Last Vegas - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 1 voto/i
2.70/5

Last Vegas

RANKING
2277° su 2562 in Generale
385° su 453 in Commedia
20131 h 45 min
Trama

Paddy, Sam, Archie e Billy sono amici di vecchia data ormai non più giovanissimi. Il primo e l’ultimo sono divisi da un astio duro a morire per via di una donna comune che in passato fu in bilico tra l’uno e l’altro, scegliendo poi Paddy. Billy adesso ha trovato una compagna molto più giovane di lui che sembra avergli cambiato la vita ed è prossimo al matrimonio: un’occasione da non perdere per tornare in quella Las Vegas che aveva visto le loro scorribande di gioventù, ma che oggi appare molto, molto diversa dalla città che essi conobbero ai loro tempi…

Metadata
Regista Jon Turteltaub
Titolo originale Last Vegas
Data di uscita 23 Gennaio 2014
Nazione U.S.A.
Durata 1 h 45 min
Attori
Cast: Robert De Niro, Morgan Freeman, Michael Douglas, Kevin Kline, Mary Steenburgen, Jerry Ferrara, Romany Malco, Roger Bart, Joanna Gleason, Michael Ealy, Bre Blair, April Billingsley, Stephen Scott Scarpulla, Andrea Moore
Trailer
Last Vegas

Michael Douglas, Robert De Niro, Morgan Freeman e Kevin Kline: ben quattro premi Oscar, senza contare la sempre incantevole Mary Steenburgen, per un film che va ad inscriversi in quel filone “old” che recentemente sta a dir poco spopolando: basti pensare ai vari “Quartet” e “Marigold Hotel”, o allo stesso “Nebraska” di Alexander Payne, che però è in realtà è un film molto più personale e ben distante dal modello corale degli altri due. “Last Vegas” di Jon Turteltaub prova a fondere tale tendenza con quella altrettanto redditizia e modaiola del post-sbornia, delle notte da leoni, degli addii al celibato e di tutte le varianti del caso; dando vita ad un ibrido tra i due target che però non riesce a sganciarsi dalla rincorsa alla gag scontata, e in cui si fatica a trovare un reale motivo d’interesse che vada oltre la contemplazione di quattro vecchie glorie alle prese con acciacchi e problemucci di disfunzionalità senile, tanto fisica quanto affettiva. Ammesso che questa sia, in fin dei conti, una ragione per cui sobbalzare sulla poltrona, e a prescindere dal fatto che l’abbiamo già vista altre mille voglie e pure meglio, con sceneggiature più delicate e profonde e una messa a fuoco dei personaggi più sfumata e meno “easy pack”.

Dinanzi alla prevedibilità manualistica di un film con il pilota automatico, allora, cosa salvare? Di certo non la sceneggiatura un po’ pigra e studiatamente amarognola di Dan Fogelman, per non parlare della regia piatta e senza nerbo di Turteltaub, che si limita ad assecondare le mosse degli attori. E stringi stringi neanche le interpretazioni di questi ultimi, alle prese con caratterizzazioni talmente ricamate su loro stessi da rischiare l’asfissia. D’altronde, una cosa è cucire addosso, un’altra (ben diversa) è appicciare intuibili contrassegni a interpreti arcinoti: ecco che allora De Niro è lo scorbutico con il pugno sempre ben alzato; Douglas ha i capelli tinti color nocciola, è quello invecchiato meglio, il seduttore per forza di cose; Freeman è il vessato dal cuore d’oro ma anche sofferente, oppresso da una famiglia che dopo l’infarto lo verrebbe rintanato a casa e nulla più; e Kline, invece, è il marito stanco cui la moglie ha autorizzato una parentesi libertina. Se si conosce un minimo la carriera dei suddetti attori, la tipizzazione appare piuttosto bolsa, senza uno scarto d’originalità che potesse mettere gli interpreti dinanzi a sfide differenti, nuove e dunque più succulente.

Cosa salvare, si diceva. In un film che sembra costruito più per la piacevolezza nel girarlo degli autori e degli attori che non per soddisfare realmente le aspettative del pubblico, non resta che attaccarsi all’atmosfera generale, che nonostante la meccanicità e le sparute ma tutto sommato discrete risate dimostra di avere qualcosa in più da offrire quando scende sul terreno della nostalgia. Riuscendo così a intercettare, anche se solo in parte, una caratura e una credibilità da commedia agrodolce in cui i protagonisti per primi sanno che nessun bagordo è più possibile (è solo il letto che gira, non la testa). E soprattutto che le cicatrici, i lutti, i rancori mai sopiti sono testimonianza diretta di una mortalità con cui fare i conti, che ritorna sul passato per guardare a un presente che forse è più vitale di quel che sembra e può ancora fornire degli stimoli autentici, ben più necessari delle minestre riscaldate di giovinezza. Ecco che allora il film si tramuta in parte in un inno all’amicizia dai toni confortevoli, in cui ognuno pronuncia un “okay” come a dire “Ecco, io ci sono, per me e per gli altri”, mettendo la parola fine su un week-end da urlo, “il primo addio al celibato sponsorizzato dal pronto soccorso”.

E anche un momento in cui tutti e quattro si guardano negli occhi ma per davvero, perché non funziona nulla se non ci si mette lì a guardarsi negli occhi, come recita una battuta del film. Peccato però che “Last Vegas” con i suoi personaggi lo faccia molto di rado, preferendo la scorciatoia, il frangente isolato in cui strappare un sorrisetto esile (c’è perfino la votazione di un concorso per ragazze in bikini in cui Kline dà i voti in ritardo, come Guglielmo Mariotto di “Ballando con le stelle”), senza andare oltre il conservatorismo da rom-com pre-ospizio, quello delle fedi tolte prima del party e degli altri triti luoghi comuni del genere. Turteltaub i suoi personaggi non li osserva; piuttosto li incornicia, come nel ralenti in cui sono vestiti di tutto punto o nella scena, comunque esilarante, in cui Morgan Freeman balla in discoteca sulle note di “September” degli Earth, Wind & Fire. A stagliarsi nella memoria è allora la Diana Boyle di Mary Steenburgen, cantante da pianobar disillusa ma con gli occhi ancora luccicanti di malinconico incanto per la vita e le sue inaspettate sorprese. Un personaggio vero e a tutto tondo (l’unico, in barba allo scarso minutaggio riservatole), per un’attrice ancora avvenente e mai davvero sfiorita.

Voto dell’autore:2.7 / 5

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