Avengers: Endgame - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
3.55/5

Avengers - Endgame

RANKING
1336° su 2562 in Generale
55° su 126 in Fantastico
20193 h 01 min
Trama

Basato sul gruppo di supereroi dei Vendicatori di Marvel Comics, il film è il seguito di Avengers: Infinity War (2018). Nel finale di Infinity War, Thanos, con un semplice schiocco delle dita, ha polverizzato mezzo universo. Una scelta che ha lasciato sbigottiti e amareggiati i fan dei supereroi Marvel che hanno visto disgregarsi sotto i propri occhi i loro eroi preferiti. Avengers: Endgame costituisce il ventiduesimo film del Marvel Cinematic Universe e l'ultimo della cosiddetta "Fase Tre". Le riprese sono iniziate nell'agosto 2017 presso i Pinewood Atlanta Studios della contea di Fayette, si sono svolte in contemporanea con quelle di Infinity War e si sono concluse nel gennaio 2018. Il titolo definitivo del film, Avengers: Endgame, è stato reso noto il 7 dicembre 2018 con la pubblicazione del primo trailer. L'uscita del film negli Stati Uniti d'America, nei formati IMAX e 3D, è prevista per il 26 aprile 2019, mentre in Italia per il 24 aprile 2019.

Metadata
Titolo originale Avengers: Endgame
Data di uscita 24 Aprile 2019
Durata 3 h 01 min
Attori
Cast: Robert Downey Jr., Chris Evans, Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Don Cheadle, Paul Rudd, Bradley Cooper, Brie Larson, Karen Gillan, Josh Brolin, Benedict Cumberbatch, Chadwick Boseman, Tom Holland, Zoe Saldana, Gwyneth Paltrow, Evangeline Lilly, Tessa Thompson, Rene Russo, Elizabeth Olsen, Anthony Mackie, Sebastian Stan, Tom Hiddleston, Danai Gurira, Benedict Wong, Pom Klementieff, Vin Diesel, Dave Bautista, Chris Pratt, Letitia Wright, John Slattery, Tilda Swinton, Jon Favreau, Hayley Atwell, Natalie Portman, Marisa Tomei, Taika Waititi, Angela Bassett, Michael Douglas, Michelle Pfeiffer, William Hurt, Cobie Smulders, Sean Gunn, Winston Duke, Linda Cardellini, Maximiliano Hernandez, Frank Grillo, Hiroyuki Sanada, Tom Vaughan-Lawlor, James D'Arcy, Jacob Batalon, Robert Redford, Samuel L. Jackson, Lexi Rabe, Joe Russo, Michael James Shaw, Terry Notary, Kerry Condon, Yvette Nicole Brown, Callan Mulvey, Ken Jeong, Ty Simpkins, Loen LeClair, Lee Moore, Bazlo LeClair, Jackson A. Dunn, Monique Ganderton, Ross Marquand, Emma Fuhrmann, Stan Lee, Ben Sakamoto, Ava Russo, Cade Woodward, Lia Russo, John Michael Morris, Michael A. Cook, Brent McGee, Brian Schaeffer, Jim Starlin, Jimmy Ray Pickens, Jack Champion, Russell Bobbitt, Hye Jin Jang, Sam Hargrave, Patrick Gorman, Aaron Lazar, Robert Pralgo, John Posey, Ameenah Kaplan, Olaniyan Thurmon, Mike Lutz, Matthew Berry
Trailer
Avengers: Endgame

A distanza di qualche giorno dall’uscita nelle sale penso sia ormai legittimo poter parlare di “Avengers: Endgame” in modo libero, senza il timore di svelare tra le parole un possibile spoiler. In caso, queste due prime righe di recensione offrono l’occasione a chi non avesse visto ancora il film di rimandare la lettura completa in un momento successivo.

