Alps - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 2 voto/i
3.15/5

Alps

RANKING
1909° su 2562 in Generale
623° su 732 in Drammatico
20111 h 33 min
Trama

Un gruppo di persone che si fanno chiamare "Alpi", come i monti unici ed irripetibili, mettono in piedi un'attività con l'intento di aiutare i propri clienti nel processo di elaborazione del lutto, impersonando per loro la persona scomparsa.

Metadata
Titolo originale Alpeis
Data di uscita 28 Dicembre 2016
Nazione Grecia
Durata 1 h 33 min
Trailer

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Alps

Il cinema di Yorgos Lanthimos mette in scena distopie, mondi a sé spigolosi, contorti, eretici e disturbanti. Lo era la famiglia protagonista di “Dogtooth”, rinchiusa dentro il recinto della propria casa, intenta a preservarsi dal mondo esterno, inquinato e corrotto; lo sarà la società di “The lobster”, che non ammette più individui che vivano da single, imponendo regole dure al riguardo e percorsi e possibilità per ricercare un’anima gemella e potersi integrare. Lo è quindi anche il gruppo di persone protagoniste di “Alps”, che si fanno chiamare proprio “Alpi” e che, con un’organizzazione quasi settaria ma professionale, tentano di attutire l’urto di un lutto e di ricucirne lo strappo per la perdita, entrando nelle famiglie che l’hanno subito ed impersonando, con battute ripetute a memoria, gestualità e modi di fare, la persona venuta a mancare. Presentato in concorso alla 68° Mostra di Venezia, “Alps” viene proposto in sala al termine del 2016, sfruttando l’onda lunga dell’interesse nato intorno al suo autore dopo il successo ottenuto da “The lobster” l’anno precedente.

“Alps” è un altro esperimento sociale inquadrato nella poetica di Lanthimos, intento a rivelare, attraverso uno scarto ben percepibile e a suo modo anch’esso disturbante, tra realtà e finzione, tra verosimiglianza e grottesco, le asperità, gli spigoli dell’essere umano, le sue eterne contraddizioni, che emergono con più risalto quando è una solitudine a ricercare autonomia, nei contatti d’affetto e nelle grida di libertà. Da questi mondi distopici, così conturbanti perché derive sproporzionate sì, ma di una realtà sociale possibile, con i loro statuti e regole dure, i personaggi di Lanthimos cercano in qualche modo di evadere: la figlia maggiore (che si fa chiamare Bruce) dalla casa / prigione di “Dogtooth”; l’infermiera (anch’essa ha un nome altro, nella squadra si fa chiamare infatti Monte Rosa), interpretata tra l’altro dalla stessa attrice, Angeliki Papoulia, che ritroveremo poi anche in “The lobster” (è la donna senza cuore), cerca di fuggire da quel laboratorio di cure lenitive e palliative, contravvenendo ai suoi doveri, cercando da sola di entrare in un personaggio-altro, per riscoprire un calore e una dimensione sconosciuta; e infine il David di Collin Farrel scapperà dall’hotel dove le persone single sono condotte e costrette a trovarsi un compagno entro 45 giorni, pena la trasformazione in animali.

Ciò che resta rigido, in questo film, è tuttavia l’approccio stilistico di Lanthimos, che non riesce a svincolarsi da un’idea di cinema troppo legata ai canoni dell’autorialità europea, tra un sommario limitato di inquadrature, un montaggio di conseguenza scarno, l’insistenza su sfocature quando anche evitabili e su messe a fuoco fin troppo esplicite quando invece si poteva lasciare al fuori campo il potere “evocativo”, senza allentare il fastidio che l’opera mette in atto fin da principio. Il rischio è di scivolare talvolta su un atteggiamento quasi sfrontato, che sembra nascondere solo tanta insicurezza e poca personalità; lo si può affermare alla luce dell’ottimo lavoro eseguito in “The lobster”, dove questo stile forzatamente ricercato e più minimale si contaminava di criteri e meccanismi più universali ed accademici, che costituivano la cornice del film e perciò riuscivano a contenere la boria, donando un senso al grottesco e alla dimensione quasi fantasy del film e restituendo un quadro complessivo più chiaro ed efficace. I silenzi, gli spazi vuoti, le assenze nelle singole inquadrature, nelle azioni dei personaggi o tra una battuta e l’altra di un dialogo sono momenti, a volte attimi, difficili da gestire, e rischiano nello specifico di rendere l’operazione “Alps” più assurda e straniante di quanto lo sia già volutamente e giustamente sul piano della trama e dei contenuti.

È un cinema che tuttavia non lascia indifferenti: lo scarto tra realtà e finzione, di cui si diceva, sospensione allucinata e perenne in cui vivono i personaggi, interroga tramite le loro vite e dinamiche, nella loro ricerca di identità, proprio noi spettatori. Ed è appunto questa idea di concepirsi quasi come film autoriflessivo, o di usare il cinema come testimone della finzione, a conferire ad “Alps” una forza che è in ogni caso affascinante. Man mano che procede a raccontare la storia di Monte Rosa, che si sostituisce ad una giovane giocatrice di tennis morta dopo un grave incidente stradale, e accudita nella sua momentanea permanenza in ospedale proprio da lei, il film inizia a sfumare i confini tra ciò che è reale e ciò che è finto, tanto da farci chiedere se la stessa vita di questa donna non sia già l’interpretazione di un’altra vita, di un altro ruolo precedentemente accettato e dal quale non è uscita. In tal senso “Alps” crea una “myse en abime”, un imbuto che ti costringe ad uno stato di dubbio costante ma personale: quali rapporti affettivi sono autentici e quali no? Qual è il tuo attore preferito (citando una domanda che i quattro ponevano per conoscere la persona che avrebbero dovuto sostituire)? Quale parte stai recitando? E quale vita stai interpretando?

Voto dell’autore:3.0 / 5

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