Oldboy (2013) - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 2 voto/i
2.70/5

Oldboy (2013)

RANKING
2277° su 2562 in Generale
127° su 153 in Thriller
20131 h 44 min
Trama

L’agente pubblicitario Joe Doucett, divorziato e alcolizzato, viene rapito e recluso in una stanza senza un apparente motivo. Durante la prigionia Joe apprende dalla televisione, l’unico suo possibile collegamento con l’esterno, che la sua ex-moglie è stata violentata e uccisa e che lui è il principale e unico indiziato. Dopo vent’anni viene liberato, per poi essere contattato proprio dal suo carnefice, che lo incoraggia a scoprire il motivo per cui si è meritato una tale punizione.

Metadata
Regista Spike Lee
Titolo originale Oldboy
Data di uscita 5 Dicembre 2013
Nazione U.S.A.
Durata 1 h 44 min
Attori
Cast: Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Samuel L. Jackson, Sharlto Copley, Lance Reddick, Michael Imperioli, Max Casella, Richard Portnow, Ilfenesh Hadera, Grey Damon, Rami Malek, James Ransone, Linda Emond, Hannah Simone, Pom Klementieff
Trailer
Oldboy (2013)

“Oldboy” è il terzo lungometraggio consecutivo in cui Spike Lee ha smesso di essere Spike Lee, ossia quello Spike Lee che ha raccontato per davvero l’America, o meglio i molteplici volti dell’America (presente e passata, pubblica e privata). Un semplice cambio di registro: e nessuno può avere il diritto di criticare un autore per questo motivo. A preoccupare è, semmai, la parabola discendente che questa svolta artistica ha preso. “Inside Man” era un film straordinario; “Miracolo a Sant’Anna” era mediocre, ma aveva ancora qualcosa da dire e da mostrare (per quanto criticabile); a questo remake del capolavoro di Park Chan-wook, invece, si fa davvero fatica a trovare una giustificazione.

Generalizzando, possiamo affermare che ci sono due motivi per cui un regista (per non parlare di un grande regista) si debba cimentare nel rifacimento di un film ormai già cult di soli dieci anni precedente: l’esigenza di applicare i medesimi contenuti di quella stessa opera in un contesto sociale differente (con qualche necessario aggiustamento), oppure lo spirito di “emulazione” – nozione da non denigrare, dal momento che fino al Romanticismo l’arte si è evoluta per graduali riformulazioni di canoni e topoi – ossia una rielaborazione personale sul piano stilistico di un’opera che si considera esemplare e degna di essere recuperata con differenti modalità, un dichiarato esercizio di stile condotto su un modello celebre. Sulla base di questi due aspetti si dovrebbe rispondere alla domanda “C’era veramente bisogno che Spike Lee dirigesse questo remake?”. Dal punto di vista del primo aspetto, quella del mutato contesto sociale in cui innestare una vicenda uguale o molto simile, il risultato è senz’altro negativo e si giustifica molto sbrigativamente (persino a priori): lo spirito che anima lo “Oldboy” di Park Chan-wook è inevitabilmente differente e si nutre di un insieme di figurazioni che appartengono visceralmente alla cultura orientale; spesso è evidente l’impaccio, sul piano della sceneggiatura, di giustificare determinati passaggi sulla base di parametri occidentali.

Non è sufficiente mostrare, attraverso alcuni dettagli, che nella camera-prigione di Joe ci sono una Bibbia, un crocefisso e i volumi dell’Enciclopedia Britannica, per ovviare a questo fondamentale problema di fondo. Il discorso che riguarda l’aspetto formale è persino più delicato: a Spike Lee non basta citare fedelmente un po’ di inquadrature dal film di Park Chan-wook per ottenere automaticamente uno statuto di autorevolezza estetica. Entrambi i registi si rivolgono a uno stile palesemente barocco; ma se quello del coreano è scoppiettante e sempre imprevedibile, quello dell’americano rischia di essere troppo “leccato” e tendente agli estremi opposti: talvolta è lezioso, talvolta fin troppo pulp – e la violenza è spesso ancor più sovraccarica che nel film del 2003.

Voto dell’autore:2.7 / 5

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