“Avengers: Endgame” è la chiusura finale di una fase lunga 11 anni e comprensiva di 22 film. Non si può parlare di “saga”, perché questo ciclo non è nato come un progetto unitario, o da una dichiarazione d’intenti definita all’origine e nemmeno quindi con uno scopo ben preciso: lo scopo lo si è trovato strada facendo, quando saggiamente e furbamente, gli autori, sicuri di un successo agevole, hanno iniziato a creare ponti e collegamenti tra i vari film: spesso forzati e mal riusciti perché frutto di un lavoro di scrittura banale e “industriale” (cioè concepiti come pezzi di un oggetto prodotto in serie dentro una fabbrica), spesso relegati alle scene post-credits, spesso pensati fuori da una logica di saga cinematografica. Ecco perché per l’universo Marvel si può parlare più a ragione di “serie”, ma sapendo bene che usare il termine “serie”porti ad accostare questa enorme produzione ad un senso televisivo dello spettacolo e dell’intrattenimento, cioè il servire al proprio spettatore delle “puntate” e non dei “film” veri e propri, e in questo senso “Endgame” sebbene tenti lo smarcamento, non ci riesce completamente. C’è chi vede in tutto questo un cambiamento del cinema e del modo di intenderlo: un cinema che si rinnova e muta in virtù del rapporto simbiotico con un linguaggio, quello seriale televisivo, ed anche per certi versi quello della fruizione streaming, che sta sempre più conquistando i territori mediatici. Chi vi scrive pensa invece che il cinema abbia, e avrà sempre, una base oggettiva, di natura e di origini, che resterà immutabile nel tempo, e che in ogni contesto lo differenzierà dalla Tv, o da altri tipi di linguaggio, dei quali la settima arte sa servirsi in modo esemplare e totale, ma senza, ripeto, snaturarsi e restando se stessa. Addentrarsi in questi discorsi ci porterebbe inevitabilmente anche a ragionare e riflettere sul concetto stesso di arte, ma questo spazio non è adatto e il rischio è di essere brevi e banali; ma resta di fatto proprio questo il punto: il cinema è un’arte. Il cinema d’intrattenimento è un’arte. “Avengers: Endgame” può essere considerato un film, quindi un prodotto cinematografico, quindi un prodotto artistico?

La sorpresa, rispetto al suo predecessore “Infinity War”, o ad altri predecessori tra i 22 titoli, è che la risposta che possiamo dare questa volta è sì. È un “sì” parziale purtroppo, ma lo sforzo degli autori verso questo risultato è percepibile, e l’opera non lo nasconde. “Endgame” comincia e nel primo quarto d’ora ci mostra come gli Avengers avrebbero dovuto sconfiggere Thanos: non separandosi senza apparente motivo, ma ritrovandosi subito tutti insieme; non affrontandolo uno ad uno, ma bloccandolo uniti; non prendendolo a cazzotti, perché se metti il confronto sul piano fisico Thanos ti annienta, ma tentando semplicemente di togliergli il guanto dell’infinito, o tagliargli il braccio. Così “Infinity War” cade ancora più nel ridicolo per una trama scritta senza cuore e senza cervello, consapevole di vincere facile e sempre, facendo leva su un pubblico assuefatto e poco volenteroso di accendere il cervello e praticare un atto intellettivo. “Endgame” è un rifacimento, quantomeno presentabile, di “Infinity War”. È praticamente lo stesso film, perché la guerra da fare è nei confronti dello stesso villain, e per certi versi ne ricalca anche la costruzione, questa volta senza improvvisazioni e fatuità, ma provando a giustificare con un senso drammaturgico le azioni dei suoi supereroi, e a dare a queste azioni anche uno spessore cinematografico. Così, per esempio, anche in questo caso gli Avengers si dividono, ma lo fanno per uno scopo sensato: andare indietro nel tempo e recuperare tutte le 6 gemme dell’infinito, per schioccare di nuovo le dita e riparare all’enorme genocidio compiuto da Thanos. “Endgame” è di fatto una riparazione, un restauro: per farlo i fratelli Russo azzeccano la soluzione narrativa del viaggio nel tempo, espediente che da sempre flirta con successo con il cinema, la sua storia e il suo linguaggio. C’è perciò in “Endgame” una forma e una misura cinematografiche, e il film riesce ad essere quello che voleva essere: un epilogo, una conclusione capace di tirare i fili delle tante trame, accarezzando ogni personaggio, e capace di chiudere questa prima lunghissima fase. Non rinuncia a cavalcare anche l’effetto nostalgia, che la soluzione del viaggio temporale amplifica notevolmente, perché dà modo alla storia di ritornare su momenti cruciali delle storie delle puntate precedenti. “Endgame” è lavorato meglio anche nei ritmi, perché sa prendersi con un certo coraggio le sue pause: più interlocutorio e verboso nella prima parte, nella quale i dialoghi, ancora una volta, faticano a tenersi in equilibrio sulla superficie scivolosa di una dignità creativa, ma i silenzi, gli sguardi e qualche inquadratura trattenuta riescono a definire meglio i vari personaggi: definirli nel loro carattere, nel loro cambiamento dovuto al senso di responsabilità acquisito e alla perdita subita, nel loro relazionarsi con gli altri, trovando stimoli e aiuto. È un po’ quello che era riuscito a fare (molto meglio) il primo “Avengers” di Whedon: le singolarità che si univano, smussando gli spigoli di screzi e differenze, per uno scopo in comune, e dopo aver subito un lutto, un trauma: il dramma di un dolore condiviso, della perdita; della morte che riporta tutto su un piano più profondo ed essenziale, lontano da litigi infantili, e da affermazioni personali ed egoiste.

