Solo gli amanti sopravvivono - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
4.03/5

Solo gli amanti sopravvivono

RANKING
322° su 2562 in Generale
13° su 113 in Horror
20142 h 03 min
Trama

Adam è un musicista underground dall’aria sbattuta, indaffarato tra Gibson e violini preziosi. Eve, creatura eterea e malinconicamente slavata, è una vorace lettrice, che consuma letteratura di ogni epoca in qualsiasi lingua, che sfoglia Ariosto con la stessa leggerezza con cui manda giù un dolce calice di sangue prelibato. Sì, perché Adam e Eve sono vampiri, intellettuali e raffinati, ancorati a una cultura di cui si nutrono per resistere, per non piegarsi allo squallore dilagante del mondo che li circonda e che mai potrà inghiottirli, fin quando essi serberanno nella loro anima il più potente di tutti gli antidoti. Una linfa per la salvezza, un fluido che li inonda come una meravigliosa sostanza tutt’altro che venefica, quasi più importante del liquido ematico che i due si procurano nella maniera più elegante possibile: nessun morso ai danni degli uomini, ormai ridotti a zombie, ma un rifornimento diretto nel reparto analisi di un ospedale...

Metadata
Regista Jim Jarmusch
Titolo originale Only Lovers Left Alive
Data di uscita 15 Maggio 2014
Durata 2 h 03 min
Trailer
Solo gli amanti sopravvivono

Il titolo dell’ultima opera di Jim Jarmusch, “Only lovers left alive”, è eloquentissimo: solo gli amanti sono rimasti in vita, perché solo l’amore è in grado di garantire la sopravvivenza. Un amore per le cose che contano, da non elargire indistintamente e in modo scriteriato a tutto il creato. Un amore per il consorte ma anche per la bellezza, per il potere evocativo di note in grado di risuonare negli angoli più remoti della percezione, per il patrimonio lasciatoci in eredità dai nostri predecessori. Per un progresso fondato su solide basi culturali e conoscitive, per ciò che è avvolto nella notte come le vite dei protagonisti e aspetta solo di essere dissotterrato. Non certo per vedere la luce di chissà quale implausibile speranza ma per inebriarsi del bagliore di una consapevolezza distaccata e decadente ma anche sensibile, permeata di bontà e pacificata rassegnazione. Illuminata da una condiscendenza amorevole e non solo mesta e compassionevole, indizio di uno sguardo sul mondo equidistante e altissimo, epurato dalle scorie delle inesattezze e delle bassezze umane. Loro sono morti, ma i tasselli che toccano continuano a vivere e a pulsare come poche altre cose.

Adam e Eve vivono rispettivamente a Detroit e a Tangeri e la loro relazione prosegue da secoli, non scalfita dagli anni che passano né dai mutamenti di un’umanità che intorno a loro si è andata facendo sempre più fatiscente e ferina. Risiedono lontano dalla Los Angeles hollywoodiana che è quartier generale degli zombie; estranei, come Jarmusch durante tutta la sua carriera, a quella Città degli Angeli talvolta soffocante per la creatività di un artista. Bazzicano piuttosto nella sede mondiale dell’automobile e nella città dei White Stripes di Jack White, il quale viene addirittura citato direttamente dalla Eve di Tilda Swinton durante una ricognizione in auto sui luoghi fantasma di Detroit: un polo in cui i teatri sono dismessi e le strade prigioniere di un’oscurità insondabile. A riprova che là fuori c’è il nulla, pronto a fagocitare ogni cosa, contro il quale sono ammessi solo atti di resistenza, quartetti d’archi di Schubert da opporre all’aridità del silenzio più fosco. Ed è in reazione a tale vuoto assoluto che Adam e Eve, che scelgono Stephen Dedalus e Daisy Buchanan come pseudonimi e prenotano voli a nome Fibonacci, si (pre)occupano di collezionare, sottrarre al tempo, “immortalare” per assimilazione, rendendo eterno proprio come loro tutto ciò che maneggiano; e quando un oggetto fragile si rompe, la tristezza e lo scoramento sono giustamente acuti, come accade ad Adam e al suo modello pregiatissimo di chitarra.

I “lovers” jarmuschiani sono archivisti di emozioni e manufatti dell’ingegno e dell’arte umana, pervasi dall’ansia di tesaurizzare il più possibile per toglierlo all’incuria smodata dei loro contemporanei ciechi e incolti. O forse solo per puro, depresso individualismo. Adam e Eve sono immortali come dei greci, eppure non bellicosi, affezionatamente monogami da svariate primavere, e il loro nettare primario non possono che essere la conoscenza e il sapere, nella concezione più aurea, ovvero da intendere come ozio e confortevole tedio della vita. Rappresentano l’affermazione odierna di una forma fertile di classicismo, che non si traduce in fredda antiquaria ma si apre alla solitudine hipster della musica elettronica e dei suoni dark, elevando tutto ciò a categoria dell’anima contro qualsiasi becera standardizzazione di genere. Jarmusch è totalmente innamorato di questi personaggi e li fa amare anche a noi in un film piano e anti-narrativo, eccezionale nella dimensione dell’afasia e dell’uniformità nostalgica entro cui si rinchiude. Uguale dall’inizio alla fine, salvo l’incursione inutile di Mia Wasikowska (Ava, sorella di Eve), “Solo gli amanti sopravvivono” è un loop estatico che indica la cura certosina del proprio spirito attraverso dischi e letture quale via privilegiata per farla franca e fregare la morte, salvacondotto in mezzo ai fantasmi del niente.

Memorabile l’inizio, con la macchina da presa che incalza l’avvolgente moto a spirale di un giradischi sovrapponendolo, attraverso delle dissolvenze incrociate, a una di quelle inquadrature a piombo tanto amate da Jarmusch. Una scelta di campo del tutto azzeccata che plana direttamente sui protagonisti, intenti a bere e con la testa reclinata all’indietro, un po’ intontiti, un po’ galvanizzati, un po’ tossici (ma tossicità più grave, si sa, è quella degli altri, al di fuori della magione domestica in cui essi abitano, accampati tra le loro passioni). Un’inquadratura che tra le altre cose restituisce pienamente la circolarità di un’opera preziosa, sottilissima e anche ironica, in cui basta una scelta d’arredamento geniale per riflettere tra il serio e il faceto sulla relatività del progresso (i due protagonisti comunicano indistintamente anche usando rispettivamente un iPhone o una vecchia Tv) e nella quale Christopher Marlowe è il vero autore delle opere di William Shakespeare, mentre quest’ultimo è non troppo affettuosamente declassato a “zotico zombie analfabeta”. È una delle tante folli e divertenti invenzioni che costellano tutto il film, spesso citazioniste e dissacranti, e che nella fattispecie sceglie di avallare la celeberrima ma non confermata tesi sulla paternità degli scritti del Bardo, tra grandi ilarità. A ribadire, come se non fosse abbastanza chiaro, che Adam e Eve stanno dalla parte di coloro che la storia ha rinnegato. Proprio come loro stessi, costretti all’ombra funerea di un’eternità senza scampo per andare avanti. Stretti all’amore che gli rimane, unico superstite tra le macerie.

Voto dell’autore:4.7 / 5

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