Taxi driver - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
4.75/5

Taxi driver

RANKING
4° su 2562 in Generale
1° su 732 in Drammatico
19761 h 53 min
Trama

New York: Travis Bickle, veterano del Vietnam in congedo, soffre d'insonnia e decide di impegnare le proprie notti facendo il tassista. Completamente disadattato ma idealista e alla ricerca di uno scopo, l'uomo si invaghirà della giovane Betsy e le chiederà di uscire; ma quando le cose tra i due andranno storte, Travis, definitivamente disilluso riguardo la società, si chiuderà in se stesso. Comincerà così per il tassista una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanità mentale.

Metadata
Regista Martin Scorsese
Titolo originale Taxi Driver
Data di uscita 26 Agosto 1976
Nazione Stati Uniti
Durata 1 h 53 min
Attori
Cast: Robert De Niro, Cybill Shepherd, Harvey Keitel, Jodie Foster, Peter Boyle, Leonard Harris, Albert Brooks, Diahnne Abbott, Gino Ardito, Martin Scorsese, Murray Moston, Richard Higgs, Bill Minkin, Bob Maroff, Victor Argo, Joe Spinell, Frank Adu, Brenda Dickson, Norman Matlock, Harry Northup, Harlan Cary Poe, Steven Prince, Peter Savage, Nicholas Shields, Ralph S. Singleton, Annie Gagen, Carson Grant, Mary-Pat Green, Debbi Morgan, Don Stroud
Trailer
Taxi driver

Era l’8 febbraio 1976 quando “Taxi driver” di Martin Scorsese, capolavoro intramontabile della storia del cinema, impresso nella magia del grande schermo, usciva nelle sale americane, segnando un’intera generazione e un’epoca cinematografica. Oggi ci rendiamo conto che, come Scorsese nel suo film ci lasciava vedere con sottile acume critico la ferita inferta dalla guerra del Vietnam all’America e ai suoi reduci, così una ferita altrettanto importante è stata inflitta al cinema dallo stesso “Taxi driver”, e autori, attori, sceneggiatori, ma in particolar modo noi spettatori ne scontiamo il necessario, significativo e bellissimo debito. Fin da subito la macchina da presa di Scorsese si aggrappa al taxi, letteralmente, sul cofano, al posteriore, sugli sportelli laterali o sul tettuccio; e si aggrappa poi al viso del suo autista, già malinconico, disincantato, perso: stando lì, così vicino, così attaccato, afferra i suoi pensieri. In questo aggrapparsi c’è sicuramente la volontà di mostrare la città, di raccontarne le storie che abitano i suoi marciapiedi, le sue strade, i suoi sobborghi, e rendercene testimoni, ma anche la volontà ben più fondamentale di non lasciarsi andare.

Ecco allora che in questa logica di rappresentazione i primi e i primissimi piani di Travis e i numerosi carrelli laterali (messi in atto spesso anche per ritrovare proprio lui, il tassista, quando si smarrisce dall’inquadratura) sono le scelte descrittive più usate, perché più felicemente congeniali. Travis è un marine reduce dalla guerra in Vietnam. Soffre di insonnia, e questo lo porta a riempire le sue interminabili giornate facendo il tassista di notte. La New York che il suo taxi attraversa è dal suo punto di vista (che diventa in modo privilegiato il nostro) una giungla, popolata da “animali notturni”, come prostitute, spacciatori, sfruttatori, ladri, drogati: la città diventa per Scorsese un personaggio, un vero mostro che respira, che esala vapori e fumi minacciosi, che rinchiude dentro di sé la miseria, che è infettato di libertà e che fagocita e rigurgita gli individui più borderline. È inquadrata sempre in modo orizzontale, mai da punti di vista estremi che portano verso l’alto, ci sono movimenti di macchina laterali o in avanti e indietro, e c’è soprattutto un gioco intelligente di soggettive ed oggettive.

La primissima inquadratura del film è un particolare degli occhi di Travis, che sono quelli di un De Niro monumentale come l’opera stessa, lanciato e consacrato come attore, ma di cui perdi le tracce fin da quel particolare, appunto, messo di fronte ad un personaggio più gigante di lui, che lo ha annullato. E quel particolare, oltre a darci la misura del lavoro di De Niro, ci dice che ciò che vedremo sarà attraverso quegli occhi: è lo sguardo di un emarginato che si sente fortunato di essere tale, un asociale solo e stanco di tutto quel marciume, ed è uno sguardo interno, coinvolto, a terra. Perciò per “Taxi driver” si è parlato di un realismo mai così ottimamente rappresentato: in parte è sicuramente vero, ma è altrettanto vero che resta uno sguardo allucinato, ed è il filtro di questa realtà, che rende la metropoli altrettanto allucinata, con connotazioni addirittura iperrealistiche proprie dell’incubo: le tinte sono forti ma desaturate, le luci sono riflessi e riverberi dei cofani lucidi o dell’acqua sulle strade, la notte rivela quanto il giorno cerca di celare. I contrasti appartengono al protagonista, un uomo “nato per essere solo”, come lui stesso si definisce, che va alla ricerca di un senso alla propria vita: inizialmente tenta di evadere da quel limbo infernale, instaurando un legame affettivo con una ragazza, Betsy, e ciò sembra funzionare.

Poi le sue abitudini amorali, compiute senza logica, ma per necessità e vizio comune, la fanno presto allontanare in modo brusco e irreparabile. Qui la svolta, della vita di Travis e del film: la disillusione dell’incubo fa aumentare il senso di inquietudine e di non appartenenza; Travis continua a cercare, ma non più una piacevole evasione, quanto una motivazione e i mandanti del degrado intorno a lui. Le due cose lo portano al delirio, il confronto con l’immagine di sé allo specchio è emblematico – diventerà una scena cult della storia del cinema, citata a non finire – perché non si riconosce più, e sfoga la sua rabbia anche contro quel riflesso. L’ammaliante colonna sonora di Bernard Herrmann diventa scomposta e martellante, sconclusionata, fastidiosa, a suggerirci insanità e pazzia, a fronte della presunta stabilità che Travis pensa di aver raggiunto. Lo scopo lo trova, ed è incarnato nella salvezza di una piccola prostituta, Iris (una Jodie Foster alle prime armi, di una forza magnetica), e quindi nell’idea di ripulire il “bordello” dai suoi sfruttatori, per poi infine uccidersi, per scegliere l’evasione ultima, estrema, proprio perché anche a quel riflesso avrebbe volentieri sparato con il cannone della sua Magnum.

Travis diventa quindi “l’uomo di Dio”: si rapa la testa lasciandosi la cresta, come un guerriero indiano, è l’angelo vendicatore del moderno diluvio universale. E compie il suo intento, ma a munizioni terminate non riesce a togliersi la vita. Lascia tuttavia dietro sé strisce di sangue che Scorsese non intende far dimenticare, tornando a ritroso nell’azione della strage con la sua macchina da presa, laddove la violenza lascia ferite e segni. Ma questa violenza, di cui Travis non voleva far parte, mangia anche lui: la città lo prende, la società lo riconosce eroe per aver salvato la giovane Iris e averla così fatta riconciliare con i suoi genitori. Il cerchio di Scorsese si chiude: Travis è ancora lì, a guidare il taxi. Sale Betsy, due parole, e scende, lasciandolo andare, frastornato dalle luci stroboscopiche e abbacinanti di una città discoteca. Come a dire che il caos è ancora lì, e la quiete alle spalle, vestita di bianco e con “gli occhi più belli del mondo”. E non ci sarà un altro carrello a farcelo ritrovare.

Voto dell’autore:4.5 / 5

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