Diario di un maniaco perbene - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da evitare
sulla base di 1 voto/i
2.00/5

Diario di un maniaco perbene

RANKING
2517° su 2562 in Generale
441° su 453 in Commedia
20141 h 27 min
Trama

Lupo è un pittore in crisi creativa, ha perso l'ispirazione e la voglia di dipingere. Solitario, un anti-casanova, insoddisfatto della vita e delle donne, Lupo passa le giornate passeggiando per le belle e assolate vie di Roma, fino a quando non incontra Marietta, una ragazza che sembra sia diversa da tutte le altre. Piccolo dettaglio: è una suora.

Metadata
Regista Michele Picchi
Titolo originale Diario di un maniaco perbene
Data di uscita 8 Maggio 2014
Nazione Italia
Durata 1 h 27 min
Trailer

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Diario di un maniaco perbene

Il cinema è pieno di quarantenni in crisi alle prese con le difficoltà della modernità. Michele Picchi, già assistente alla regia di registi come Ettore Scola, Ricky Tognazzi e Giovanni Veronesi, oltre che critico cinematografico, cerca di inserirsi in questo filone con “Diario di un maniaco perbene”, senza però portare un punto di vista vero e coraggioso sulla condizione dell’uomo di fronte allo sbriciolarsi di molte certezze. Il film, dal punto di vista narrativo e registico, è un chiaro esempio di come la moda del “carino” sia ormai imperante nell’immaginario estetico e artistico dei nostri tempi (Wes Anderson docet). Nulla quaestio sull’abilità del regista nel muovere la macchina da presa, sulla scelta opportuna di affidare il ruolo del protagonista a Giorgio Pasotti, attore eclettico e mai sopra le righe. Ma cos’è che non convince? Partiamo con ordine: innanzitutto una voce fuori campo invadente e onnipresente. La narrazione in prima persona, in forma diaristica, comporta sempre un rischio, quello di fare un abuso spropositato del commento extradiegetico.

Lupo spiega sin troppo ogni momento della sua giornata, togliendo spazio non solo ai dialoghi, ma anche al linguaggio del corpo, che da sempre ha differenziato il cinema dalla letteratura. Non è affatto facile mettere in scena la vita di un “perdente”, di un uomo in crisi con se stesso e con gli altri, in particolare con le donne, senza incorrere in un’operazione di “orientamento emozionale”, cioè nella tentazione di portare forzatamente lo spettatore ad identificarsi nel personaggio e a riconoscere in lui le proprie debolezze e le proprie paure. Si tratta pur sempre di un uno uomo simpatico, goffo, solitario, con il capello arruffato, pigro e molto affettuoso con la sua nipotina. Anche le sfumature malinconiche che il regista ha voluto dare alla vicenda appaiono poco credibili e prive di pathos: per esempio quel cappio che pende da una trave del soffitto, un “memento mori” che vorrebbe dare un tocco di ironica tragicità alla vita di Lupo, senza però affondare nella viva carne di un personaggio che rimane abbozzato e artificioso per tutta la durata del film, costruito appositamente (leggi: con fare ruffiano) per conquistare il plauso del pubblico. Dispiace perché il soggetto è interessante, tuttavia manca di quella cattiveria e di quella scorrettezza tipiche di una certa commedia italiana e non solo. Per fare paragoni azzardati pensiamo a Woody Allen, alle sue manie e alla sua estrema difficoltà di stare al mondo e in società, o anche alle ossessioni e alle idiosincrasie del personaggio di Michele Apicella in “Bianca” di Nanni Moretti.

Giorgio Pasotti è il perno attorno al quale si sviluppa la vicenda, il protagonista indiscusso, e purtroppo non è accompagnato da personaggi secondari interessanti e propositivi ai fini della narrazione. Le figure femminili sono stereotipate e non hanno alcuno spessore psicologico. Ci sono situazioni e battute che vorrebbero essere simpatiche e portatrici di una visione ironica della vita ma cadono immediatamente in un’ovvietà che rasenta la banalità. Forse l’intenzione del regista era quella di dare vita ad un personaggio “dannato e un po’ sfigato”, prendendo spunto dalle pagine di scrittori come Charles Bukowski o J.D. Salinger, magari con una spruzzatina di comicità alleniana, in particolare quando Lupo si approccia al tema religioso. Ma si sa, le buone intenzioni non sempre coincidono con i buoni risultati. Più che il grande Buk, il padre spirituale del film è il tanto vituperato Fabio Volo: Lupo è un po’ naif (come tutto il film d’altronde), è una sorta di Amélie Poulain in versione maschile. Del resto il titolo ci ricorda che si tratta di un maniaco perbene, sin troppo perbene, diciamolo pure… un maniaco fighetto.

Voto dell’autore:2 / 5

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