Rusty il selvaggio - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
4.00/5

Rusty il selvaggio

RANKING
327° su 2562 in Generale
148° su 732 in Drammatico
19831 h 34 min
Trama

Tulsa, Oklahoma. Rusty James, sedicenne leader di una piccola gang, vive con il mito di suo fratello maggiore, noto come "Quello della moto", anni prima leader carismatico delle bande di adolescenti locali, tornato a sorpresa dopo una lunga fuga. Il loro padre è un avvocato fallito e alcolizzato; la loro madre ha abbandonato la famiglia. Tra liti e bravate, che gli costano il fidanzamento con Patty, informata di una sua scappatella, Rusty vede svanire ogni suo mito.

Metadata
Titolo originale Rumble Fish
Data di uscita 21 Ottobre 1983
Nazione Stati Uniti
Durata 1 h 34 min
Attori
Cast: Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane, Dennis Hopper, Diana Scarwid, Vincent Spano, Nicolas Cage, Chris Penn, Laurence Fishburne, Michael Higgins, Glenn Withrow, Tom Waits, Sofia Coppola, S.E. Hinton, William Smith
Trailer
Rusty il selvaggio

Capolavoro di Francis Ford Coppola, “Rusty il selvaggio” è uno di quei film che contengono al proprio interno differenti livelli di visione, tutti altissimi. Tratto, come “I ragazzi della 56° strada”, da un romanzo di Susan Eloise Hinton, anche co-sceneggiatrice, “Rusty il selvaggio” è allo stesso tempo racconto per ragazzi e saggio antropologico, apologo morale e articolo di cronaca. De “I ragazzi della 56° strada” riprende l’ambientazione, gli anni ’60 a Tulsa, in Oklahoma, e il tema della violenza giovanile, per espanderlo in una visione più ampia e netta della società alle prese con lo sbando generazionale e il primo affacciarsi dell’eroina come nuova droga di largo consumo. Sorretto dalle ottime interpretazioni dei protagonisti, con un Mickey Rourke dimesso e silenzioso, uno straordinario Dennis Hopper nel ruolo del padre e un Matt Dillon giovanissimo ed esplosivo, “Rusty il selvaggio” inizia rifacendosi in maniera evidente al cinema di “duri” e gang degli anni ’50 e ’60 (da “Il selvaggio” a “West Side Story”, addirittura) per rivelare in fretta le ispirazioni profonde che lo attraversano. Nel trasportare sul grande schermo il libro di Hinton, Coppola ha voluto mantenere infatti il complesso sistema di simbolismi e riferimenti alla cultura greca, e il simbolo viene trasferito in fretta nella messa in scena e nella fotografia.

Tutto il film è girato in un bianco e nero carico di contrasto, con un gran lavoro del direttore Stephen H. Burnum; a colori ci sono solo i pesce tuono (i pesci da combattimento del titolo originale “Rumble fish”), che “Quello della motocicletta” vuole liberare. I pesci chiusi in una vasca si ammazzano tra di loro, ma messi nel fiume nuoterebbero liberi, senza aggressività, e forse il mondo tornerebbe a colori. È chiaro il valore simbolico dei pesci come rappresentazione degli adolescenti di Tulsa, rinchiusi nel mondo di provincia che li porta a una logica di scontro e di autodistruzione. “Quello della motocicletta” lo sa, lo capisce prima di Rusty e degli altri perché con la sua moto ha girato fino in California e ha visto il mondo che abita da fuori: un mondo in cui gli va bene essere fenomeno da baraccone perché ne conosce le dinamiche, ma da cui vuole salvare gli altri. Accanto al messaggio, all’analisi socio-antropologica, Coppola riesce a spingersi in un territorio di sperimentazione registica quasi azzardato. Il regista de “Il Padrino” ha iniziato a lavorare all’adattamento del romanzo partendo da due spunti: la musica e l’immagine. Da un lato, Coppola aveva pensato a una colonna sonora che scandisse il tempo degli eventi con un’insieme di percussioni che doveva accompagnare tutto il film; addirittura, nelle primissime fasi della lavorazione aveva inciso alcuni spunti musicali per poi lasciare spazio a Stewart Copeland, il batterista dei Police, che avvierà a partire da “Rusty il selvaggio” una proficua carriera di compositore.

Sul piano dell’immagine, invece, Coppola aveva iniziato a lavorare a ogni scena del film attraverso un dettagliatissimo storyboard e a una serie di prove con il cast: ogni momento era visivamente già costruito, aveva la sua bozza. L’abituale propensione al barocchismo del regista trova così in “Rusty il selvaggio” un terreno fertile per sviluppare un sistema di giochi di rimando ai classici del cinema tedesco e russo, dall’espressionismo ai film di Sergej Michajlovic Ejzenstejn. È soprattutto il cinema di Orson Welles, però, a fornire il materiale principale per l’ispirazione di Coppola: nell’uso del grandangolo e nei punti di ripresa, che straniano lo sguardo e giocano con la profondità di campo. Nonostante alcune incertezze dovute probabilmente all’eccessivo desiderio di sperimentare, soprattutto nei primissimi minuti, “Rusty il selvaggio” si impone ancora adesso, a più di trent’anni dall’uscita nelle sale, come un film fondamentale per comprendere i possibili incroci del linguaggio cinematografico, nella capacità di unire immagine e parole, suono e scrittura. A livello di curiosità, nel cast compaiono tra gli altri i giovanissimi Nicolas Cage e Sofia Coppola.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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