C'era una volta a New York - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 4 voto/i
3.68/5

C'era una volta a New York

RANKING
1166° su 2562 in Generale
452° su 732 in Drammatico
20132 h 00 min
Trama

New York, anni ’20. Ewa Cybulski è una bellissima donna polacca che è fuggita in America assieme a sua sorella Magda, nella speranza di ricevere l’aiuto di una zia già sistematasi a Brooklyn. Al loro arrivo a Ellis Island, però, Magda viene messa in quarantena poiché malata di tubercolosi, e sua zia sembra del tutto irrintracciabile. A soccorrere Ewa è quindi l’apparentemente timido e perbene Bruno Weiss, che le darà un tetto sotto cui dormire e le proporrà il lavoro di sarta per mantenersi. Ewa, disperata perché vorrebbe pagare le cure mediche di sua sorella, ma comunque riluttante ad accettare le pressanti attenzioni di Bruno, scoprirà ben presto che l’uomo è in realtà un magnaccia e un violento, il quale fa esibire a teatro le numerose clandestine che recupera dalla strada, per poi far continuare lo spettacolo nelle camere con i clienti…

Metadata
Regista James Gray
Titolo originale The Immigrant
Data di uscita 16 Gennaio 2014
Nazione Stati Uniti
Durata 2 h 00 min
Trailer
C'era una volta a New York

Melodramma d’epoca a tinte color marrone, ocra e seppia, “The immigrant”, che in Italia è stato tradotto con il più comodo titolo “C’era una volta a New York” sulle orme del quasi omonimo capolavoro di Sergio Leone, segna la quarta collaborazione fra il regista americano di origini russe James Gray e il suo attore feticcio Joaquin Phoenix. Dopo aver scritto e diretto tre ottimi noir metropolitani, ovvero “Little Odessa” (1994), “The yards (2000) e “I padroni della notte” (2007), ed essere passato improvvisamente al registro più intimista e sofisticato del dramma sentimentale attraverso lo struggente “Two lovers” nel 2008, James Gray, classe 1969, sembra voler cambiare ancora una volta tono registico e genere cinematografico, confrontandosi con un melò psicologico che ha il retrogusto scenografico di una bella foto d’epoca.

Avvalendosi della sua consueta impronta stilistica, tenue e discreta come l’utilizzo della luce – sempre fievole – nella bellissima fotografia cui siamo stati abituati in tutti i suoi film, il regista pone, almeno inizialmente, la sua protagonista femminile al centro dell’intero racconto, sviluppato in maniera molto lineare e affatto sorprendente. Marion Cotillard, che interpreta la polacca Ewa, ha qui il compito più difficile di tutti: dar vita a un personaggio principale che, soprattutto su carta, soffre di parole e atteggiamenti per niente incisivi, ed è perlopiù afflitto da una studiata piattezza emotiva capace di renderlo nel suo insieme antipatico e inespressivo. Ciò nonostante, dopo la prima metà del film, “The immigrant” sposta sapientemente l’attenzione da Ewa a Bruno Weiss, che diventa il co-protagonista della pellicola e viene incarnato con la solita imperturbabile bravura da uno smagrito Joaquin Phoenix. Bruno – folle, lunatico, feroce, impaziente, imbonitore e disonesto per natura – diviene così il vero personaggio chiave dell’opera di James Gray, quello grazie al quale la pellicola riacquista subito l’usuale fascino trasgressivo della filmografia del regista, in una rilettura riflessiva del percorso di purificazione che Bruno subisce al posto della ben più statica Ewa.

A definire tale percorso di purificazione è difatti il forte sentimento amoroso che Bruno imparerà ad accettare nei confronti della sua bella immigrata, e in questo senso il titolo originale dell’ultimo lavoro di Gray potrebbe essere riletto come un vero e proprio inno d’amore alla donna – la quale è dapprima una sconosciuta da truffare, poi una bellezza impossibile da venerare a distanza e poi ancora un oggetto da amare in gran segreto, in grado di trasformare un rigido cuore di pietra in una persona che non può più guardarsi allo specchio con gli stessi occhi autoindulgenti di una volta. Intenso, stilisticamente perfetto in ogni aspetto, ma probabilmente un po’ imperfetto invece nel tratteggiare la sua protagonista femminile, “The immigrant” rappresenta tuttavia la conferma che il cinema di James Gray è ancora là fuori: solido, maturo e intenzionalmente audace nella sua tensione a tratti sadica, sempre intriso di una violenza fisica quanto morale, e in un modo che è soltanto suo e che non potremo mai ritrovare in alcuna altra firma registica contemporanea.

Voto dell’autore:3.7 / 5

The following two tabs change content below.

Ultimi post di Eva Barros Campelli (vedi tutti)

Loading...