Poi, purtroppo, i problemi restano: grandi e i soliti. “Avengers: Endgame” ha l’obbligo di compiacere il suo pubblico, troppo vasto e variegato come la vastità di eroi presenti sul campo; non deve disattendere gli affetti dei fan verso quell’eroe piuttosto che quell’altro; deve concedere sempre il controcampo che spiega e rivela, l’inquadratura in più, il vedere per forza ciò che il cinema invece può e sa suggerire rendendo densi gli istanti e le emozioni. È sempre stato questo il problema della gran parte dei film Marvel: la logica del “sottotitolo necessario a chiarire le immagini”, dello “spiegone”, della didascalia che dovesse illustrare ciò che non va spiegato e già potrebbe essere spiegato da sé: ovviamente usando un linguaggio cinematografico. Così, in quest’opera rutilante e roboante, accecante e faraonica, l’epica tanto agognata sfuma presto nelle solite forzature assoggettate al fan service: forzature (il momento girl power del “non è sola” è ai limiti dell’imbarazzante) che insultano l’intelligenza di uno spettatore, al quale viene dato in pasto un po’ tutto, senza connessioni nell’evoluzione narrativa della storia, e spesso senza credibilità dei fatti narrati. “Endgame” ha alcuni buchi di trama non indifferenti, conseguenti spesso a delle azioni prive di logica degli stessi supereroi: Nebula con l’occhio rivelatore che viene mandata nel passato e proprio da suo padre Thanos, così da svelargli tutto il piano, di modo che gli sceneggiatori possano scrivere la scena della battaglia finale; Nebula che riporta Thanos nel presente con a disposizione una sola particella Pym. Giusto per citare due casi esempio. Altro problema enorme della Marvel è sempre stato quello di non saper gestire i poteri dei suoi eroi, troppo grandi per un’arte che pretende coerenza e verosimiglianza: Doctor Strange praticamente già in “Infinity War” avrebbe potuto creare buchi spazio-temporali e trasportare Thanos in giro per l’universo o nel tempo, o quantomeno il suo braccio destro con il guanto dell’infinito, o tuttalpiù il solo pollice così da non fargli schioccare le dita. In questo caso avrebbe potuto trasportare Thanos e tutto il suo esercito in una galassia lontana lontana, ed evitare tutta la battaglia finale. Hulk è inutilizzato: altrimenti, per come ci era stato presentato nei capitoli precedenti, avrebbe preso Thanos per la testa e gliel’avrebbe staccata in cinque secondi. Captain Marvel arriva come Goku in Dragon Ball: sempre alla fine, perché intanto era in giro per l’universo a fare missioni di seconda importanza. Sarebbe bastata una chiamata anche a lei, magari anche su “Infinity War”, così avremmo evitato tutto il casino.

Mancano consistenza e coerenza, ed “Avengers: Endgame” non può riparare anche a questo. Ha messo troppo in campo e lo ha disposto male, e gli sceneggiatori negli anni sono stati inadeguati a gestire tutto questo “troppo”. Nel finale del film ritorna l’approccio stucchevole a una forma e un linguaggio televisivi, anche nella gestione dei colpi di scena: così, in fondo, doveva essere, per una fase che non è stata saga (se non in alcuni film), ma serie. Ma tutto ha una fine. E la speranza resta sempre la stessa. È tempo di abbandonare i sentieri avventurosi e divertenti, lastricati d’oro e di emozioni a comando, di retorica, e di compiacenza gratuita, per tornare su quelli più coraggiosi, ma anche semplici, più sicuri ed autorevoli, più liberi ed elevati, del Cinema. Perché noi, eterni romantici, amiamo il cinema 3000. Perché il Cinema, a differenza di Thanos, è veramente ineluttabile.

Voto dell’autore:2.8 / 5

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