Ida - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
4.10/5

Ida

RANKING
239° su 2562 in Generale
98° su 732 in Drammatico
20131 h 20 min
Trama

Polonia, 1962. Anna è una giovane orfana cresciuta tra le mura del convento dove sta per farsi suora: poco prima di prendere i voti apprende di avere una parente ancora in vita, Wanda, la sorella di sua madre. L’incontro tra le due donne segna l’inizio di un viaggio alla scoperta l’una dell’altra, ma anche dei segreti del loro passato. Anna scopre infatti di essere ebrea: il suo vero nome è Ida, e la rivelazione sulle sue origini la spinge a cercare le proprie radici e ad affrontare la verità sulla sua famiglia, insieme alla zia. All’apparenza diversissime, Ida e Wanda impareranno a conoscersi e forse a comprendersi: alla fine del viaggio, Ida si troverà a scegliere tra la religione che l’ha salvata durante l’occupazione nazista e la sua ritrovata identità nel mondo al di fuori del convento.

Metadata
Titolo originale Ida
Data di uscita 13 Marzo 2014
Nazione PoloniaDanimarca
Durata 1 h 20 min
Trailer
Ida

“Ida” è un film che muove da un doppio voto di castità: quello della sua protagonista, orfana allevata in un convento della Polonia d’inizio anni ’60 che sta per farsi suora, e quello del regista Pawel Pawlikowski, che per mettere in scena questa storia fa ricorso a un castigatissimo bianco e nero che ci consuma nella coltre, più distante che affettuosa, di un’assenza di colore voluta, di un sottotono narrativo ed estetico che possa elevare al massimo la statura sacrale della vicenda (alla maniera di Andrej Tarkovskij, ma non solo). Si parla, dopotutto, di una ragazza che rinuncia alle tentazioni mondane per inseguire la via di una vocazione: anche lei, quindi, deve rinnegare il colore, le sfumature sgargianti di una vita che la seduce (e l’abbandona), la passione per un giovane musicista che le si avvicina eroticamente.

È un mondo che, all’alba dei Sixties, sta cambiando radicalmente e velocemente, che di lì a poco erigerà muri e barricate. E ad Ida, che in realtà è stata cresciuta col nome di Anna e non sapeva delle sue origini ebree prima di incontrare la zia, spetta l’onere di imboccare la strada opposta, prendere il sentiero della carcerazione religiosa mentre chiunque altro intorno a lei, tra ribellismo e canzonette (“24.000 baci” è udibile in una delle tante esecuzioni dal vivo in un locale), pare andare in direzione ostinata e contraria. Ida, più che il (vero) nome della protagonista, è il suo doppio. Un’altra (da) sé che lei stessa sperimenterà, mostrando i capelli e anche altro, scoprendo il lato carnale dell’esistenza pur non lasciandosene ammaliare, tastandolo un attimo per poi smetterlo immediatamente. È un personaggio oscuro e algebrico nel suo asettico candore, quello del film di Pawlikowski: i suoi occhi fondi e neri delimitano non i moti di un’anima tormentata ma tracciano quella che somiglia più a un’indecifrabile mancanza di sconvolgimenti. L’abisso indistinto, in altre parole, di un atto di fede che in quanto tale non si pone problemi, che può anche permettersi di osservare l’Inferno perché tanto l’Inferno non le appartiene. Che non s’interroga, non legifera intorno a se stesso, non agogna la vita che non ha avuto e non avrà.

Il regista insinua una specie di istanza addirittura satanica negli occhi della notevole esordiente assoluta Agata Trzebuchowska, dando luogo a un contrasto fortissimo e fecondo di mistero (“Tu lo sai l’effetto che fai, vero?”, le dice il musicista). Ida non scruta nessuno, fissa il niente. La zia Wanda, che l’accompagna in una sorta di viaggio alla scoperta di se stessa e delle sue origini che è in parte anche un “on the road”, Ida / Anna sembra non vederla neanche. I volti silenti in Ida riflettono lo spaesamento anche geografico, oltre che intimo ed emotivo, di un personaggio che usa l’austerità del portamento e dei modi come reazione a un mondo che si rifiuta di incasellarla e di guardarla, lui per primo. Ci sono solo la sua Bibbia, il suo rosario, l’impalcatura irreprensibile di un fideismo che però è destinato a diventare problematico. Basti pensare alla scena in cui il controcampo rispetto al suo sguardo si traduce una scala avvolta nelle tenebre, metafora perfetta di una fede che prima del crollo si fa più rigida (Ida si rintana sotto le coperte, mentre la musica di sotto suona sempre più forte e tentatrice), ma allo stesso tempo più vertiginosa e tortuosa.

Quello di Pawlikowski è oggi il miglior “film da festival” possibile: un’opera che usa l’ascetismo come strumento e non come pretesto, in un modo che è dreyeriano per davvero. Edificandogli intorno un singolare apparato di dramma e contraddizioni, di illuminazioni ed equilibri fragili. La regia dal suo canto lascia parlare l’ambientazione e gli sfondi delle inquadrature come personaggi. I tanti primi piani del film infatti, quando non sono primissimi, occupano spesso solo un terzo del frame; i restanti due terzi sono riempiti dal fondale dell’immagine, come a sottolineare l’amore del regista per il contesto e per gli spazi e l’assenza di ogni pigra adesione a un antropocentrismo che pure sarebbe stato più comodo. Anche quando zia e nipote sono entrambe in campo, la proporzione della frazione non cambia, come se anche delle anonime mattonelle fossero lì ad aggredire con tutto il loro gelo la gioia solo potenziale di un legame che sta per costruirsi.

Voto dell’autore:4.2 / 5

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