Il figlio di Saul - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
4.10/5

Il figlio di Saul

RANKING
239° su 2562 in Generale
98° su 732 in Drammatico
20151 h 47 min
Trama

Nell’ottobre del 1944, alcuni ebrei vengono raggruppati dai nazisti nel Sonderkommando di Auschwitz, con lo scopo di assisterli nello sterminio degli altri prigionieri. Di questo gruppo fa parte Saul Ausländer, costretto a entrare e uscire dai forni crematori e muoversi in continuazione da un luogo degli orrori all’altro, sotto le grida, gli strepiti e il furore degli spietati capi. In uno di questi forni sembra riconoscere suo figlio e decide di portarne via il cadavere cercando un modo per dargli degna sepoltura. Pur di riuscirci e restituire un barlume di umana dignità alla tragica situazione volta le spalle ai propri compagni, intenti ad escogitare un piano di fuga.

Metadata
Regista László Nemes
Titolo originale Saul fia
Data di uscita 21 Gennaio 2016
Nazione Ungheria
Durata 1 h 47 min
Trailer

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Il figlio di Saul

Il rumore assordante degli spari dei fucili, le urla deliranti di una caterva di uomini-macchine, l’angoscia, l’isteria collettiva, l’alienazione di un uomo in fuga, perennemente braccato da una macchina da presa che gli sta incollata addosso, con sullo sfondo l’orrore tramutato in confusionaria visione. Per questo suo esordio, “Il figlio di Saul”, il regista ungherese László Nemes, insignito del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2015 e vincitore del premio Oscar per il miglior film straniero, sceglie il punto di vista di un testimone delle stragi in un campo di sterminio, con semi-soggettive e diversi piani sequenza utili per addentrarsi appieno nel tunnel della disperazione. La scelta stilistica ha un senso fortemente carico di pathos nella compresenza attiva alle azioni di Saul, interpretato con eloquente asciuttezza dallo scrittore Géza Röhrig, e nella sua forma antispettacolare sceglie intelligentemente di non mostrare le barbarie, concentrandosi piuttosto sulle risultanti riflesse sul volto e negli occhi del coraggioso protagonista, per questa storia di piana resistenza.

Il progetto del film nasce dal ritrovamento di un testo scritto da alcuni membri del Sonderkommando prima della rivolta del 1944, dal titolo “La voce dei sommersi”. Le pagine clandestine vennero nascoste sottoterra e ritrovate solo molti anni dopo la fine della guerra. Da questa testimonianza incredibile nasce la sceneggiatura dallo stesso regista con la collaborazione di Clara Royer, che fa cerchio attorno alla vita nei campi di sterminio di questi prigionieri che erano costretti a rimuovere i cadaveri, bruciarli vivi e poi ripulire tutto. L’omissione visiva delle orribili azioni, come una garza o un filtro con il quale ricoprirsi di vergogna e socchiudere lo sguardo alla vista, permette al regista di concentrarsi sull’aspetto sonoro, che acquisisce una certa preponderanza: una grande operazione portata a termine da un gruppo di sound designer che in post-produzione hanno lavorato giornate intere per offrire un’esperienza auditiva, prima ancora che visuale, di altissimo livello. Privo di eroismi, il film vale soprattutto come esperienza di cinema, anche se si fatica a restare appesi per tutta la durata a una tipologia di visione che tende troppo a sopprimere la forza primaria del cinema, quella di costruire scene di una certa valenza figurale.

Si può sempre omettere, pur invogliando a osservare oltre l’assunto delle immagini; cosa che fa, in modo piuttosto suggestivo, un film russo di Elem Klimov dal titolo “Va’ e vedi”, che sembra essere stata una tra le visioni di punta del regista, una sorta di “gemello” utile per afferrare una tipologia soggettivante di realizzazione cinematografica. Dentro questa forma consapevole, Nemes decide di non farsene carico, conferendo però allo stesso modo al film una presa coscientemente salda nel suo realismo efficace in maniera insostenibile, lontano da qualsiasi seduzione estetica. Il formato 4:3 lascia che il disagio di tale visione instabile, fortemente connotata di pulsioni e allarmanti scosse emotive, si esplichi al meglio delle salde intenzioni. La enorme X rossa dipinta sulla schiena di Saul resta segnata in testa come il marchio di un male che in realtà, nella sua compresenza maligna, finisce per svelarsi discosto e remoto nel suo conformarsi alle piaghe della storia.

Voto dell’autore:4.2 / 5

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