All is lost - Tutto è perduto - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
3.75/5

All is lost - Tutto è perduto

RANKING
917° su 2562 in Generale
12° su 43 in Avventura
20131 h 46 min
Trama

Un uomo naviga da solo nell’Oceano Indiano. Impatta con un container, imbarca acqua, è costretto a liberare disperatamente la stiva, a industriarsi con tutta l’energia che gli rimane – e non è certo poca, vista l’età – per riparare a inconvenienti di portata sempre crescente. Il fato però è inclemente: una tempesta si abbatte sulla sua nave, l’equilibrio del mezzo non regge, tutto pare orientarsi verso il collasso e, di fatto, la catastrofe è alle porte. Per il malcapitato sembra esserci sempre meno speranza, specie quando la barca affonda e deve rifugiare su una scialuppa in mezzo alle acque sperdute, sperando di attirare l’attenzione di qualcuno e faticando per mantenere a portata di mano i viveri e i mezzi di sostentamento. Nessuno lo scorge, ma il nostro non cede, senza darsi per vinto, fino alla fine.

Metadata
Regista J.C. Chandor
Titolo originale All Is Lost
Data di uscita 6 Febbraio 2014
Nazione Stati Uniti
Durata 1 h 46 min
Attori
Cast: Robert Redford
Trailer
All is lost - Tutto è perduto

“All is lost – Tutto è perduto” di J.C. Chandor è uno di quei film che compiono verso lo spettatore un atto di efferatezza vero e proprio: lo costringe a convivere per l’intero minutaggio con una parabola umana estrema e ai confini della sopportazione, non risparmiando quasi nulla. Nessun dialogo, solo una moltitudine di piccole e grandi azioni infinite, in ognuna delle quali si annida l’attesa di un miracolo, di un’epifania che non sopraggiunge, di una manna riluttante che non intende materializzarsi. Quest’uomo senza nome e senza apparente background o passato (niente telefonate o tantomeno dettagli sulla sua vita trascorsa) ha perso tutto, come recita il titolo, ma non vuole arrendersi all’evidenza del destino. Forse, perché di suo non ha alcunché. Non al di fuori di una specie di arca ideale costituita dallo stretto necessario per sopravvivere, un minimo sindacale che sta per sfuggirgli di mano insieme al resto. Un po’ “Cast away”, un po’ “Vita di Pi”, ma con una vocazione alla sottrazione ancor maggiore, J.C. Chandor lavora sull’assenza di contatti con altre realtà di qualsiasi tipo, siano esse immaginarie o costruite in modo fittizio, animali o subumane.

Il regista preferisce concentrarsi su una disperazione ordinaria che fa dell’atto manuale un’ancora per un’auspicabile ma ardua salvezza, il tutto dentro un tour de force di bellezza fisica e coinvolgente drammaticità. “Mi dispiace, pensavo di farcela. Di essere forte, duro, di amare e avere ragione. Invece no, ma voi lo sapete già. Mi rimane solo mezza giornata da vivere…”: quasi le uniche parole udibili nel corso del film dall’operoso protagonista, misterioso ma credibile, prigioniero di una stasi inamovibile e impregnata di morte. Quello di Robert Redford, candidato al Golden Globe, è un corpo invecchiato ma ancora una volta scolpito nella purezza grezza di un cinema maschio ma raffinatissimo, in cui gli istinti hanno alla base una motivazione umanista e non sono mai machisti alla cieca o fini a se stessi, ma semmai eleganti, di una prestanza quasi nobiliare. Una sfida per il regista di “Gente comune” e “In mezzo scorre il fiume” che si rivela vinta pienamente, grazie a una cura maniacale dei singoli gesti ma anche di ogni specifica espressione di dolore, sforzo, contrazione (Redford ha vissuto per mesi come un naufrago vero, senza telefono cellulare e scambi tecnologici con il mondo esterno). D’altronde, “All is lost” è un film che per dirsi riuscito non poteva non andare oltre, non sfidare le barriere e le convenzioni di un genere affrontato molte volte che valeva la pena di rivisitare solo a patto di una radicalizzazione quanto più autentica e profonda possibile.

Un impianto rischioso, che ad alcuni sembrerà anti-spettacolare ma che in realtà è logorante e avvincente nel favorire al meglio l’immedesimazione di chi guarda, che del protagonista arriva a condividere la spossatezza e l’inedia, i sogni infranti e le delusioni cocenti. Battendosi con lui, soffrendo per lui, senza scogli cui attraccare ma con la fiera consapevolezza di esserci stati, di aver vissuto, lottato, sudato in compagnia di un perfetto sconosciuto che però a fine film non si può non avere la sensazione di conoscere da anni e anni, come se avesse dormito nel cortile di casa nostra per moltissimo tempo. Alla riuscita dell’operazione contribuisce non poco la grazia registica e di scrittura (sfatiamo un tabù: che un film non sia dialogato non vuol dire che si tratti di un’opera senza sceneggiatura) di Chandor, che avevamo già avuto modo di apprezzare con il suo esordio, “Margin call”. La sua è una regia che vive di fondali tragici e meravigliosi, lampeggianti di un blu e di un azzurro cristallini ma dolenti, senza però rinunciare a un gusto geometrico per la messa in scena che esplode palesemente nella bellissima ultima parte, in cui viene fuori prepotente un chiaro amore per la composizione dell’inquadratura da una prospettiva sottomarina.

Voto dell’autore:3.8 / 5

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