Frankenweenie (2012) - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 4 voto/i
4.20/5

Frankenweenie

RANKING
156° su 2562 in Generale
4° su 88 in Animazione
20121 h 27 min
Trama

Il piccolo Victor Frankenstein, appassionato di esperimenti scientifici, vive nella placida cittadina di New Holland insieme ai suoi genitori, Ben e Susan, e al suo cane Sparky. Victor è unito a Sparky da un profondo legame di affetto, e rimane sconvolto quando il cane viene investito da un’automobile restando ucciso. Ma dopo aver assistito ad una lezione sull’elettricità, Victor decide di riportare in vita Sparky…

Metadata
Regista Tim Burton
Titolo originale Frankenweenie
Data di uscita 17 Gennaio 2013
Nazione U.S.A.
Durata 1 h 27 min
Attori
Cast: Charlie Tahan, Winona Ryder, Catherine O'Hara, Martin Short, Martin Landau, Atticus Shaffer, Robert Capron, Glenn Shadix, Conchata Ferrell, Tom Kenny, Dee Bradley Baker, Jeff Bennett, Frank Welker
Trailer
Frankenweenie (2012)

Quello che abbiamo visto rappresentato innumerevoli volte nel cinema di Tim Burton è un universo gotico e tenebroso, popolato da creature stravaganti, eccentriche e con grandi difficoltà ad adattarsi al mondo in cui vivono. I suoi personaggi più celebri, a partire da Edward Mani di Forbice, sono solitari, emarginati, talvolta veri e propri “freaks”, o più banalmente delle creature incomprese che, come tutti, vanno alla ricerca (più o meno consapevolmente) di qualche traccia di calore umano. Sì, l’universo di Tim Burton è inesorabilmente oscuro, ma al tempo stesso è attraversato da un intenso bisogno di amore, e pronto ad illuminarsi e risplendere per una semplice scintilla di affetto, o per il contatto di due solitudini che si incrociano. E questo affetto ha origini quanto più possibile quotidiane e vicine alla nostra esperienza: come il legame, assolutamente unico ed insostituibile, che può esistere fra un bambino ed il suo animale domestico.

Partendo da questo spunto, nel 1984 Tim Burton girava “Frankenweenie”, un delizioso cortometraggio live-action di 30 minuti che rileggeva con intelligenza ed ironia il mito di “Frankenstein” di Mary Shelley: la storia di un bambino, dall’emblematico nome di Victor Frankenstein, che decideva di riportare in vita il suo defunto cagnetto, Sparky. A quasi trent’anni di distanza, nel 2012, Burton ha ripreso in mano il soggetto di “Frankenweenie” per realizzarne un omonimo film d’animazione, prodotto con la tecnica dello stop-motion (così come aveva già fatto nel 2005 per il bellissimo “La sposa cadavere”) e con l’ausilio del 3D. Sceneggiato dal suo fedele collaboratore John August, “Frankenweenie” è un’altra malinconica favola in bianco e nero nell’inconfondibile stile di Tim Burton, che rende omaggio a quella straordinaria iconografia del cinema horror che costituisce da sempre un’inesauribile fonte d’ispirazione per il regista americano: a cominciare dal romanzo “Frankenstein”, per l’appunto, e dalla trasposizione cinematografica diretta da James Whale nel 1931.

Tutto il film, del resto, è disseminato di richiami e citazioni di un immaginario inscritto da sempre nel codice genetico della produzione di Tim Burton: dallo stregonesco professor Rzykruski, il cui volto allungato ritrae quello dell’attore Vincent Price, ad altre fisionomie facilmente riconoscibili, come quella di Boris Karloff in Ben Frankenstein, il papà di Victor, o del “vero” Christopher Lee, che compare sullo schermo di un televisore nel ruolo del Conte Dracula; mentre perfino Persephone, la cagnetta dei vicini di casa della famiglia Frankenstein, ha la stessa “acconciatura” con le mèches bianche sfoggiata da Elsa Lanchester ne “La moglie di Frankenstein”. Un immaginario horror che Burton non esita ad evocare in tutta la sua suggestiva potenza, integrando la trama del cortometraggio originale con un’autentica “notte dei morti viventi” in cui animali di ogni tipo emergono come zombie dal loro sonno di morte, disseminando il terrore nella mansueta cittadina di New Holland: un impressionante microcosmo del peggior conformismo piccolo-borghese, dipinto con un tagliente sarcasmo che ne esaspera i toni grotteschi.

I film di Tim Burton, tuttavia, non sono dominati quasi mai da un rigido manicheismo: la cattiveria umana è sempre contrassegnata (e quindi mitigata) da un aspetto caricaturale ed umoristico, e può arrivare al punto di trasformarsi in un impulso totalmente opposto, come accade nel finale della pellicola alla “folla inferocita” (altro rovesciamento del modello letterario di base). Anche qui ciascun personaggio ha le sue peculiarità e le sue stranezze, che non risparmiano neppure l’ambito dell’infanzia. E così, attorno all’introverso ed ombroso Victor, Burton dissemina una memorabile galleria di singolarissimi – ed esilaranti – compagni di scuola: dall’infido e repellente Edgar, con una gigantesca gobba come quella di Igor, al bieco Nassor, il minaccioso rivale di Victor, fino ad Hara, bambina stralunata ed inquietante, foriera di nefasti presagi di sventura per mezzo di un lugubre gatto aruspice chiamato Mister Baffino. Fra adulti distratti, dispotici o inesorabilmente bigotti e puritani, pronti a scatenare una crociata contro il professor Rzykruski perché spaventati dalla sua rigorosa mentalità scientifica, ai più piccoli non resta che assimilarne l’opportunismo e la cieca ambizione, oppure isolarsi nel proprio piccolo mondo.

L’unica luce di speranza, in questa grigia cornice di alienazione e di solitudine, è offerta da un sentimento puro ed autentico come l’amore fra Victor ed il suo adorato Sparky. Un amore totale e incondizionato, destinato però a scontrarsi con la più tragica realtà della nostra esistenza, ovvero il trauma dell’estrema separazione da coloro che amiamo. Ma, perlomeno in questa commovente favola nera, è ancora possibile che l’amore riesca a sconfiggere la morte, ribaltando le leggi della natura proprio attraverso le armi della scienza (che, come insegna il professor Rzykruski al giovane Victor, va utilizzata non solo con la mente, ma anche con il cuore). E quando Sparky, seppure ricoperto di cicatrici e con i bulloni conficcati nel collo, ci corre incontro dallo schermo scodinzolando festoso, con una straordinaria dolcezza impressa nei suoi grandi occhi rotondi, è davvero impossibile non convincersi che ci troviamo di fronte a una delle creature più amabili ed infinitamente tenere mai viste al cinema. Così come è impossibile non pensare che “Frankenweenie” sia non soltanto una magistrale opera d’arte, ma anche il più emozionante capolavoro firmato da Tim Burton in tutta la sua carriera.

Voto dell’autore:4.5 / 5

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