L’immortale (2017) - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
4.00/5

L'immortale

RANKING
315° su 2477 in Generale
2° su 95 in Azione
20172 h 20 min
Trama

Manji ha visto uccidere la sorella e ha giurato di vendicarsi; per convincerlo a portare a termine il proposito, gli appare una misteriosa donna che gli offre eterna giovinezza e immortalità. Nel frattempo i genitori di Rin Asano vengono uccisi da una banda di guerrieri chiamati "Itto ryu". La ragazza chiede allora l'aiuto di Manji per vendicarsi: insieme, proveranno a mettere fuori gioco la banda.

Metadata
Regista Takashi Miike
Titolo originale Mugen no jûnin
Data di uscita 22 giugno 2018
Nazione GiapponeGran Bretagna
Durata 2 h 20 min
Attori
Cast: Takuya Kimura, Hana Sugisaki, Sota Fukushi, Hayato Ichihara, Erika Toda, Ebizo Ichikawa, Chiaki Kuriyama, Kazuki Kitamura, Tsutomu Yamazaki, Min Tanaka, Shinnosuke Mitsushima
Trailer

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L’immortale (2017)

Dopo “13 assassini” e “Death of a samurai”, Takashi Miike torna a raccontare le storie del Giappone feudale e dei suoi samurai, questa volta ispirandosi al manga di Hiroaki Samura “L’immortale”. Come in altri suoi film, il protagonista è un reietto, un emarginato che ha perso le proprie radici; e come accade anche in “Dead or alive” o in “The city of lost souls”, Miike ci regala un incipit che racchiude un po’ l’anima stessa del film. Il bianco e nero proietta lo spettatore nel passato pieno di sangue di Manji, un samurai in fuga che ha ucciso il proprio shogun e tutte le sue guardie. In quei dieci minuti c’è tutto il cinema di Miike: c’è la solitudine, c’è la violenza brutale, c’è il tema della vendetta, ci sono gli elementi mistici del cinema nipponico, c’è l’omaggio al genere Jidaigeki della tradizione gispponese. In tutto questo, Takashi Miike è regista straordinario nel coniugare la fedeltà al manga e la potenza cinematografica; e nel proseguo non mancano altri elementi cardine della filmografia del cineasta giapponese, ovvero il gore e lo splatter che emergono dal fiume di odio in cui è immerso il protagonista. La sua immortalità, vissuta come una condanna piuttosto che come un dono, trascina lo spettatore in un turbinio di violenza che parte dall’amore.

È la contrapposizione tra amore e violenza, già analizzata in altri lavori di Miike, a rendere “L’immortale” un pugno nello stomaco. In un’intervista il regista ha dichiarato che “l’amore porta morte”, e il film si sviluppa su questa idea. Altro elemento classico della filmografia di Miike è il contrasto tra violenza ed ironia: spesso infatti la crudezza delle immagini viene spezzata da elementi ironici. Ne “L’immortale” tali caratteristiche prendono forma attraverso personaggi al limite del grottosco – il gruppo di ronin contro cui si batte Manji nella prima sequenza sembra uscito da “I guerrieri della notte” – e dialoghi spesso esasperati, a volte riusciti, altre volte meno. “L’immortale”, per tutta la sua durata di 140 minuti, si lascia godere portando nuova gloria e nuova linfa al cinema dei samurai, specie dopo i disastri occidentali nel volerne replicare lo stile e le tematiche (vedasi “47 ronin”, ai limiti del patetico). Se Takeshi Kitano con il suo “Zatoichi” aveva presentato al Festival di Venezia del 2003 un film equilibrato, quasi classicista per alcuni versi, e che faceva dell’eleganza il suo punto di forza, dall’altra parte Miike, a 14 anni di distanza, porta a Cannes il suo personale punto di vista sui samurai, in un elogio della vendetta che, in sintesi, è già un piccolo cult.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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Da quando ho 13 anni mi sono imposto di vedere almeno due film al giorno. Ora ho quasi 29 anni e posso dire di aver visto più di diecimila film, qualcuno più, qualcuno meno. Nel 2016 ho collaborato alla stesura del libro " J-Movie. Il cinema giapponese dal 2005 al 2015" (2016, Edizioni Simple) occupandomi del cinema horror giapponese nel capitolo 5. Il cinema è la mia grande passione, se ancora non fosse chiaro

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