Il contagio - Recensione

Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 2 voto/i
3.15/5

Il contagio

RANKING
1725° su 2323 in Generale
560° su 660 in Drammatico
20171 h 45 min
Trama

In una palazzina borghese nella periferia di Roma si intrecciano le vite dei protagonisti, tra amore e sesso a pagamento, crimine e speranza, formando un intricato intreccio in cui la periferia è come un gigantesco mostro che vive ai margini di una grande città.

Metadata
Titolo originale Il contagio
Data di uscita 28 settembre 2017
Nazione Italia
Durata 1 h 45 min
Attori
Cast: Vinicio Marchioni, Maurizio Tesei, Anna Foglietta, Vincenzo Salemme, Giulia Bevilacqua, Daniele Parisi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Lucianna De Falco, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Flonja Kodheli, Nuccio Siano
Trailer

Non ha la carica espressiva di “Et in terra pax”, né quell’eruzione velata di umanità e violenza, di realtà e simbolismo, quella ricerca effettistica non fine a se stessa, quello sguardo impavido e sicuro su esseri umani vinti e vincitori. “Il contagio” non ce l’ha, ed è un peccato. Un peccato che Matteo Botrugno e Daniele Coluccini non siano riusciti a replicare a quell’esordio così magnificamente spiazzante. Un peccato perché sulla carta, e alla base di quanto il film riesce a far supporre ed intuire, c’è l’idea di un cinema temerario che non scende a compromessi, intelligente nella messa in scena e potente nel rappresentare le dinamiche, relazionali prima e interiori poi, dei suoi personaggi, tenute saldamente ma in modo sottile e sottotraccia: capaci, appunto, di esplodere senza esplodere veramente, un tumulto trattenuto, che non ti scuote mai in modo superficiale. Proprio come accadeva in “Et in terra pax”. Ma tutto questo ne “Il contagio” è deputato ad attimi e momenti, relegati più alla seconda parte del film, quella in cui la vicenda si sposta di tre anni in avanti, quando si perdono i contatti, i volti, quando le conseguenze di determinate azioni diventato sfumate e sfuggevoli; più nella sua coda, quindi, che in un quadro complessivo faticoso e talvolta zoppicante.

Non era facile tradurre in immagini un libro di parole come quello di Walter Siti, da cui “Il contagio” è tratto, e questa difficoltà emerge fin da principio e subito dopo la bella scena iniziale: scena in cui la macchina da presa dei due registi si muove tra le finestre e i balconi di un condominio della periferia romana, così periferia da sembrarci quasi qualcosa di nuovo, atipico e mai visto. Una finestra sul cortile, dove il cortile in questo caso è costituito da spacciatori seriali, dal malaffare, da cooperative che si mascherano dietro le buone opere per lucrare su tutto, uomini che vendono il proprio corpo, altri che tentano di fare soldi senza un lavoro, adoperando qualsiasi stratagemma; donne forti con le spalle curve appesantite dalle colpe dei loro uomini, da incomprensioni e grida spesso trattenute, donne ingenue che si lasciano manovrare, donne-mamme che conoscono tutto di tutti, ma non i loro figli. La narrazione de “Il contagio” si costruisce così, tra le parole che imbastiscono una trama e in relazioni che ne diventano gli ingranaggi e il motore. Un motore che non riesce, tuttavia, ad andare come dovrebbe. Se la sceneggiatura non è impeccabile quando riduce certi dialoghi e situazioni a cliché, sono gli attori a costituire il tallone d’Achille del film, persi in interpretazioni cariche di smorfie e ricami superflui, pompose, esagerate, compulsivamente teatrali, che non trovano quasi mai una corrispondenza e un’incarnazione in quella realtà umana / periferica che tentano di raccontare, perché, come si diceva, il racconto parte da loro e si forma con loro.

La realtà non regge e difficilmente si attualizza, diventando qualcosa di anomalo e fuori contesto, macchiettistico e informe: i riferimenti alla Roma di oggi si riducono in tal senso a semplici abbozzi di rimandi facili ed involontari, perciò deboli. Il simbolo, invece, nelle poche e fugaci sequenze liriche e poetiche dove grazia e miseria convivono nell’uomo teso tra angoscia e speranza, nell’amore che si prova per l’amata/o o per una madre, e nell’amicizia come legame principe e principiale, sebbene in un connubio precario ma determinante, e spesso decisivo, si dimostra ancora una volta la cifra migliore dei due autori: con la solita fotografia di Davide Manca, capace di muoversi tra poesia e reale rintracciando corporeità nella prima e strofe e versi nella seconda; e con la colonna sonora come portale tra le due dimensioni. In questa Roma lontana, squallida e sporca, assolata e cupa allo stesso tempo, l’umanità resta disarticolata sopra un palcoscenico teatrale: maschere dalla pantomima esagerata, che la macchina da presa di Botrugno e Coluccini spesso non riesce a comprendere e restituire nella loro autenticità, carnalità, forza di denuncia, ingabbiata in soluzioni stilistiche scontate, altre di puro effetto un po’ fine a se stesso. Il cinema resta sottotraccia, o dietro una porta chiusa, come quegli squarci trattenuti di dolore, di compassione, di bellezza e di grazia. Non basta, ma sono segni tangibili di un cinema italiano indipendente che c’è e resiste.

Voto dell’autore:3.0 / 5

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