...E ora parliamo di Kevin - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 6 voto/i
4.25/5

...e ora parliamo di Kevin

RANKING
128° su 2562 in Generale
56° su 732 in Drammatico
20111 h 52 min
Trama

Eva Khatchadourian, una scrittrice di libri di viaggio, è felicemente sposata con Franklin e dà alla luce un bambino, Kevin. La maternità genera un senso di frustrazione in Eva, che si scopre incapace di amare suo figlio come vorrebbe; nel frattempo, il piccolo Kevin mostra segni di profonda ostilità nei confronti della donna. Con il trascorrere del tempo, il rapporto tra madre e figlio si fa sempre più teso…

Metadata
Regista Lynne Ramsay
Titolo originale We Need to Talk About Kevin
Data di uscita 17 Febbraio 2012
Nazione Gran BretagnaU.S.A.
Durata 1 h 52 min
Trailer
...E ora parliamo di Kevin

La maternità vissuta come negazione, rifiuto, supplizio: uno dei tabù più inconfessabili dell’universo femminile diventa la materia narrativa di “…E ora parliamo di Kevin”, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo della scrittrice Lionel Shriver, che la regista scozzese Lynne Ramsay, al suo terzo lungometraggio, ha adattato per il grande schermo insieme a Rory Stewart Kinnear. Presentato con successo al Festival di Cannes del 2011, “…E ora parliamo di Kevin” è un film potente e angoscioso, che vede Tilda Swinton protagonista assoluta nel ruolo di Eva Khatchadourian, una donna incapace di assumere con serenità il proprio ruolo di madre. Il regalo più bello che la vita possa donarci si trasforma così in una continua fonte di frustrazione e sofferenza, che la Ramsay descrive con una galleria di sequenze emblematiche, rovesciando l’assunto che alla maternità corrisponda necessariamente la felicità: si veda ad esempio la scena in cui Eva, sopraffatta dal pianto ininterrotto del piccolo Kevin, trova qualche momento di tregua nel rumore assordante di un martello pneumatico.

Tale condizione di malessere, tuttavia, viene espressa dalla Ramsay in un film di complessità estrema, che frantuma la linearità cronologica per seguire invece un percorso assai più tortuoso: l’intera vicenda, infatti, è rivissuta da Eva mediante una catena di flashback che si intersecano con la sua esistenza attuale, e la narrazione segue un flusso di coscienza che ci trasporta avanti e indietro nel tempo, ricostruendo, da una sequenza all’altra, il contrastato rapporto fra la donna e suo figlio Kevin. E proprio Kevin, con il suo sguardo di ghiaccio incorniciato da un caschetto di capelli corvini, costituisce l’incarnazione dei tormenti della protagonista, la testimonianza vivente del suo disamore ed al contempo un implacabile “memento” della presenza del Male nella sua dimensione più inconcepibile e perciò spaventosa, ovvero fra le pareti domestiche. Il diciottenne Ezra Miller si cala alla perfezione nel ruolo di Kevin, erede di tanti “figli mostruosi” nella storia del cinema (“Rosemary’s baby”, “L’esorcista”, “Il presagio”), ma tanto più inquietante quanto più riconducibile ad una realtà quotidiana e familiare (così come gli altri due giovanissimi interpreti di Kevin in età infantile, Rocky Duer e Jasper Newell).

“…E ora parliamo di Kevin” non fornisce spiegazioni (sociologiche, psicanalitiche o di qualunque altro tipo), non pretende di imporre allo spettatore un determinato punto di vista, né tantomeno gli offre vie di fuga. Il grande tema del film è per l’appunto il mistero del Male, la sua impenetrabilità, la sfida terribile di confrontarsi con esso anche quando assume le sembianze di chi ci è più vicino. Una sfida che, come scopriamo fin dall’inizio del film, ha consumato Eva nel più profondo dell’animo, oltre che nel corpo: già nelle prime scene la Swinton ci appare fragile e ossuta, con il volto scavato, mentre si trascina come uno spettro tra i frantumi di una vita distrutta, sorreggendo sulle sue esili spalle un carico di dolore e di responsabilità in grado di schiacciare qualsiasi essere umano. Ed è così che il mondo attorno a lei si trasfigura in un autentico incubo ad occhi aperti: ogni suono, ogni gesto rievocano un senso di colpa che è impossibile far tacere, e durante la notte di Halloween i bambini mascherati si tramutano in mostri partoriti dall’oscurità, che prendono d’assedio la casa della donna e, con le loro grida, sembrano reclamare vendetta per le giovani vittime di un eccidio privo di ragioni.

La straordinaria forza del film di Lynne Ramsay risiede proprio nella sua capacità di trasportarci negli abissi di questo inferno di sentimenti conflittuali e laceranti, facendoci sperimentare l’orrore del quotidiano attraverso un’opera d’arte che adopera in maniera egregia tutti gli strumenti a disposizione del linguaggio cinematografico: visivi, dialogici, musicali, uditivi. Sul piano della fotografia, curata da Seamus McGarvey, l’intera pellicola è dominata dalle tonalità del nero (le tenebre, la notte) e soprattutto del rosso (il sangue, la vernice, la marmellata, il vestito di Eva), costante cromatica dagli evidenti valori simbolici. Ma anche le molteplici sonorità del film contribuiscono a creare un vasto campionario di suggestioni, mescolandosi al timbro inesorabilmente cupo delle musiche di Jonny Greenwood, in una stridente discordanza con le melodie solari di canzoni come “Everyday” di Buddy Holly, “In my room” dei Beach Boys e “Last Christmas” degli Wham. A sublimare questo capolavoro magnetico e disturbante è l’interpretazione di una meravigliosa Tilda Swinton: la pluripremiata attrice britannica si immerge coraggiosamente in questo ruolo dalla sconvolgente pregnanza emotiva, ricavandone una performance tanto straziante quanto commovente, forse la migliore della sua carriera.

Voto dell’autore:5.0 / 5

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