Irrational man - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
3.65/5

Irrational man

RANKING
1187° su 2562 in Generale
457° su 732 in Drammatico
20151 h 35 min
Trama

Abe Lucas è un magnetico ed affascinante professore di filosofia. Brillante ma instabile, in questo particolare momento della sua vita si sente emotivamente provato e incapace di trovare un significato alla propria esistenza. Poco dopo il suo arrivo come nuovo insegnante presso il college di una piccola città, Abe si ritrova coinvolto nella vita di due donne: Rita Richards, professoressa solitaria che spera che lui la salvi dal suo matrimonio infelice; e Jill Pollard, sua migliore allieva ed anche migliore amica.

Metadata
Regista Woody Allen
Titolo originale Irrational Man
Data di uscita 16 Dicembre 2015
Nazione Stati Uniti
Durata 1 h 35 min
Attori
Cast: Emma Stone, Joaquin Phoenix, Jamie Blackley, Parker Posey, Meredith Hagner, Ethan Phillips, Ethan Phillips, David Aaron Baker, Susan Pourfar, Tamara Hickey, Michael Goldsmith, Michael Goldsmith, Tom Kemp
Trailer
Irrational man

La gente, oggi, si inventa dei drammi solo per riempire il vuoto delle proprie esistenze. Lo dice Jill Pollard, il personaggio di Emma Stone, studentessa di filosofia solare e all’apparenza trasgressiva, parlando dell’esplosione di una mina avvenuta in Iraq che ha causato la morte di un amico stretto di Abe Lucas (Joaquin Phoenix), suo tormentato e sfatto insegnante di filosofia, e che qualcuno è riuscito tramutare, di passaparola in passaparola, in una decapitazione. È un dettaglio del film di nessun peso drammaturgico, né rilevante in alcun modo, eppure, a sentirlo buttare lì un po’ casualmente dentro un film di Woody Allen, tra una chiacchiera filosofica e l’altra, inevitabilmente stona e attira l’attenzione. Perché guarda caso “Irrational man”, ultima fatica del regista newyorkese, si collega in maniera nemmeno tanto sottile al clima mortifero di una quotidianità globale dove, tra drammi fai-da-te e stragi curate nei minimi dettagli, il racconto della morte si vive minuto per minuto oscillando tra la pianificazione del massacro e la sua applicazione, tra paranoia e ansia da contagio. In un meccanismo che amplifica se stesso di continuo e che trae da tale ossessività mediatica la propria forza vitale.

Intendiamoci, Allen continua ad essere un cineasta “inattuale” così come in molti sono soliti intenderlo; inchiodato, in maniera in questo caso smagliante, al proprio consueto cumulo di nevrosi e disquisizioni amare, che stavolta paiono avvolgere la filosofia più “didattica” in un’aura quasi affettuosamente parodica, quando non disincantata (da Kant ad Husserl passando per Kierkegaard ce n’è davvero per tutti…). È innegabile però che il regista, come sottolineato opportunamente da qualcuno che ha voluto vedere oltre la superficie all’apparenza sempre “aliena” del suo cinema (si pensi agli scritti di critici come Bocchi, soprattutto, e Buccheri), non sia esente da un racconto della società e della propria epoca in costante evoluzione, film dopo film, anno dopo anno. Con “Irrational man”, nella fattispecie e più che altrove, Allen pare cogliere in maniera tanto feroce quanto come sempre involontaria e disinteressata lo “zeitgeist” dei tempi che stiamo vivendo, contraddistinti da una radiografia imperterrita di qualsiasi volontà di annientamento; soprattutto se riconducibile a un singolo, più che a un gruppo sociale.

Anche il protagonista di “Irrational man”, interpretato da un Joaquin Phoenix beone, imbolsito e come sempre perfettamente in parte, trae dopotutto dalla macchinazione di un omicidio e dalla sua preparazione fin nei minimi dettagli la propria linfa vitale, trovando così l’insperato salvacondotto di un’esistenza naufragata e senza ancore di salvezza, nella quale la sua professione di docente universitario non lo interessa più, le ricerche accademiche finalizzate alla stesura di un libro su Heidegger e il fascismo si sono arenate e la vita sembra ormai drammaticamente prossima a un buco nero senza via d’uscita. Non l’ombra di un sussulto, né sentimentale né tantomeno sessuale, visto che anche le avance della collega Rita Richards (Parker Posey) si scontrano con la paralisi e l’impotenza di Abe, assolutamente restio, al contempo, a tramutare in qualcosa di più il rapporto con la più giovane Jill, che pure passa un’enorme quantità di tempo con lui e pende letteralmente dalle sue labbra. Un languore disperato ed esistenzialista che si lascia tentare addirittura dalla roulette russa, e che troverà solo in una forma estrema di pragmatismo la panacea di tutti i propri mali, con tanto di epifania e conseguente ebbrezza.

