Mal di pietre - Recensione

Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 1 voto/i
3.00/5

Mal di pietre

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1746° su 2246 in Generale
176° su 220 in Sentimentale
20162 h 00 min
Trama

Francia, 1950. Gabrielle Rabascal è una donna appassionata e libera che vive in un matrimonio senza amore. Si innamora di André Sauvage, un ex militare, quando verrà mandata in una clinica nelle Alpi svizzere per curare i suoi calcoli renali; Gabrielle desidera quindi liberarsi da quel vincolo matrimoniale e scappare per sempre con André.

Metadata
Regista Nicole Garcia
Titolo originale Mal de pierres
Data di uscita 13 aprile 2017
Nazione FranciaCanadaBelgio
Durata 2 h 00 min
Attori
Cast: Marion Cotillard, Louis Garrel, Àlex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Inès Grunenwald, Jihwan Kim, Caroline Megglé, Daniel Para, Victor Quilichini, Francisco Alfonsin, Julio Bollullo Carasco, Sören Rochefort, Ange Black-Bereyziat, Camilo Acosta Mendoza, Folco Jullien
Trailer

Fuoco e fulmine, tempesta e quiete: Gabrielle Rabascal è una donna dalla vita contrastata, sospesa tra la follia e il desiderio, tra irrazionalità e profonda, talvolta tenera, passione. Vive nelle campagne nel Sud della Francia, con una famiglia che non riesce a contenerne i numerosi eccessi che la dipingono al resto della comunità come una “pazza svitata”: a ragione di questo le viene imposto di sposare un giovane onesto e comprensivo, José, in modo da renderla una donna rispettabile e all’apparenza “normale”. Ma una volta condotta in cura presso una clinica svizzera, per curare il cosiddetto “mal di pietre” (i famosi “calcoli”) di cui è afflitta, Gabrielle si innamora di un ex-tenente dell’esercito, André Sauvage (Louis Garrel), che accende in lei smanie e fantasie così esagerate da stravolgere la realtà, ma che le donano la voglia di vivere. “Mal di pietre” della regista francese Nicole Garcia è la gestione di una donna esuberante e “abbondante”, incontrollabile; è la gestione di un amore, quello silenzioso tra Gabrielle e il marito e l’altro, segreto ma appassionato e romantico; è il tentativo, infine, di gestire un film che non riesce a non abbandonarsi al melò più scontato dentro sviluppi narrativi fiacchi e ripetitivi. A tenere salde le maglie di questa trama e a innervarne i circuiti narrativi, catturando l’attenzione dello spettatore, è in particolar modo la prova di Marion Cotillard (nonostante il pessimo doppiaggio italiano), sempre più brava e sempre più consapevole di esserlo.

L’attrice francese è smodata e imprevedibile come il suo personaggio: Gabrielle così risulta non etichettabile a priori o con facilità, depista ogni sorta di interpretazione a suo riguardo e si scarta da ogni inquadramento. È una donna che combatte una propria guerra personale e tutta interiore, che spesso sfocia in azioni di cattiveria verso gli altri. La sua pazzia è declinata attraverso i dettagli che la Cotillard cura con un’attenzione unica: sguardi fuggevoli e obliqui, camminata scomposta, occhi che si perdono nel vuoto. Ma è una pazzia che nasce dalla mancanza di amore, dato e ricevuto: “Non è pazza, ha solo bisogno di un uomo che la ami”, afferma sua madre ad inizio film, e non riuscire a raggiungere questo obiettivo ne alimenta gli scompensi, i vuoti, le sofferenze. Il merito della Garcia è di aver intuito di avere tra le mani un’interprete che avrebbe donato alla sua protagonista lo spessore necessario alla sceneggiatura, tratta dal romanzo di Milena Agus e per il resto non così potente né convincente. E Alex Brendemühl è la controparte perfetta nelle vesti di un marito che accetta i deliri della moglie, che ne comprende la sofferenza, che si lascia consumare dentro e stancamente aspetta; aspetta di essere finalmente ascoltato, che poi è il principio / sinonimo dell’amore. Anche lui combatte la sua guerra personale.

Gabrielle e José sono due sconosciuti che vivono sotto lo stesso tetto con il loro figlio, uniti solo formalmente in matrimonio, ma in attesa di trovarsi dopo indifferenze, inganni e silenzio. Con loro due il film entra in profondità che gli sarebbero altrimenti sconosciute, scavando e perforando in intimità una superficie d’amore che pare solo isteria dal lato di lei o masochismo fine a se stesso dal lato di lui, e portando la riflessione su un piano universale, senza relegarla al caso particolare e “clinico” di una donna malata e pazza e di un marito sottomesso e privo di qualsiasi reazione, ma piuttosto al caso di una donna che “brucia”, e bruciandosi fa del male a se stessa e agli altri, e di un uomo capace di spegnere l’incendio: un atteggiamento raffigurato nella placida calma del mare di Provenza, spesso catturato dai suoi occhi e dai nostri grazie alla macchina da presa della regista e al lavoro fotografico di Christophe Beaucarne. Se “Mal di pietre” avesse avuto una storia meno velata di melodramma retrò e arcinoto, quindi meno stantia e più capace di accogliere le voluttà e le capriole amorose di Gabrielle, il silenzioso martirio di José, nonché l’imperturbabilità di André, di giustificare queste parti e di indirizzarle in percorsi tematici precisi, orchestrandole dentro una partitura sintatticamente più solida, una storia più determinata e forte da sé, senza dipendere dai suoi interpreti, avremmo potuto parlare di qualcosa di bello, vero e potente… ma non di soli attori è fatto un film.

Voto dell’autore:3.0 / 5

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