Carol - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
4.30/5

Carol

RANKING
91° su 2562 in Generale
6° su 241 in Sentimentale
20151 h 58 min
Trama

Nella New York degli anni ’50, due donne si incontrano in un negozio di giocattoli all’interno di un grande magazzino di Manhattan: Therese Belivet e Carol Aird, diverse per età e per estrazione sociale, per aspetto e portamento, rimangono avvinghiate l’una all’altra da un gioco di sguardi di disarmante chiarezza, cristallino e rivelatore, al cospetto del quale il cuore di entrambe non può che obbedire fin da subito, lasciandosi cullare dal sogno di un innamoramento che esploderà progressivamente in tutta la sua forza dirompente.

Metadata
Regista Todd Haynes
Titolo originale Carol
Data di uscita 1 Gennaio 2016
Durata 1 h 58 min
Attori
Cast: Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Sarah Paulson, Jake Lacy, John Magaro, Cory Michael Smith, Carrie Brownstein, Kevin Crowley, Nik Pajic, Trent Rowland, Sadie Heim, Kk Heim, Amy Warner, Michael Haney, Wendy Lardin, Pamela Evans Haynes, Greg Violand, Michael Ward, Kay Geiger, Christine Dye, Deb G. Girdler, Douglas Scott Sorenson, Ken Strunk, Mike Dennis, Ann Reskin, Annie Kalahurka, Linnea Bond, Steven Andrews, Tanya Smith, Ryan Wesley Gilreath, Chuck Gillespie, Jeremy Parker, Giedre Bond, Taylor Frey, Liberty Fraysure, Robert J. Ashe, Anita Farmer Bergman, Colin Botts, James Brown, Chelsea Carnder, Gary Chinn, William Cross, Richard Doone
Trailer

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Carol

Quello che stupisce, al cospetto di un film potente ma innegabilmente astratto e metafisico nell’approccio visivo come “Carol”, è la remissiva, delicata e perfino titubante dolcezza con cui il sentimento fra le due protagoniste viene tradotto in immagini, peraltro non tradendo affatto il nucleo di partenza del romanzo di Patricia Highsmith. Lo stile adottato da Todd Haynes, regista che aveva già maneggiato il melodramma anni ’50 aggiornando “Secondo amore” di Douglas Sirk in “Lontano dal paradiso”, rilettura zelante ma non ottusa dell’originale, è infatti quanto di più impalpabile ed etereo si possa chiedere, oggigiorno, alla messa in scena di un film non solo inserito all’interno dell’industria hollywoodiana, ma anche sulla carta classico e canonico, per temi affrontati e modelli di riferimento, siano essi storici, sociali o anche solo meramente cinefili. Quello realizzato da Haynes, cineasta dalla firma inequivocabile ma anche stavolta né ingombrante né invasiva, è infatti un flusso audiovisivo carezzevole e languido, rarefatto e lontano, per precisa, poeticissima volontà, dalla concretezza e dall’obbligo del rapporto-causa effetto.

Quasi una sinfonia, in più di un’occasione, nella quale la fotografia di Edward Lachman e le musiche di Carter Burwell si fondono alle immagini di Haynes delineando un prototipo rivoluzionario di visione sentimentale, dove i contorni della passione sfumano inesorabilmente per trasformarsi lentamente in pura idealità, in sublimazione di una lacrima, in celebrazione estatica di un non detto, di una confessione inespressa e taciuta. Dove la carnalità e la fisicità risiedono soprattutto negli occhi di chi guarda, chiamati come non mai a integrare e completare ciò che scorre sullo schermo. È infatti un film d’amore aperto e partecipato, “Carol”, che per l’appunto, al di là di qualsiasi etichetta di film-lesbo, non taglia fuori lo spettatore relegandolo a corpo esterno o a soggetto voyeuristico, ma lo abbraccia e lo coccola attraverso immagini dalla costante valenza sinestetica; lo accarezza senza blandirlo con ruffianerie varie, invitandolo semmai a sobbalzare, a commuoversi e a prendere parte al tenero, lancinante struggimento delle due magnifiche protagoniste, Cate Blanchett e Rooney Mara, entrambe eccezionali per ragioni opposte ma complementari, da una posizione straordinariamente privilegiata e ravvicinata. L’estasi dello sguardo veicolata da “Carol” sta proprio nella possibilità, per l’osservatore, di entrare in immagini così liquide e sfuggenti riempiendole con la solidità del proprio apparato e bagaglio emozionale, ridisegnandone a proprio piacimento i confini e modellandole la fisionomia.

Non è una love story monolitica, infatti, quella del film di Haynes: è sì una storia d’amore tra due donne inserita in un preciso contesto culturale e in un’epoca altrettanto rigida, ricreata peraltro con rigore passionale e mai calligrafico, ma il tenore complessivo della forma adottata – frutto di uno sposalizio di gran pregio tra il regista e i suoi collaboratori, tutti in stato di grazia – dà vita a un oggetto di rigenerante libertà, che lascia ampi margini d’appropriazione. Quello di Carol e Therese è un amore che germoglia – letteralmente – di passaggio in passaggio, evitando le scene madri e trasformando persino l’unica, fluttuante scena di sesso del film, posta intorno alla metà, in un momento tenue e non calcato in maniera particolare, un segmento incastonato in una serie di altri frammenti altrettanto importanti e decisivi: sono le sequenze in macchina a stagliarsi nella memoria, per esempio, la loro destabilizzante e commovente carica di sottintesi e occhioni lucidi, ma altrettanto fondamentali sono le inquadrature che vedono Therese, subalterna e ammaliata, crogiolarsi nel pensiero della propria amante o smarrire semplicemente il proprio sguardo fuori dai finestrini di un’automobile bagnati dalla pioggia, o dentro quell’obiettivo fotografico che, non a caso, tanto la ipnotizza e l’ossessiona.

“Carol”, in definitiva e in virtù di tali premesse, si configura come un’opera solo e soltanto – e non è poco, affatto – sull’atto puro e disinteressato dell’amare e del guardare: due pulsioni accorpate con sublime e sensualissima maestria da un film che riesce incredibilmente ad attingere da ciò che è inesprimibile a parole e restituircelo in forma di commozione distillata, attraverso il passaggio e la mediazione decisiva di una creazione per immagini artigianale, geometrica, mai estetizzante. Un lavoro quasi demiurgico su ogni singolo fotogramma – il film è stato girato in Super 16mm per dargli l’aspetto di un 35mm d’epoca, una trionfante scelta di Haynes e di Lachman – che riesce a stringere il cuore e le viscere in un abbraccio inscindibile, raggiungendo, talvolta, persino il massimo dell’effetto col minimo dello sforzo. Nel finale, ad esempio, abbagliante e luminoso come poche altre cose viste al cinema di recente, basta la forza trattenuta e semplicissima di un campo / controcampo e di due movimenti di macchina (uno avanti, uno indietro) a congelare in un’alba senza tempo e senza fine un sentimento e due vite che ad esso si sono irrimediabilmente e dolorosamente aggrappate. Al di là di qualsiasi repressione o condanna morale, immortalate dentro un istante da sottrarre all’oblio, al quotidiano, alla Storia.

Voto dell’autore:4.4 / 5

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