Boyhood - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
4.07/5

Boyhood

RANKING
289° su 2562 in Generale
27° su 241 in Sentimentale
20142 h 45 min
Trama

Mason Evans Junior è un bambino di otto anni che vive insieme alla madre Olivia e alla sorella maggiore Samantha. Il racconto segue la vita di Mason per dodici anni, dalla scuola elementare fino all’inizio del college, illustrando i suoi rapporti con la famiglia e le varie esperienze che lo vedranno coinvolto.

Metadata
Titolo originale Boyhood
Data di uscita 23 Ottobre 2014
Nazione Stati Uniti
Durata 2 h 45 min
Trailer
Boyhood

Con la storia d’amore composta da tre atti con i film “Prima dell’alba”, “Prima del tramonto” e “Before Midnight”, Richard Linklater aveva già realizzato un esperimento che poneva sullo stesso piano lo scorrere del tempo cinematografico con lo scorrere del tempo della realtà dello spettatore. A partire dal 1995, un film ogni nove anni fino al 2013 per proporre un appuntamento con Jesse e Céline, i personaggi interpretati da Ethan Hawke e Julie Delpy, i quali erano cresciuti (sia come persone che come attori) insieme a chi aveva seguito la loro storia fin dall’inizio. Ma con “Boyhood”, nuova pellicola di Richard Linklater, celebratissima dalla critica e premiata al Festival di Berlino 2014 per la miglior regia, l’autore americano porta all’estremo la sua riflessione sul tempo. Se la trilogia di Jesse e Céline era segnata appunto da una pausa decennale tra un film e l’altro, “Boyhood” annulla completamente questa prospettiva di frammentazione narrativa e unifica le varie fasi cronologiche in un’unica opera.

Perché “Boyhood” è un lavoro di dodici anni, iniziato nel maggio del 2002 e terminato nell’ottobre del 2013: un periodo durante il quale, ad intervalli regolari di un anno, Linklater ha chiamato lo stesso cast per girare le parti del film. Si può solo immaginare l’incredibile lavoro di montaggio dietro a “Boyhood”: condensare dodici anni in una singola pellicola di 165 minuti e restituire senza trucchi l’evoluzione fisica dei suoi personaggi. Con “Boyhood” Linklater compie qualcosa di inedito nel cinema: un’impresa probabilmente irripetibile perché in controtendenza rispetto alla velocità delle produzioni odierne, annullando in un certo senso lo stacco di montaggio, il “jump cut”, che permette di mostrare un attore giovane per poi, nell’inquadratura successiva, far comparire la sua versione adulta impersonata da un altro attore. “Boyhood”, al contrario, è montato con una progressione di immagini in base alla quale i nostri occhi uniscono man mano i vari cambiamenti dei personaggi; e mai come per questo film è utile, se non necessario, contemplare il lavoro di Linklater. In “Boyhood” si racconta semplicemente la crescita di Mason Evans Junior (Ellar Coltrane) dal 2002, da quando ha otto anni, fino al 2014, ai suoi vent’anni.

Così assistiamo letteralmente e in modo radicale alla trasformazione corporea di Mason, da pre-adolescente ad adolescente, fino a diventare un giovane uomo. Una mutazione che, come per tutti, non è solo esteriore, ma riguarda anche interessi e passioni: da bambino appassionato ai videogame e al cinema, Mason diventa un ragazzo speranzoso e preoccupato per il futuro. Da questo punto di vista “Boyhood” è un film che non può lasciare indifferenti, perché Linklater vede il tempo (come già con la saga di “Prima dell’alba” e dei suoi sequel) come una linea retta, in cui passato, presente e futuro sono tre componenti di un unico viaggio in cui è obbligatorio guardare sempre avanti; e nonostante la durata considerevole, “Boyhood” non possiede una trama molto ampia. Linklater gira infatti un film composto da stralci di vita quotidiana, anche banale, e la sua linea del tempo si nota più nell’intimismo e nei piccoli dettagli che non nei grandi eventi: ad esempio, il passare degli anni risulta più riuscito quando ci si riferisce agli avvenimenti della cultura pop o ai progressi tecnologici. A Linklater pare interessare poco la grande Storia americana (a parte lievi accenni alla guerra in Iraq o all’elezione di Barack Obama), ma raffigura appunto il tempo attraverso la semplicità degli eventi.

Più che un racconto sull’America e la sua evoluzione nell’arco di dodici anni, “Boyhood” costituisce piuttosto un romanzo di famiglia, in cui la Storia c’è ma non ha mai il riflettore puntato addosso e non rivela una particolare influenza sui personaggi. Il tempo risiede nelle piccole cose, non nella Storia ma nella nostra storia, e sotto questo aspetto “Boyhood” pare forse non riuscire appieno a sorprendere, perché la dolce semplicità ammirata in precedenza fa spazio talvolta a un didascalismo che ha poco a che fare con una rappresentazione filmica della vita. Così “Boyhood” procede per step, come se l’esistenza umana avanzasse forzatamente per gradi, per massimi avvenimenti che però, nella loro cronologica precisione, mancassero di un approccio più intenso. Quindi vediamo Mason crescere, maturare e affrontare ogni livello delle “prime volte” nella vita: la scuola elementare, le prime amicizie, i primi amori, il primo bacio, il primo lavoro, la prima macchina e il diploma. Una visione genuina ma anche ridotta dello svilupparsi di un’esistenza. E magari era proprio questo l’obiettivo di Linklater: non esprimere altro al di là del tempo della vita.

Ma per essere considerato un film “definitivo”, a “Boyhood” manca quell’imprevisto che solo la forza del cinema avrebbe potuto conferirgli: e non si tratta di rappresentazione della noia (una componente fondamentale del nostro percorso), ma di uno sguardo che vede tutto come già scritto. Una vita fatta di bellissimi momenti, ma obbligata a seguire un tracciato esistenziale (e quindi anche cinematografico): come gli eventi che vedono il personaggio della madre Olivia (Patricia Arquette) risposarsi più volte, nonché al centro di quadretti familiari a volte stereotipati (mariti sempre violenti e ubriachi) e privi della poesia ricercata dal film. Eppure “Boyhood” mette una frase rivelatrice proprio in bocca al suo protagonista Mason, poco prima di andare al college: “Sembra che sia già tutto scritto, abbiamo già il nostro numero”; e verso il finale, sua madre ribadisce come la sua vita sia volata via in un lampo attraversando tutti i passaggi previsti. Pertanto “Boyhood” sembra percorrere la strada cinica dell’impossibilità di uscire da uno schema prestabilito, implicando la nostra accettazione di tale schema; ma è un’idea che, in fondo, il film non segue totalmente. “Boyhood” si dimostra dunque una pellicola dai molteplici motivi d’interesse, pur rimanendo confinata entro i limiti delle vite che mette in scena.

Voto dell’autore:3.7 / 5

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