45 anni - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
3.90/5

45 anni

RANKING
543° su 2526 in Generale
59° su 240 in Sentimentale
20151 h 35 min
Trama

Kate e Geoff Mercer sono due anziani coniugi alla vigilia dei loro 45 anni di matrimonio, che vivono in una campagna inglese ordinaria e priva di scossoni. Un rapporto che è lecito immaginare solido e duraturo, ma che improvvisamente viene incrinato da una rivelazione: è stato ritrovato, sepolto sotto la neve, il corpo intatto di una vecchia fiamma di Geoff, Katya, un cadavere che il tempo non ha scalfito e che adesso il destino riesuma beffardamente, destabilizzando gli equilibri interiori di Geoff e inducendo Kate a gettare una nuova luce su un marito e una relazione coniugale che credeva di conoscere in maniera millimetrica, anche se così non era.

Metadata
Regista Andrew Haigh
Titolo originale 45 Years
Data di uscita 5 Novembre 2015
Nazione Gran Bretagna
Durata 1 h 35 min
Trailer

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45 anni

È un film di singolare e sconfinata umanità, “45 anni”, al contempo lieve e agghiacciante. Si tratta del nuovo lavoro del regista Andrew Haigh, che già in “Weekend” aveva sorpreso per la capacità di raccontare i sottintesi, le ellissi, i cocci di due vite che collidono e che si specchiano l’una nell’altra: un amore omosessuale messo in scena muovendosi sempre a ridosso della nudità interiore più che di quella fisica, con una prosaicità e una durezza che non ammettevano sconti. Anche in questo caso, la situazione nella quale i due protagonisti vengono fatti sprofondare è implacabile: alla vigilia della celebrazione della propria unione, con tanto di preparativi in ballo per un anniversario un po’ bizzarro, un matrimonio in apparenza inviolabile si trasforma in una dramma da camera straniante, che darà voce a un’improvvisa, nuova forma di incomunicabilità, un terreno minato che azzera vecchie complicità e genera rinnovati rancori. I piccoli, puntuali riti di quasi mezzo secolo di legame finiscono per svuotarsi di senso, messi alla sbarra da un interrogativo spietato – che presa avrebbe assunto il presente, se tutto non fosse andato com’è andato? – in grado di far fuori qualsiasi posa e ipocrisia. In scena ci sono due attori straordinari, Charlotte Rampling e Tom Courtenay, premiati al Festival di Berlino 2014: le loro performance non sono mai invasive, mai ammiccanti, ma “d’attori”, mai fuori giri rispetto al cuore gelido, anche se in tal senso privo di compiacimento alcuno, del film di Haigh.

Basta guardarli mentre sono a letto, questi due interpreti giganteschi che non recitano ma semplicemente esistono, per apprezzarne il gioco di sguardi, i sottintesi, le sottigliezze estreme e raffinate, che giungono sullo schermo anche attraverso un micro-movimento del volto o un’espressione impercettibile, come nel caso della Rampling: un corpo e un volto che parlano da soli, come una scultura in movimento, come un monito allo splendore del cinema e del tempo che passa, senza bisogno di sottolineature ulteriori. Tanto la sua Kate è piegata da un crescente senso di inadeguatezza, quanto il Geoff di Courtenay sprofonda nel baratro dell’assenza di uno scopo, dello scollamento da sé: la vecchiaia si impossessa di lui, il fantasma della morte si fa minaccioso, mentre la sua compagna di sempre prova a rimanere aggrappata a quel che resta di una vita insieme. Mentre tutto svanisce. Ed è davvero bravissimo, Haigh, nel tallonare il mistero indecifrabile e dolente dei suoi due attori, al servizio di personaggi meravigliosi che si svelano pian piano, aprendo squarci sempre più dolorosi all’interno dei quali lo spettatore può farsi largo condividendo con loro le ferite del proprio passato, in un meccanismo d’identificazione nel quale la polvere sotto il tappeto viene fuori con la stessa forza devastante di una tempesta di sabbia.

Le geometrie delle immagini di Haigh, perfette e inviolabili fin dalle prime scene del film, non vengono mai meno, eppure si ha la sensazione che tutto stia per crollare da un momento all’altro: gli occhi spauriti di Kate, la spiritata alienazione di Geoff, la vulnerabilità di lei che fa rima con un disgusto crescente, con la sensazione di essere stata tagliata fuori dopo anni e anni di servizievole vita matrimoniale. È un cinema prezioso, quello celebrato con mesta grazia dallo sguardo di Haigh in “45 anni”, perché capace di dissotterrare interrogativi sulle vite di ognuno di noi che il quotidiano costringe a relegare ai margini, scambiando domande radicali per quesiti oziosi e privi di importanza, sottraendoci così dall’obbligo di dar voce all’elefante nella stanza per evitare di naufragare e ritrovarci inermi. Possono coincidere, dunque, pudore e rigore? Haigh sembra dirci di sì, in questo film bellissimo, amaro e onesto sull’autunno della vita e la sua ineluttabile dose di annullamento e di oblio. Una mestizia che ha il sapore dell’apocalisse tanto più agisce nel silenzio, senza lasciare traccia per anni per poi esplodere di colpo, un giorno a caso in mezzo a mille altri, proiettata su delle diapositive – una scena da brividi – o nella ferocia repentina di una mano che si stacca da un’altra, ribellandosi di colpo. Emergendo come da un incubo.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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