Fai bei sogni - Recensione

Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
3.63/5

Fai bei sogni

RANKING
1082° su 2246 in Generale
416° su 638 in Drammatico
20162 h 14 min
Trama

Dopo un’infanzia solitaria e un’adolescenza difficile Massimo diventa un giornalista affermato ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa, nonché con un senso di mistero intorno alla sua morte. La vicinanza di Elisa lo aiuterà ad affrontare la verità sul suo passato. Solo alla fine scoprirà come sono andate veramente le cose e troverà il modo risalire alla luce.

Metadata
Titolo originale Fai bei sogni
Data di uscita 10 novembre 2016
Nazione ItaliaFrancia
Durata 2 h 14 min
Trailer

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“Fai bei sogni” di Marco Bellocchio è la storia di un’assenza, dove la ricerca della verità e allo stesso tempo la paura di scoprire sono al centro del racconto. Massimo, ancor prima di essere un uomo malinconico e cupo, è stato un bambino martoriato dall’assenza, da un vuoto incolmabile che si è andato riformulando e ricomponendo nella sua vita nel corso degli anni, delineando una geografia del dolore tutta privata, dai confini mobili e fluttuanti. Non poteva dunque che essere un film sull’assenza “Fai bei sogni”, adattamento del best-seller del giornalista Massimo Gramellini: un’opera su ferite invisibili che emergono a fior di pelle, su privazioni che si tramutano in nevrosi nella maniera più melliflua e subdola possibile. In quel modo tetro e intimo, colloquiale e ancestrale con cui una famiglia, una qualsiasi famiglia, può far male e accecare, costringendo ad affrontare le proprie nudità per far fronte ai danni e alle mancanze cui essa ci costringe. “I parenti sono come gli stivali: più sono stretti e più fanno male”, diceva l’orrido Giacinto Mazzatella di Nino Manfredi in “Brutti, sporchi e cattivi”. Marco Bellocchio è, ancora oggi, il cineasta più libero e “giovane” in circolazione nel cinema italiano: un regista purissimo in grado di far roteare tutto il suo cinema intorno all’asse portante dell’immaginazione al potere. Che oltre ad essere un vacuo slogan sessantottino è e rimane anche l’imperativo categorico del cinema bellocchiano, ieri come oggi.

Nell’adattare il romanzo di Massimo Gramellini, Bellocchio non può pertanto che riformulare in maniera sibillina la prosa spesso stucchevole dello scrittore torinese, appropriandosi della vicenda autobiografica dell’autore per trarne qualcosa d’altro, per mettersi in gioco in prima persona: l’infanzia, il cinema, l’arte e le ossessioni del maestro piacentino trovano in “Fai bei sogni” un concentrato letterale ma tutt’altro che senile, animato dalla vitalità squillante di chi è ancora disposto a sottoporsi alla fragilità di un processo creativo privo di paletti definiti e alla debolezza insita in tale condizione di perenne freschezza. Bellocchio si mostra disposto in maniera imperterrita a plasmare ancora una volta simboli e strutture concettuali, rimandi e smanie ricorrenti: un sistema di segni che amplifica se stesso fino a farsi carico perfino di una certa ovvietà, di meccanismi esplicativi che di tanto in tanto si fanno troppo strozzati e forzati, come se le metafore e le impalcature che reggono il film sentissero la necessità costante e irrinunciabile di riaffermare loro stesse, di venir fuori da un sipario, di ammiccare per uscire da un’oscurità ben più sordida ed eretica. La stessa, tuttavia, dalla quale il miglior Bellocchio ha tratto, anche nel recente passato, le vette più alte della sua filmografia. Del miglior Bellocchio (“Buongiorno, notte”, “L’ora di religione”, “Vincere”, perfino il troppo sottostimato “Bella addormentata”) “Fai bei sogni” possiede insomma la volontà, la tigna, lo spirito, ma non l’astrazione, la sintesi fulminante, le invenzioni acide.

C’è qualche aggiunta rispetto al romanzo, non del tutto felice (il finanziere senza scrupoli di Fabrizio Gifuni), oltre che qualche lampo d’autoironia di gramelliniana memoria: la battuta sul libro “Cuore” di un redattore del suo giornale, “La Stampa”, o la donna che laconicamente, a una festa, gli fa notare l’entusiasmo e la prevedibilità della sua prosa nella medesima frase, come se i due aspetti coincidessero fatalmente. Il regista de “I pugni in tasca” a tratti resta fin troppo vittima di un flusso narrativo che procede per accumulo, per correlativi oggettivi carichi di inquieto, infantile terrore ma anche di amore, pur nelle sue varianti più ombrose e oblique. Ed è proprio questa atmosfera indefinita, affettiva ma inequivocabilmente luciferina, l’aspetto più interessante e riuscito del film di Bellocchio, nel quale il titolo del romanzo di Gramellini non è forse nemmeno più l’augurio di una mamma al figlioletto prima di addormentarsi, ma il monito attraverso il quale dare una forma organica alle proprie avventate visioni private e pubbliche; oltre che un messaggio a chiare lettere da indirizzare allo spettatore, non senza valenze semantiche che non hanno nulla di dolce né di consolatorio, ma si aprono a delle carezze più affilate del previsto. Dei sogni belli e salvifici, sì, ma con un’ombra di masochismo, per restare fedeli al rapporto di Massimo con la mamma, così simile per certi versi a quello di Ida Dalser con Benito Mussolini in “Vincere”.

In un film sviluppato nell’arco di 30 anni e permeato della fotografia vivida di Daniele Ciprì, Bellocchio ha anche la possibilità di dare vita a un alfabeto sentimentale simile a una galleria di pulsioni, di oggettistica d’epoca, di connessioni interne: dalla televisione usata a mo’ di focolare perturbante, come la sagoma di Belfagor a fare puntualmente capolino e a fungere da perverso angelo custode per il piccolo Massimo, alla guerra in Bosnia col viaggio nella capitale Sarajevo – con annessa morte di un’altra madre – passando per lo schiaffo a un prete e per un funerale accompagnato da una musica formicolante e quasi demoniaca. Non una sequela di “se” ma piuttosto di “nonostante”, attraverso i quali Massimo potrà (forse) crescere, per alludere alla frase-chiave pronunciata dalla sagoma pretesca di Roberto Herlitzka: “Il se è il marchio dei falliti, nella vita si diventa grandi nonostante”. Una collezione di totem di cui disfarsi, in altre parole, come lo erano l’amore della madre o il busto di Napoleone, simbolo del potere e insegna dell’autorità paterna, che Massimo non a caso butta giù dalla finestra con la scusa di un esperimento sulla forza di gravità. Un gesto autenticamente bellocchiano ed eversivo, che fa il paio con l’ultima sequenza di “Vincere”, che aveva per protagonista un busto di Mussolini divelto e fatto a pezzi. Nel film di Bellocchio si cresce esattamente come si vive: quasi mai per analogia, quasi sempre per contrasto.

Voto dell’autore:3.0 / 5

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