Killer of sheep - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
4.35/5

Killer of Sheep

RANKING
70° su 2562 in Generale
25° su 732 in Drammatico
19781 h 23 min
Trama

La vita di un gruppo di sottoproletari afroamericani dalle parti del Mississippi e la loro quotidiana lotta per la tenace sopravvivenza allo sfruttamento, all’incomodo di un lavoro di cui non ci si può certo vantare. Stan abitano in uno di questi quartieri poveri ed è costretto a uccidere pecore in un macello. Frattanto, le persone a lui care - moglie, figli, amici - vivono, gioendo altresì fra una lacrima e l’altra, di quel poco che hanno.

Metadata
Regista Charles Burnett
Titolo originale Killer of Sheep
Data di uscita 20 Settembre 2019
Nazione Stati Uniti
Durata 1 h 23 min
Trailer

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Killer of sheep

Interamente condotto in porto da Charles Burnett, “Killer of sheep”, scritto, diretto, prodotto, fotografato e montato dallo stesso regista – importante cineasta indipendente afroamericano attivo dal 1969 – è indubbiamente il suo film più rappresentativo, nonché il suo capolavoro, comparato dalla critica al neorealismo italiano. Ce lo ricorda a partire proprio dallo stile semi-documentarista della regia e dalla fotografia in bianco e nero, polverosa ed incisivamente espressiva, capace di rivelare, per via anche della spontanea bravura di un cast di attori mai visti – se non il protagonista Henry G. Sanders, in qualche serie televisiva – aspetti della vita del popolo “black” che non erano mai stati raccontati in maniera così veritiera, se non, almeno nell’approccio di base, da Jean Rouch, nel suo “Moi, un noir” del 1958, film fondamentale del cosiddetto “Cinéma-verité”.

Ma questo inestimabile capolavoro va oltre il neorealismo e il cinema diretto; nella sua scorza prettamente realista rivela qualcosa di ancora più autentico, nonostante film come quelli di Roberto Rossellini e Vittorio De Sica (soprattutto “Paisà” e “Umberto D.”), e appunto di Rouch, siano punti di riferimento imprescindibili. Burnett scopre momenti di poesia nella grazia di un ballo soul fra coniugi nella penombra della loro camera o in una corsa a tre sulla stessa bicicletta fra bambini e adolescenti, lungo una strada trafficata dalle pochissime automobili che si vedono nel corso del film. Non si alza mai la voce in “Killer of sheep”, e se si verifica qualche litigio i simpatici personaggi lo gestiscono con l’accondiscendenza di chi è consapevole di non capirsi, ma che con semplicità riesce a passarci sopra, evitando l’asprezza dello scontro per futili motivi; lo stesso denota il linguaggio del film, che decide di non fondarsi più di tanto su una scrittura nervosa.

“Killer of sheep” si lascia prendere a poco a poco, riuscendo a farsi amare. La regia, che privilegia campi totali o medi e pochi primi piani – se non sul bellissimo volto della moglie di Stan (Kaycee Moore) – ci rende spettatori partecipi e allibiti di un universo di rigorosa serenità nella semplicità del quotidiano; esseri umani che come pecore sgomente giocano e si rincorrono con bici, maschere antigas, sassolini e polvere con cui insozzarsi. Un gradevolissimo compendio di canzoni afroamericane che passano dal soul al jazz, fino al blues elettrico, ammorbidiscono la visione del film mediante una grazia prodigiosa, introvabile, seppur rivelata nel secco sudiciume di una stagione – l’estate – raccontata attraverso gli sguardi di una cultura e le disarmonie di una povertà che in realtà è ricchezza.

Voto dell’autore:5 / 5

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