È proprio tale scarto a rendere “Irrational man” la versione indispettita e realmente provocatoria di “Match point”, che non a caso con il nuovo film di Allen non condivide né gli asettici umori londinesi né tantomeno il grigiore delle atmosfere: in quest’ultimo caso tutto appare più vivo e pulsante, meno a tesi e a sangue freddo, a cominciare dalle luci calde e dalle scelte espressive del bravissimo direttore della fotografia Darius Khondji, in grado di produrre immagini molto accentuate a livello cromatico e galvanizzate da un cinemascope che riempie gli occhi. Se il film con Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers omaggiava insomma “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij con una nettezza e una secchezza che apparivano troppo programmatiche per un cineasta ben più sfaccettato come Allen, ecco che “Irrational man” ci restituisce ciò che in quel film mancava, vale a dire l’anima profonda del suo autore ed uno sguardo sul mondo autenticamente alleniano: uno sguardo che abbiamo imparato a conoscere per oltre quarant’anni di cinema, film dopo film, dai più preziosi ai meno riusciti, appannamenti e passaggi a vuoto compresi.

Beffardo e sornione, paradossale e ironico, “Irrational man” è un distillato dell’Allen più crudo e pessimista; un film non ammansito né edulcorato, dove si avverte la necessità di una prospettiva tagliente e deformante sulle cose del mondo, a tal punto da incentrare l’intera operazione su un “puro gesto” dalle fatali conseguenze (e da mostrare due protagonisti che, anziché visitare un planetario astrale come in “Manhattan”, si vedono alterati e simili a nani mostruosi nello specchio di un luna-park). Un atto talmente prosaico e infimo, pur nell’ansia da prestazione e nel perfezionismo con il quale è congegnato, da rinegoziare qualsiasi forma di idealismo e romanticismo: Abe Lucas, dopotutto, ha perso per strada qualsiasi fiducia in ogni forma di concettualità, sbarra la strada a qualsiasi tentativo di seduzione nei suoi riguardi, e gli unici orgasmi nei quali si cimenta sembrano una diretta propaggine della propria eccitazione omicida, un atteggiamento all’interno del quale il sesso finisce per rimare solo con la morte e con nient’altro. E i gesti più ordinari, dal passeggiare al guidare, sono sottolineati da un onnipresente commento musicale jazz (“The ‘in’ crowd” del Ramsey Lewis Trio), che lo stesso Allen definisce “un beat incessante e pulsante”, capace di donare alle immagini una misteriosa e convulsa natura dinamica, come un battere e levare di natura per l’appunto sessuale, ben prima che mortifera.

Se è vero che, per citare Jean-Paul Sartre (una chiosa presente anche nel film), “l’Inferno sono gli altri”, tanto più in un’epoca liquida e frammentata che disgrega e prostra le relazioni umane e il rapporto con chi ci è più prossimo, anche il neo-narcisismo del ventunesimo secolo non se la passa poi tanto bene. Abe Lucas, in fondo, è un fallito perché non è mai riuscito, in vita sua, a lasciare un segno, una “macchia umana”, per dirla con Philip Roth, su quelle che Allen stesso definisce le “fragili contingenze” della vita: non gli resta allora che affidarsi all’impurità tutt’altro che astratta di una traccia che colmi tale lacuna, un segno massimamente concreto che possa certificare il suo passaggio sulla terra. Quando nel finale, a seguito di una serie di circostanze e al colmo del paradosso e dell’assenza di senso, il personaggio di Emma Stone accende quasi beffardamente una piccola torcia, l’ironia e il distacco tragico di Allen paiono ai massimi livelli: non c’è e non ci può essere dettaglio rivelatore e/o idea illuminante, in una storia così tragica e insensata.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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