Andrej Rublev - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
5.00/5

Andrej Rublev

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1° su 2514 in Generale
1° su 35 in Storico
19663 h 03 min
Trama

La storia tragica di Andrei Rublëv, pittore russo del Quattrocento, si intreccia a quella di Boriska, figlio di un campanaro, che dichiara di aver appreso dal padre, in punto di morte, tutti i segreti per la costruzione delle campane. In realtà il ragazzo non sa nulla, ma la campana, alla fine, suona...

Metadata
Titolo originale Andrej Rublev
Data di uscita 19 settembre 2018
Nazione Russia
Durata 3 h 03 min
Attori
Cast: Anatoliy Solonitsyn, Ivan Lapikov, Nikolay Grinko, Rolan Bykov, Nikolai Sergeyev, Irma Raush, Nikolay Burlyaev, Yuriy Nazarov, Mikhail Kononov, Yuriy Nikulin, Bolot Beyshenaliev
Trailer

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Andrej Rublev

Si apre con il volo di una mongolfiera e con una soggettiva dall’alto dai movimenti fluidi e allo stesso tempo sensazionali “Andrej Rublev” di Andrej Tarkovskij, una delle opere più affascinanti e magnetiche della filmografia del regista russo, e un film pachidermico per le sue dimensioni all’interno della storia del cinema. E fin da questo breve ma intenso prologo, l’opera enuncia la propria natura intrinsecamente e propriamente cinematografica, svelando le sue priorità: “Andrej Rublev” vuole essere prima di tutto cinema, esaltando la spettacolarizzazione dell’arte e la sua bellezza, e solo dopo proporsi come un film storico e biografico che racconta la Russia dei primi anni del Quattrocento, con tutti i suoi conflitti e dissidi (cristianità e paganesimo, le altezze e le bassezze umane, i soprusi del potere e la violenza e l’efferatezza dell’invasione tartara), e la vicenda specifica del pittore di icone Andrej Rublev, racchiusa in un periodo di pressappoco 20 anni. Un film, quindi, in cui l’estetica diventa tesi centrale ed esperienza estatica.

Diviso in otto capitoli, con un prologo ed un epilogo, il secondo film realizzato da Andrej Tarkovskij è un’opera costruita in diverse parti che compongono un unico, complesso mosaico di riferimenti e percezioni destinate ad assurgere a qualcosa di altro: a travalicare la realtà storica, politica e sociale della Russia del basso Medioevo per dire qualcosa di più ed interrogare profondamente, come accade da sempre nel cinema del regista russo. Ma se in altre opere di Tarkovskij il processo di astrazione era ben più marcato, concetti e simboli più palesi, più ricercati, forzati e voluti in quanto tali, qui l’approccio è diametralmente opposto: “Andrej Rublev” parte dalla realtà, dalla veridicità storica, per poi astrarre, metaforizzare e dire altro. A guadagnarne è sicuramente il cinema, che si esalta in tutta la sua grandezza e magnificenza, a partire proprio dai suoi elementi base: le scenografie con i paesaggi di vertiginosa profondità ed accurata ricostruzione storica; i costumi, la rigorosa fotografia in bianco e nero, spietata per come si fa elemento narrativo e descrittivo che mette tutto sullo stesso piano; le inquadrature dal grande respiro, i movimenti di macchina morbidi, leggeri, precisi, quasi impercettibili per la loro discrezione ed umiltà. Come a nascondere un’idea matematica e geometrica di bellezza dietro la bellezza apparente delle cose.

