Adieu au langage - Addio al linguaggio - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
3.60/5

Addio al linguaggio

RANKING
1260° su 2562 in Generale
481° su 732 in Drammatico
20141 h 10 min
Trama

L’idea è semplice: una donna sposata e un uomo single si conoscono. Si amano, discutono, volano i pugni. Un cane si aggira tra città e campagna. Passano le stagioni. L’uomo e la donna s’incontrano di nuovo. Il cane si ritrova tra loro. L’altro è nell’uno, l’uno è nell’altro, e sono in tre. L’ex marito fa esplodere il tutto. Un secondo film inizia, uguale al primo, ma forse no. Dalla razza umana passiamo alla metafora. Finisce in abbai e pianti di bimbo.

Metadata
Regista Jean-Luc Godard
Titolo originale Adieu au langage
Data di uscita 20 Novembre 2014
Nazione Francia
Durata 1 h 10 min
Attori
Cast: Jessica Erickson, Héloïse Godet, Zoé Bruneau, Kamel Abdeli, Richard Chevallier, Alexandre Païta, Christian Gregori, Marie Ruchat, Jeremy Zampatti
Trailer
Adieu au langage - Addio al linguaggio

Difficile se non impossibile elaborare una sinossi coerente di “Adieu au langage – Addio al linguaggio”, trentanovesimo film del maestro Jean-Luc Godard e uno dei pochi titoli del regista francese ad essere distribuiti anche in Italia da molto tempo. Presentato in concorso al 67° Festival di Cannes, dove ha vinto il Premio della Giuria ex aequo con “Mommy” di Xavier Dolan, “Adieu au langage” non offre facili appigli: è cinema dichiaratamente antinarrativo, e gli unici punti di riferimento, cioè gli unici elementi che nei 70 minuti di durata della pellicola tornano più di frequente, sono una coppia (un uomo e una donna) apparentemente in crisi e il loro cane. Ma affermare che sono loro i protagonisti sarebbe errato: “Adieu au langage” è un flusso che chiede di essere osservato come oggetto affascinante e respingente al tempo stesso, oppure di accettare la sfida godardiana di un’opera che stimola, sorprende ma può anche irritare.

Ma al di là delle impressioni soggettive, è doveroso provare a costruire intorno ad “Adieu au langage” un discorso che provi ad essere razionale. La pellicola, se la si dovesse descrivere in maniera empirica, è costituita da un insieme di immagini sconnesse tra loro, di difficile collocazione tematica e simbolica, inframezzate con dialoghi anch’essi scollegati dal resto. Inquadrature sfocate, sovraimpressioni e doppie dissolvenze, associazioni d’immagine, montaggio fulmineo e un uso quanto mai particolare della tecnologia 3D, mescolando contemporaneo e sperimentale. Immagini che seguono ad altre, parole che seguono ad altre parole quasi sempre in antitesi tra loro, distorsioni sonore e didascalie su schermo. Lo spaesamento è tanto, però “Adieu au langage” è un’opera studiata, impegnata a portare avanti quella lucida riflessione sul mezzo cinematografico che è stata la prerogativa fondamentale nel percorso filmico dell’autore di “Fino all’ultimo respiro”. E “Adieu au langage” punta in alto nel suo discorso, perché mette al centro le due colonne portanti che fanno l’essenza del cinema, l’immagine e la parola, e li pone in guerra l’una contro l’altra. Godard mette in scena un contrasto tra immagine e parola e si (ci) interroga se un’immagine (o un’inquadratura) basti a se stessa, se possa produrre da sola significato senza l’ausilio della parola.

In “Adieu au langage” c’è una divergenza tra ciò che viene raccontato e ciò che viene mostrato, come se la parola fosse il contrario dell’immagine e viceversa. Se un dialogo separato da qualsiasi contesto può creare un proprio film, anche l’immagine ha la medesima capacità? Godard “riduce” la questione a un’archetipica battaglia tra raccontare e vivere, cioè mostra cosa succede se l’oggetto della narrazione è in contrasto con la sua rappresentazione visiva. Da qui la grande problematica: come rappresentare un’immagine e come rappresentare il suo significato? Che cos’è un’immagine, cosa trasmette nella sua nudità? Godard prova a sottrarre all’immagine l’oggetto da narrare per lasciarla sola, quasi negando l’unione con un qualunque rimando scritto ed illustrato. Se la parola va da una parte, l’immagine va dall’altra. Tante suggestive domande e poche risposte per un film che probabilmente non può essere considerato un capolavoro assoluto, né tantomeno una semplice “presa in giro”, ma che rappresenta una sfida del regista allo sguardo dello spettatore; ed è anche una sfida di Godard contro se stesso, l’ennesima lotta di un autore che gioca al suo gioco preferito, cioè fare cinema.

Voto dell’autore:3.7 / 5

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