Sono un cyborg, ma va bene - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
4.20/5

Sono un cyborg, ma va bene

RANKING
145° su 2404 in Generale
11° su 233 in Sentimentale
20061 h 47 min
Trama

Young-goon è un cyborg, Park Il-soon un ladruncolo che fa proprie le caratteristiche dei volti altrui; o almeno, così credono. Entrambi vivono in un ospedale psichiatrico dalle pareti verdi e imbottite, trascorrendo le giornate insieme ad altri particolarissimi pazienti: una donna decisamente sovrappeso che divora tutto il cibo che le capita a tiro, un ragazzo che ritrova la sua dimensione camminando all'indietro, "malati" che - ciascuno a suo modo - creano a loro immagine e somiglianza qualcosa di congeniale per passare il tempo.

Metadata
Regista Park Chan-wook
Titolo originale Ssaibogeujiman Gwaenchanha
Data di uscita 19 febbraio 2018
Nazione Cora del Sud
Durata 1 h 47 min
Attori
Cast: Im Soo-jung, Rain, Oh Dal-su, Park Jun-myun, Choi Hee-Jin, Kim Byeong-ok, Lee Yong-nyeo, Yoo Ho-Jeong, Park Byung-eun, Cheon Seong-Hun
Trailer

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Sono un cyborg, ma va bene

Dopo la trilogia della vendetta, il pubblico ha grandi aspettative su Park Chan-wook ed inizia a paragonarlo con sempre più insistenza al collega americano Quentin Tarantino; ed in quel momento Park decide di sorprendere tutti con un film totalmente diverso, sia dal punto di vista estetico e stilistico che da quello tematico. Se nella trilogia la solitudine e la vendetta erano i temi attorno a cui giravano i film, “Sono un cyborg, ma va bene” non riprende laddove la trilogia ci aveva lasciato, ma si spinge molto oltre, portando sullo schermo, con una delicatezza incredibile, una favola moderna che solo il cinema orientale sarebbe in grado di raccontare. Il film è una storia d’amore ambientata in un manicomio in cui troviamo una serie di pazienti affetti dalle malattie più assurde: se la protagonista Young-goon è convinta di essere un cyborg che deve eliminare tutti i “camici bianchi”, ossia i dottori, Park Il-soon è un uomo capace di rubare le doti degli altri pazienti.

In questo manicomio, che nulla ha a che fare con le mura etiche di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ci sono i personaggi più strani, che sembrano usciti da un cartone animato; e Park Chan-wook non fa nulla per smorzare i tratti fiabeschi, anzi li accentua rendendo la pellicola iperglicemica e coloratissima. Se dovessimo analizzare il film, basterebbe osservare con attenzione una delle scene di apertura, in cui la protagonista è catatonica sul letto di un ospedale e viene trasportata da un’infermiera che intanto racconta le storie dei pazienti e delle loro follie. Grazie a questo piano sequenza è possibile farsi un’idea, magari immedesimandosi con qualche paziente, di quanto la mente umana possa essere particolare e complicata. Solo allora però il regista ci svela le sue reali intenzioni, nel momento in cui si scopre che l’infermiera è una paziente affetta da mitomania, per cui costretta ad inventare storie. A quel punto lo spettatore capisce di essere stato preso in giro spudoratamente e di non sapere nulla in realtà dei personaggi che colorano il film.

Il rapporto tra verità e menzogna, tra realtà e fantasia si interseca con le storie dei protagonisti, come se il regista coreano volesse comunicare che i personaggi, e di conseguenza ogni essere umano, può vivere solo attraverso le menzogne. Questo messaggio è inquietante, specie perché nel film il buon Park ci mostra problemi di alimentazione, rapporti familiari tormentati ed impossibili, la simbiosi tra uomo e macchina e la malattia mentale. I problemi di alimentazione, dovuti alla convinzione di essere un cyborg e quindi di non aver bisogno di nutrirsi con il cibo, vengono affrontati in maniera precisa, seppur con risvolti ironici; e ancora una volta Park sembra sottolineare, come avvenuto con la trilogia della vendetta, che i problemi sono forse più facilmente superabili attraverso l’ironia. Ed allo stesso modo affronta i rapporti familiari: è tendenza tutta italiana quella di rendere le famiglie un groviglio inestricabile di tragedie e casi umani, alzando i livelli di drammaticità solo per ottenere facili emozioni.

Park invece si discosta totalmente da questo modo (forse un po’ invecchiato) di fare cinema ed affronta la questione esaltando i particolari grotteschi dei personaggi, che appaiono quasi caricature di loro stessi; con questo stratagemma il regista permette allo spettatore di comprendere fino in fondo la situazione senza mai perdersi in inutili piagnistei. Probabilmente il punto cardine del film è il rapporto tra uomo e macchina: in fondo Park Chan-wook aveva affrontato il binomio uomo / automa fin dal suo primo film, e neppure qui si tira indietro dall’intento di criticare una società ipermoderna che abbatte le personalità e che cerca disperatamente l’omologazione. Un’omologazione impossibile per via delle malattie mentali, che nel film sembrano l’unico modo per essere diversi e non abbandonare la propria natura. Quando si guarda la pazzia e non vi è più giudizio, allora la follia diventa poesia. Lo spettatore che si aspettava il seguito violento e cinico di “Lady Vendetta” non rimarrà indifferente davanti a un film esteticamente pregevole ma per il resto del tutto diverso dal precedente, tanto che in Italia non ha avuto distribuzione nelle sale.

Voto dell’autore:4.2 / 5

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Da quando ho 13 anni mi sono imposto di vedere almeno due film al giorno. Ora ho quasi 29 anni e posso dire di aver visto più di diecimila film, qualcuno più, qualcuno meno. Nel 2016 ho collaborato alla stesura del libro " J-Movie. Il cinema giapponese dal 2005 al 2015" (2016, Edizioni Simple) occupandomi del cinema horror giapponese nel capitolo 5. Il cinema è la mia grande passione, se ancora non fosse chiaro

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