Safari - Recensione

Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
4.00/5

Safari

RANKING
285° su 2323 in Generale
9° su 66 in Documentario
20161 h 30 min
Trama

Africa. Turisti tedeschi e austriaci in vacanza per cacciare nelle distese selvagge, dove antilopi, impala, zebre, gnu e altre creature pascolano a migliaia. Guidano nel bush, si appostano, braccano le loro prede, sparano, singhiozzano per l’eccitazione e si mettono in posa davanti agli animali che hanno catturato. Un film sulle vacanze che parla della pratica di uccidere, un film sulla natura umana.

Metadata
Regista Ulrich Seidl
Titolo originale Safari
Data di uscita 1 settembre 2017
Nazione AustriaDanimarca
Durata 1 h 30 min
Attori
Cast: —
Trailer

Presentato fuori concorso alla 73° edizione del Festival del Cinema di Venezia, “Safari” è l’ultimo film in ordine di tempo del regista austriaco Ulrich Seidl. Documentario asciutto ed essenziale nella sua composizione, “Safari” offre allo spettatore un quadro spietato e senza censure di un gruppo di cacciatori tedeschi e austriaci che trascorrono le loro vacanze nelle terre della savana africana andando a caccia di impala, gnu, zebre e giraffe. Apparentemente innocuo nella disinvoltura con la quale la macchina da presa si cala tra i bassi arbusti della savana, seguendo i suoi protagonisti a caccia che sussurrano tra loro di avvistamenti, posizioni da tenere, concentrazione da mantenere, azioni da controllare, completamente a loro agio e per niente turbati dallo sguardo del cinema, il film di Seidl esplode il suo colpo attraverso la forza dei contenuti che quella stessa macchina da presa riesce a catturare. È come lo sparo del fucile imbracciato dal cacciatore di turno, uomo o donna, esperto o meno: l’unico suono potente del film, perforante e capace di squarciare quei bisbigli, i dialoghi sempre composti che si intercalano alle sequenze di movimento e le inquadrature fisse di Seidl.

Si svolge così “Safari”, alternando i respiri della battuta di caccia alle parole di dialoghi / interviste, la fissità al movimento, il rimando delle parole alla cruda realtà delle immagini, riuscendo a creare una struttura narrativa interna che si evolve, raggiungendo il suo apice nell’agonia di una giraffa, colpita ma non mortalmente, mostrata senza filtri, senza remore alcune. La forza del film di Seidl sta nel non offrire su un piatto d’argento giudizi facili né sentimentalismi, nel non ricercare alcun artificio stilistico e straniante, di essere perciò il più verosimile possibile e lasciare al cinema una certa invisibilità pur non rinunciando ad inquadrature di rara precisione e raffinatezza, sempre puntuali e mai superflue, sottolineando l’importanza di un’armonia cinematografica che spesso nei documentari si perde. Non ci sono vere interviste, ma dialoghi tra due interlocutori, uomo e donna, inseriti in precisi “tableau vivant” che per la cura delle simmetrie e delle linee, nonché per la presenza di personaggi reali ma piuttosto grotteschi nelle sembianze e nei discorsi, richiamano parzialmente il cinema di Roy Andersson. Tra questi cacciatori c’è chi tenta di giustificare la caccia come ordine naturale e chi invece non ha paura di ammettere il piacere che questa gli provoca, chi distingue tra “uccisione” ed “abbattimento”, chi parla di prezzi degli animali, chi si avventura in discorsi filosofici e chi parla della bellezza degli animali.

Si passa dai puri tecnicismi, tra la qualità e le prestazioni di fucili e pallottole, agli stati d’animo e le sensazioni provati al momento dello sparo o del recupero dell’animale. Questi personaggi si mettono a servizio di Seidl e della sua macchina da presa come i ragazzi africani che li accompagnano, impegnati a fare il lavoro sporco: sono loro ad entrare nelle conseguenze di quello sparo, di quell’uccisione, di quella caccia, laddove c’è da scuoiare, spezzare, ripulire. C’è un discorso quindi anche più ampio portato avanti dal regista austriaco, che non risparmia questi suoi connazionali, ricchi vacanzieri, potenti con un fucile in mano ma piccoli perché operano in sicurezza e nascosti in totale assenza di effettivo pericolo; e certifica dall’altra parte, in brevi e fugaci quadri, la condizione di arretratezza, anche culturale, della terra africana e del popolo africano, che lavora e si sporca le mani, che non fa domande e non comprende. Tra sottile disprezzo e totale indifferenza, l’inquadratura del regista li inchioda al muro insieme alle teste-trofeo. Non è il suo punto di vista; è, spesso, il nostro. Il suo è piuttosto lo sparo, lancinante nella quiete, di un cinema spietato e radicale, che scuote, provoca e “abbatte”.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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