1001 grammi - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
3.50/5

1001 grammi

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1376° su 2562 in Generale
137° su 241 in Sentimentale
20141 h 33 min
Trama

Quando una scienziata norvegese, Marie, frequenta un seminario a Parigi in merito all'effettivo peso di un chilo, è la misura della sua delusione, del dolore e, non meno importante, dell'amore, a finire sulla bilancia.

Metadata
Regista Bent Hamer
Titolo originale 1001 Gram
Data di uscita 11 Agosto 2016
Nazione NorvegiaGermania
Durata 1 h 33 min
Attori
Cast: Ane Dahl Torp, Laurent Stocker, Magne Håvard Brekke, Per Christian Ellefsen, Peter Hudson, Daniel Drewes, Hildegun Riise, Stein Winge, Didier Flamand, Dinara Drukarova, Christian Erickson, Magne Håvard Brekke, David Gasman, Christophe Reymond, Emile Abossolo M'bo, Miguel Eduardo Cueva, Sabine Pakora, Aurélie Bargème, Valérie Leroy, Flora Djien, Torsten Knippertz
Trailer
1001 grammi

Il titolo, “1001 grammi”, richiama alla mente il più famoso “21 grammi” di Alejandro González Iñárritu del 2003: e in un certo senso le idee filosofiche alla base delle due opere si assomigliano, o meglio si completano. Anche in “1001 grammi” si fa riferimento all’affascinante idea che il regista messicano innestò nella struttura ad incastro del suo film, cioè quella secondo cui, come teorizzò per primo il dottor Duncan McDougall, il corpo appena deceduto perderebbe 21 grammi della sua massa complessiva: misura che viene perciò associata al peso dell’anima che evade. Ma a Bent Hamer interessa maggiormente il peso di ciò che resta, quello della vita in questo mondo, misurato in relazione a se stessi e agli altri, ai fardelli da portare o meno. 1001 grammi sono il peso del kilogrammo, cioè l’unità di misura di riferimento per la massa nel sistema internazionale; alla scienziata norvegese Marie (Ane Dahl Torp), protagonista della storia raccontata da Hamer, spetta il compito di trasportare il “chilo” del suo paese a Parigi, per essere controllato ed eventualmente ricalibrato, e nella prima occasione del viaggio anche di sedere ad una conferenza a cui avrebbe dovuto prendere parte suo padre Ernst (Stein Finge), fisico appartenente alla vecchia scuola, gravemente malato in un letto d’ospedale.

Durante l’incontro si fa riferimento al “progetto Avogadro” e alla “bilancia di Watt”: temi scientifici nobili e di notevole importanza, ma lontani dalla terra, dalla materialità, da una scienza come quella del vecchio Ernst, più vicina all’uomo e ai suoi bisogni, e ormai trapassata. Così quelle parole, mentre fanno addormentare qualche delegato rappresentante di altre nazioni, scivolano addosso a Marie, la quale inizia a rendersi conto, come lo spettatore, che non esiste un modello di riferimento per misurare il peso di ciò che non si può toccare con mano, ma che in certi casi fa male davvero: come una quotidianità degenerante nel tedio, il tradimento e il fallimento sentimentale, l’abbandono. La vita di Marie, nonostante una carriera professionale in ascesa, è caos, e non c’è alcuna costante matematica che possa porvi rimedio o legge scientifica che ne spieghi le ragioni più profonde. Grammi di dolore e di felicità. Sospesa tra la commedia dall’umorismo appena accennato e il dramma intimista, con dialoghi poveri ed essenziali, l’opera di Bent Hamer manca in certi momenti di vivacità di scrittura e di forza espressiva, ma non di attenzioni stilistiche importanti, indicative di una tenuta complessiva pressoché perfetta.

Il regista dispensa spesso inquadrature a campo lungo dall’alto per mostrarci un mondo, come il quartiere dove abita la protagonista, ordinato e simmetrico, tutto precisamente uguale e moderno, con tanto di auto che si attaccano alle prese della corrente: è l’interno della mente di uno scienziato come Marie, strutturata e proiettata costantemente al futuro. La fotografia, d’altro canto, colora tutto intorno a lei di un blu vivace: gli interni della sua abitazione e del luogo di lavoro, la sua auto, il posacenere, gli ombrelli, l’asciugamano… è la cadenza esistenziale della sua vita ad essere monocolore. E “il fardello più pesante da portare è quello di non aver nulla da portare”. Ma la vita prima o poi ti chiede il conto: e quella buca che conosci alla perfezione, in quella strada che hai percorso non ricordi nemmeno quante volte, e hai sempre evitato, una sera ti fa andare fuori strada. Persi i paletti di riferimento, occorre trovarne di nuovi. Si può rivalutare il concetto di misura, come sinonimo di equilibrio, di ordine: un chilo è un chilo e non cambia a seconda delle teste pensanti, come d’altronde “un uomo con un orologio sa sempre che ora è, un uomo con due orologi non è mai del tutto sicuro”.

Nel caos bisogna abbandonare i tanti orologi e tornare a guardarne uno solo, per esempio quello che scandisce i ritmi e i tempi dell’amore, forse l’unica unità di misura fondamentale. E di fatto Marie torna a prendere in considerazione lo strano ex fisico diventato giardiniere, conosciuto proprio a Parigi: Jacques (Laurent Stocker) ha abbandonato le rigidità di quella disciplina per occuparsi di piante e di canti d’uccelli, bellezze fragili e spesso incomprensibili. Come la bellezza di Marie, dalla quale è attratto. Approfondire il legame, farsi coinvolgere dalla sua storia, dal suo lavoro: le inquadrature della vita di Marie acquistano colori più morbidi e caldi, un rigore estetico meno matematico e più umano, mentre i dialoghi, come l’ultima battuta del film, di sferzante ironia, riportano infine il sorriso e la leggerezza in un volto cupo e triste.

Voto dell’autore:3.5 / 5

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