In “Andrej Rublev” la forma si fa contenuto. Non poteva essere altrimenti per un’opera che mette al centro della vicenda la storia di un pittore di icone: quindi l’arte e l’artista, il rapporto tra i due, il loro ruolo nella società di allora e in quella di oggi. Andrej Rublev (Anatolij Solonicyn) sarà protagonista di alcuni capitoli degli otto, in altri farà solo da spettatore, in uno addirittura viene solamente evocato in un dialogo tra il suo maestro, Kirill (Ivan Lapikov), e l’altro famoso pittore di icone di quel periodo, Teofane il Greco (Nikolaj Sergeev). Come accadeva anche ad altri protagonisti dei film di Tarkovskij, il viaggio di Rublev diventa un viaggio interiore, spirituale: un percorso che attraversa le strade della Russia per arrivare dentro la conoscenza del sé più profondo. In questo tragitto il monaco pittore perderà tante certezze in se stesso e nella propria arte, lui che non voleva dipingere “Il giudizio universale” perché secondo lui l’arte non può incutere paura all’uomo, ma può solo rendere testimonianza alla bellezza, può solo fare il bene. Sarà tentato anche nella fede, come accade al più classico protagonista di un film di Ingmar Bergman (il regista svedese ritenne sempre “Andrej Rublev” tra le sue massime fonti di ispirazione), arriverà ad uccidere un uomo e a causa di questo peccato si infliggerà la pena di un lungo silenzio. Una prigionia senza più tempera e pennelli in mano, senza più parola: senza espressione, senza condivisione, senza arte.

Nel capitolo finale, “La campana”, vero e proprio apice della pellicola, quasi un film nel film per la complessità del set, per la vastezza e la potenza estetica, per la forza e la tensione, l’impatto e l’incidenza della sottotrama sulla trama principale, il giovane Boriska (Nikolaj Burljaev), dopo la morte del padre, unico conoscitore del segreto della fonditura di campane, si assume l’incarico di fondere la campana richiesta dal Duca; il giovane dirige i lavori con determinazione ed autorevolezza. A questo lavoro minuzioso e paziente, di sapienza artigianale ed intelligenza artistica, assiste anche Andrej Rublev. Come la campana, il nuovo, si ottiene fondendo oggetti di metalli usati, il vecchio, così anche il pittore fonderà il vecchio sé per rinascere. Lo scorrere – verbo chiave della filmografia e poetica tarkovskiane – qui è relativo al metallo fuso che confluirà nell’imponente struttura nascosta sotto la creta, dove si cela lo stampo della campana. La campana, il prodotto artistico, cioè la bellezza e la sua armonia, si nascondono dietro al fango, al brutto, alla bassezza e alla miseria della condizione umana. Dietro al peccato. Schiudendosi emergerà in tutta la sua grandezza e il suo suono riecheggerà in tutte le campagne circostanti, riempiendo di gioia gli animi delle persone accorse.

Allo stesso modo, Andrej Rublev scrosta via da se stesso il male e la vergogna, trasformato dalla visione del paziente lavoro del giovanissimo artigiano; un “Perché piangi?” rompe il suo silenzio, mosso a compassione dal pianto liberatorio e frustrato di quel ragazzo a cui il padre, in realtà, non aveva confidato alcun segreto, e capace quindi da solo di compiere un’impresa impossibile. Così anche Rublev ritrova ispirazione e senso, motivo e scopo. Il bianco e nero allora cede il passo ai colori, e l’epilogo del film è una sinfonia di musica e pitture, con una macchina da presa che indaga da vicino i dettagli delle più belle icone di Andrej Rublev, quasi compiendo un’analisi critica della celeberrima “Trinità”. Distribuito da CG Entertainment in collaborazione con General Videos, il disco Blu-Ray di “Andrej Rublev” si avvale di un pacchetto interessante di contenuti speciali: le immagini sulle campane e l’arte di suonarle con il corpo, usando più corde legate a mani e piedi; le immagini che immortalano invece il regista durante le riprese; o l’intervista allo stesso Tarkovskij, che si riferisce all’Andrej Rublev pittore con queste parole: “Rublev è diventato un concetto di purezza dell’arte, della forma più alta di arte”, non sapendo che in realtà stava parlando anche del proprio “Andrej Rublev”.

Voto dell’autore:5.0 / 5

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