Ghost in the shell - Recensione

Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 1 voto/i
2.80/5

Ghost in the shell

RANKING
1794° su 2102 in Generale
87° su 109 in Fantascienza
20172 h 00 min
Trama

Major, un singolare ibrido umano-cyborg delle operazioni speciali, è a capo della task force d’elite Section 9. Dedicato a contrastare i più pericolosi criminali ed estremisti, Section 9 affronta un nemico il cui unico obiettivo è neutralizzare gli sviluppi di cyber-tecnologia della Hanka Robotic.

Metadata
Regista Rupert Sanders
Titolo originale Ghost in the Shell
Data di uscita 30 marzo 2017
Nazione Stati Uniti
Durata 2 h 00 min
Attori
Cast: Scarlett Johansson, Pilou Asbæk, Takeshi Kitano, Juliette Binoche, Michael Pitt, Chin Han, Lasarus Ratuere, Yutaka Izumihara, Tawanda Manyimo, Peter Ferdinando, Rila Fukushima, Christopher Obi, Michael Wincott, Danusia Samal, Anamaria Marinca, Daniel Henshall, Mana Hira Davis, Kaori Momoi
Trailer

Catastrofe o capolavoro: se non è l’uno, è l’altro. Oggi il giudizio cinematografico di larga parte dell’opinione pubblica, e sempre più spesso, tristemente, della critica, si scinde in estremi, in assoluti. La via di mezzo, sempre e in ogni contesto necessaria, sembra proprio scomparsa; e anche “Ghost in the shell” ha subito, in parte, questa gogna mediatica. Criticato pesantemente sotto molti aspetti di natura artistica e produttiva, su tutti il “white-washing” che ha coinvolto la scelta di casting di Scarlett Johansso, il film di Rupert Sanders (quello di “Biancaneve e il cacciatore”, per intenderci) ha registrato e sta registrando tutt’ora anche un flop importante al botteghino. Il problema di “Ghost in the shell” non è che sia un film bello o brutto, un capolavoro o un obbrobrio, quanto piuttosto che sia un film, semplicemente e in modo disarmante, inutile, non necessario: un prodotto che si misura inevitabilmente con l’originale animato di Mamoru Oshii del 1995, ma non ha la forza e l’originalità per reggere il confronto e per autodefinirsi, per ricercare e trasmettere un senso e una ragione artistici. Il timore era questo, ed è stato confermato; ciò non toglie che l’opera di Sanders, isolata dal contesto culturale a cui appartiene e a cui fa riferimento, non sia costruita bene, mostrando qualità importanti soprattutto per l’intrattenimento.

I codici narrativi ed etici del lavoro di Mamoru Oshii sono qui ripresi innanzitutto per muovere l’azione, ben strutturata in fase di scrittura, ben accompagnata dalla colonna sonora (composta anche da Clint Mansell), ben costruita in fase di regia e montaggio. È lo “shell”, il guscio, l’involucro, l’esterno; ma manca proprio lo spessore del “ghost” (l’anima), che interroghi e parli al nostro “ghost”. Quando Mamoru Oshi realizzava il suo “Ghost in the shell” ispirandosi al manga di Masamune Shirow, non solo stava dando vita ad uno dei film d’animazione più famosi della cultura giapponese e mondiale; non solo stava creando sul grande schermo un immaginario solido e potente, che riprendeva le visioni di altri mondi cyber.punk precedenti, dominati dalla tecnologia e dall’avanguardia, dalla robotica, dalle luci e dai flash, dai rumori e dai suoni; ma stava innestando tutto questo dentro un impianto filosofico ancor più importante, tale da rimodellarne la forma (quel mondo diventava più mesto, malinconico, indifferente), ridefinirne i codici esistenziali e la sua essenza. Il poliziesco con i suoi fili ad intrecciare la trama di segreti e svelamenti, la fantascienza e le sue post-visioni, le sue atmosfere distorte e disturbanti ma sempre ammalianti, ben presto nell’approccio all’opera lasciavano campo alla riflessione filosofica sulla quale trovavano respiro: una spinta mistica che trascendeva la realtà, ma anche il genere del film. Si riduce, in sintesi, sulla duplice questione dello “shell” e del “ghost”.

La confezione e l’anima, il corpo e il cuore o la mente. Il film di Mamoru Oshii esaltava il “ghost”, riequilibrando per osmosi lo “shell”; Rupert Sanders in questo riadattamento in live-action si preoccupa più dello “shell”, lasciando al “ghost” un respiro fiacco e monocorde e soffocandone l’enorme potenziale. L’opera di Mamoru Oshii risultava sicuramente più impervia; questa invece doveva allargare il più possibile il proprio pubblico, e per farlo doveva inevitabilmente appoggiarsi non solo sul suo riferimento più diretto, ma anche su tanti film di intrattenimento moderno, spinti alla concitazione della trama, a prendersi brevi e facili pause riflessive, a background dei protagonisti privi di profondità empatica, a svelamenti fotocopia partoriti per lasciare aperture a possibili sequel (che di questo vive il mercato cinematografico). Così la sceneggiatura di Jamie Moss e William Wheeler lancia solo l’amo per riflessioni sulle contraddizioni tra natura umana e robotica, tra perfezionamento tecnologico e sentimento, umano e post-umano, uomo e superuomo, arma e amore; o su quali componenti del nostro essere giocano il ruolo principale, quali ci definiscono, quali indirizzano le nostre scelte verso i ricordi del passato o verso proiezioni e progetti del futuro, o di un futuro inglobato nel passato.

Dentro e fuori, tra l’indifferenza di un mondo che corre e l’intimità di una donna-cyborg che ricerca le proprie origini; ma il film non avverte la necessità di andare oltre, di non trattare il discorso solo come uno strumento ma renderlo invece il fine della storia. Una storia in cui il passato oscuro della protagonista, il “maggiore” Mira Killian, interpretata da una Scarlett Johansson spesso fuori dal suo personaggio, si rischiara con estrema facilità nella mente dello spettatore prima che lo faccia il film stesso; in cui il cattivo non è veramente cattivo, ma il vero cattivo è l’altro, che del cattivo ricopre solo il ruolo, ma non le fattezze né la grandezza (dinamiche già viste); in cui lo scenario futuristico, stantio per idee e anche per mancanza di freschezza nelle inquadrature, è stato già così largamente usato sul grande schermo che invece di un futuro possibile e lontano ormai ci fa quasi sentire in un presente conosciuto, se non addirittura in un passato dimenticato. Una trama quindi che, alla luce di queste considerazioni, ha il sapore del già visto, già sentito, già stancamente allungato e incessantemente riproposto. Più che “Ghost in the shell”, la pellicola di Rupert Sanders è uno “shell before the ghost”, “above the ghost”.

Voto dell’autore:2.8 / 5

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