Maps to the stars - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
3.63/5

Maps to the Stars

RANKING
1249° su 2562 in Generale
478° su 732 in Drammatico
20141 h 51 min
Trama

Agatha Weiss, una ragazza misteriosa con un lato del viso sfigurato da ustioni, approda a Hollywood in cerca di lavoro. Suo padre Stafford è un rinomato guru new-age con numerosi clienti celebri, fra cui Havana Segrand, un’attrice frustrata di mezza età con una carriera in declino; sua madre Cristina invece fa da manager al figlio minore, il tredicenne Benjie, star di una popolare serie cinematografica.

Metadata
Titolo originale Maps to the Stars
Data di uscita 21 Maggio 2014
Nazione CanadaStati UnitiFranciaGermania
Durata 1 h 51 min
Attori
Cast: Julianne Moore, Mia Wasikowska, Evan Bird, John Cusack, Robert Pattinson, Sarah Gadon, Carrie Fisher, Olivia Williams, Emilia McCarthy, Niamh Wilson, Amanda Brugel, Jayne Heitmeyer, Clara Pasieka, Jennifer Gibson, Joe Pingue, Jonathan Watton
Trailer
Maps to the stars

La limousine bianca a bordo della quale Eric Packer attraversava New York in “Cosmopolis” era come un gigantesco sarcofago in movimento in un mondo alle soglie dell’apocalisse, in cui le nozioni di tempo e di spazio erano annullate, cristallizzate in un presente immobile e a-storico. Specularmente, la limousine con la quale l’autista Jerome Fontana (sempre Robert Pattinson, l’Eric di “Cosmopolis”) trasporta la giovane Agatha Weiss (Mia Wasikowska) lungo quel percorso di effimera vicinanza alle celebrità denominato “la mappa delle stelle” è un autentico ascensore per l’inferno. La “fabbrica dei sogni”, del resto, è una città popolata di morti: morti che non sanno di essere tali o spettri pronti a prendere forma davanti a occhi per i quali non esiste più alcuna cesura fra realtà ed incubo. Questa è la Hollywood sulla quale si posa lo sguardo di David Cronenberg in “Maps to the stars”, in concorso al Festival di Cannes 2014, nonché primo film del grande cineasta canadese girato per intero sul suolo statunitense.

Luogo paradigmatico, lastricato dalle stelle di cemento della Walk of Fame così come dalla memoria perduta di troppe Norma Desmond, apoteosi del metacinema fin dai tempi del leggendario “Viale del tramonto” di Billy Wilder, la Hollywood di Cronenberg è il microcosmo straniante e straniato all’interno del quale convergono le esistenze di un nugolo di personaggi, tra legami familiari bruscamente troncati e inaspettate connessioni instaurate via twitter. Come accade alla Agatha di Mia Wasikowska, figura nella quale la candida ingenuità di una novella Naomi Watts da “Mulholland Drive” si fonde con il tenebroso fascino da dark-lady, con tanto di viso sfregiato dalle ustioni come la Gloria Grahame de “Il grande caldo”. Ma la dolce Agatha, devota assistente personale di una matura attrice in declino (chi non ricorda il mitico “Eva contro Eva”?), è forse lei stessa un fantasma, risorto dalle fiamme che aveva appiccato anni addietro, allo scopo di ripristinare il connubio interrotto con il fratellino Benjie (Evan Bird), divo viziatissimo e dal canto suo già tormentato da demoni che gli si materializzano nelle sembianze di una bambina appena deceduta in un letto d’ospedale.

La Wasikowska, guanti neri fin sopra i gomiti (come la Audrey Hepburn di “Colazione da Tiffany”) e caschetto castano ad incorniciare un volto che sa suggerire inquietudine ancor più che nel precedente “Stoker”, torna ad affiancare una scatenata Julianne Moore (premiata come miglior attrice a Cannes), mamma amorevole ne “I ragazzi stanno bene” e qui diva cinquantenne in inarrestabile decadimento. La sua Havana Segrand, che si abbandona a festini a luci rosse e si infligge massicce dosi di lassativi, è perseguitata dallo spettro della madre, Clarice Taggart (Sarah Gadon), quasi una feroce erinni, della quale Havana si accinge a ripercorrere le orme interpretando il suo medesimo ruolo nel remake della pellicola che l’aveva resa un’icona. Potrebbe essere la protagonista di un film di David Lynch, Havana, o una variante della Gena Rowlands in balia delle ossessioni ne “La sera della prima” di John Cassavetes, ma infinitamente più devastata e senza speranza. Come del resto tutti gli altri personaggi di “Maps to the stars”, intrappolati fra passato e presente, in una dimensione distorta e allucinata, a metà strada fra l’horror e la black-comedy (la danza sfrenata di Havana sulla metaforica “tomba” di un bimbo dal viso d’angelo).

La sceneggiatura di Bruce Wagner non segue coordinate ben determinate, né tantomeno si avvale di una struttura geometrica o facilmente decodificabile; al contrario, il film di Cronenberg procede secondo un moto labirintico che di volta in volta sovrappone e scompone i “destini incrociati” dei suoi personaggi, con una glaciale freddezza nella quale non trovano spazio i giudizi morali, ma tutt’al più le sornione tracce di un umorismo nerissimo (la granguignolesca sequenza dell’omicidio consumato a colpi di statuetta di un premio cinematografico). Tuttavia “Maps to the stars”, nonostante le apparenti analogie con un film quale “I protagonisti” (capolavoro di Robert Altman del 1992), è solo in parte una satira crudele sull’industria hollywoodiana e i suoi meccanismi perversi. Certo, nel corso della narrazione non mancano gli “inside joke”, i riferimenti all’immaginario cinematografico e televisivo più recente e perfino un cameo della “vecchia gloria” Carrie Fisher nei panni di se stessa: ma tutto questo offre soprattutto la cornice, sfavillante e patinata, per una discesa agli inferi nel segno di un fato imperscrutabile (da tragedia greca, verrebbe da dire, fra “colpe dei padri” e ineluttabili incesti) dal quale non esiste via di fuga. Nemmeno a Hollywood.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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