Blackhat - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 4 voto/i
4.18/5

Blackhat

RANKING
193° su 2562 in Generale
14° su 153 in Thriller
20152 h 13 min
Trama

Un misterioso blackhat, termine informatico per definire hacker che agiscono a fini di terrorismo, fa esplodere un reattore a fusione nucleare in Cina. L'FBI, in collaborazione con la polizia cinese, chiama l'hacker Nick Hathaway, che sta scontando diversi anni in prigione, per fermare un possibile attacco cyberterroristico.

Metadata
Regista Michael Mann
Titolo originale Blackhat
Data di uscita 12 Marzo 2015
Nazione Stati Uniti
Durata 2 h 13 min
Trailer
Blackhat

A sei anni dall’ultimo lavoro per il cinema, il sottovalutato “Nemico pubblico”, che narrava le gesta del criminale John Dillinger, il regista americano Michael Mann torna dietro la macchina da presa con “Blackhat”, confrontandosi per la prima volta con il filone del thriller virtuale. Ma considerare “Blackhat” solo e soltanto un thriller informatico, oltre a sminuirne la potenza e la bellezza, vorrebbe dire non considerare appieno come Michael Mann abbia realizzato, con la consueta lucidità di sguardo, un altro tassello della sua invidiabile e straordinaria filmografia; vorrebbe dire provare a indebolirne la portata, come già fatto dalla critica americana, che ha stroncato il film perché troppo attaccata a un’idea vetusta d’intrattenimento cinematografico, e incapace di andare oltre e rendere il giusto valore all’opera di un regista che non ha mai copiato nessuno, un’opera incatalogabile e imparagonabile, uguale a nulla se non a se stessa. Perché “Blackhat”, oltre alla struttura da thriller, è un film di spazi, o piuttosto un film che ridefinisce lo spazio sia geografico che virtuale.

La macchina da presa di Mann, che ovviamente sembra volare e far volare tra il lirismo poetico e il realismo noir, si sposta soffice come il film, che parte dalla Cina e arriva negli Stati Uniti, viaggia ad Hong Kong, torna al punto di partenza e si chiude da un’altra parte. Un film viaggiatore che, se proprio lo si vuole leggere limitatamente come un thriller sui computer, ne costruisce il mondo virtuale: un mondo inafferrabile perché velocissimo, e in cui più degli spostamenti umani la velocità è quella dei download e dei click immediati ma letali, come già dimostra lo splendido incipit. Ma ciò che sorprende ancora una volta è l’agilità con cui Mann si muove tra le pieghe della storia, valorizzando il digitale; la stessa agilità che si riscontrava in “Miami Vice”, altro film apprezzato ma probabilmente non capito a fondo. Forse Michael Mann è uno dei pochi autori nel panorama cinematografico attuale a potersi concedere tale libertà di movimento, di prendere una storia tutto sommato semplice e renderla materia incandescente; non farne sentire il peso, anzi colpire al cuore ogni volta che la macchina da presa si muove, elemento questo di rara potenza in un periodo in cui molti registi fanno i virtuosi ma si dimostrano decisamente vacui.

Poi c’è soprattutto un romanticismo totalizzante, cifra stilistica del cinema manniano: quel romanticismo che in “Blackhat” è speso nella storia d’amore tra l’antieroe neoclassico Nick Hathaway (Chris Hemsworth) e la bella Lien Chen (Tang Wei), che non è mai stucchevole né programmata, ma semplicemente “diviene” e si trasforma con il procedere del film stesso. È lo stesso romanticismo presente in tono tragico in “Heat – La sfida”, o quello commovente di “Insider” e “Miami Vice”. Un amore per una donna, per un amico, per un avversario, costruito su un cinema di “attese”, su singoli momenti che però danno senso all’opera intera. E “Blackhat” di momenti sospesi, dalla direzione sopraffina delle sparatorie fino agli addii tra i personaggi, ne è pieno. Addii e attimi che si uniscono, come l’ultimo addio tra il tenente Hanna e il criminale McCauley, attimi come la camminata di Alì a Kinshasa, e ovviamente sguardi come quelli tra il giornalista Bergman e il dottor Wigand. “Blackhat” unisce toni disperati a una profonda umanità, si dimostra allo stesso tempo classico e contemporaneo per il modo in cui si fa intimo nel narrare tragedie private e collettive, e vola altissimo quando ritorna all’uomo e al suo bisogno di vivere.

Voto dell’autore:5.0 / 5

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