Asger Holm (Jakob Cedergen) lavora al centralino d’emergenza di Copenaghen e una notte riceve una misteriosa telefonata in cui una donna afferma di essere stata rapita; per l’agente inizia una corsa contro il tempo per salvarla. Sviluppato in tempo reale, con un solo set e quasi un solo attore in scena (un bravissimo Jakob Cedergen), il film è un thriller teso, solido e avvincente, che unisce riflessione morale e dramma psicologico attraverso un ritmo incalzante. Tramite un’identità puramente di genere, The guilty ragiona sulle responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni e sulle sfumature e le labili certezze dei punti di vista.

 

 

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