The legend of Tarzan - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 3 voto/i
3.23/5

The Legend of Tarzan

RANKING
1830° su 2562 in Generale
34° su 43 in Avventura
20161 h 50 min
Trama

Sono passati anni da quando l’uomo una volta conosciuto come Tarzan ha abbandonato la giungla africana per una vita signorile nei panni di John Clayton III, Lord di Greystoke, con al fianco la sua amata moglie Jane. Invitato di nuovo in Congo con la funzione di emissario di commercio del Parlamento, Clayton ignora di essere in realtà diventato una pedina in una convergenza mortale di avidità e vendetta ideata dal Capitano belga Leon Rom. Chi si cela dietro la trama omicida, però, non ha idea di ciò che è in procinto di scatenare.

Metadata
Regista David Yates
Titolo originale The Legend of Tarzan
Data di uscita 14 Luglio 2016
Nazione Stati Uniti
Durata 1 h 50 min
Attori
Cast: Alexander Skarsgård, Margot Robbie, Christoph Waltz, Samuel L. Jackson, John Hurt, Djimon Hounsou, Ella Purnell, Simon Russell Beale, Jim Broadbent, Casper Crump, Alicia Woodhouse, Rory J. Saper, Matt Townsend, Bentley Kalu, Joy Isa, Lasco Atkins, Abi Adeyemi, Alex Ferns, Liv Hansen, Osy Ikhile
Trailer
The legend of Tarzan

L’icona Tarzan nata dalla penna di Edgar Rice Burroughs agli inizi del Novecento e apparsa nel grande schermo pochi anni dopo, già dal 1918, in un legame indissolubile (accompagnato anche dal successo di sceneggiati televisivi), giunge fino ai nostri giorni con “The legend of Tarzan”, nuovamente restaurata ed abbellita, modernizzata e impacchettata a dovere dentro gli standard del kolossal americano. In realtà David Yates, che non è uno sprovveduto, e ce ne siamo potuti rendere conto anche dal suo lavoro di regia nei film della saga di “Harry Potter” da lui diretti, cerca di conferire una cifra di autorialità, e di conseguenza una forte personalità, ad un’opera che soffre alla base di uno script piuttosto lineare e poco accattivante, seppur intrecciato e ribaltato rispetto ai suoi molti predecessori. Infatti ad inizio film troviamo già Tarzan nell’impermeabile e civilizzata Londra, dove si fa chiamare con il suo vero nome, John Clayton, Lord di Greystoke, e ha il viso ordinato e pulito di Alexander Skarsgård: veste bene, ha maniere da gentiluomo, vive in una grande casa con la servitù e con la bellissima moglie Jane (Margot Robbie); la sua figura è tuttavia ammantata di mistero, la sua storia nasconde il fascino della leggenda, il suo sguardo o i piccoli sbuffi sono dettagli che la macchina da presa di Yates si preoccupa di inquadrare con dovizia per l’intera durata della pellicola, perché simboli che rivelano una natura altra e origini diverse.

Una genesi che lo richiama laggiù in Africa, come grido ancestrale d’aiuto, sebbene mascherato da una richiesta ufficiale, che poi si scoprirà fittizia, del Re Leopoldo di Belgio: in sintesi, una trappola per usare Tarzan come merce di scambio allo scopo di ottenere famose pietre preziose, quindi valanghe di denaro necessarie per pagare un numero ingente di militari mercenari, da utilizzare per impadronirsi dei vasti territori del Congo e ridurre in schiavitù tutte le popolazioni locali. Alfiere del re e comandante di tale missione è Léon Rom, il classico cattivo che non si discosta molto dai connotati costitutivi del personaggio, cioè poco competente nel corpo a corpo, ma infido in termini di intelligenza e padronanza della situazione, con qualche trucchetto nascosto nella manica. È Christoph Waltz a dargli corpo e voce, con il suo carisma e la sua mimica riconoscibile ed ammaliante, ma senza riuscire (come già accaduto in “Django unchained” di Quentin Tarantino) a discostarsi da un personaggio che, dopo quel Hans Landa di “Bastardi senza gloria”, è rimasto un po’ troppo lo stesso: per far emergere l’ambiguità del suo personaggio, apparentemente perbene e a modo, ma ingannevole e senza scrupoli, la sceneggiatura lo vuole anche qui seduto a tavola, a mangiare con gusto e a dialogare con estrema sicurezza con il suo rivale (o, come in questo caso, con la donna del rivale, tenuta in ostaggio).

Va da sé che il film sottintenda numerose sottotracce tematiche relative al colonialismo, alla prevaricazione dell’uomo bianco sull’uomo nero, alla tratta degli schiavi, con un messaggio dunque antirazzista sull’uguaglianza tra le etnie e anche, perché no, tra uomini e animali: messaggio e contenuti che risultano però poveri e piuttosto inconsistenti per poter aspirare ad incardinarsi in una struttura che resta, perciò, puramente ludica, d’intrattenimento e goliardica, laddove il ruolo di buoni e cattivi funziona solo alla luce di puri meccanismi narrativi. Il ritorno alla natura selvaggia spoglierà l’eroe dei panni di John per fargli indossare quelli di Tarzan, e insieme a Jane e ad un improvvisato e piuttosto “inutile” (se non per le punte d’ironia del film) Samuel L. Jackson nei panni di un afroamericano reduce della guerra civile, compirà la sua missione, riportando ordine tra i fratelli gorilla che lo vedevano come traditore, tra la tribù di uomini che lo volevano morto per una vendetta “antica”, tra umani colonizzatori e popolazioni locali. E soprattutto tra i suoi dissidi interiori: non lo vediamo mai sorridere per l’intera durata del film, se non proprio nel finale, in un abbraccio liberatorio.

Yates per l’occasione si fa egli stesso Tarzan, e monta sulle liane con il personaggio: perciò la sua macchina da presa non sta mai ferma, si agita in continuazione, si allontana in modo abissale per mostrare i paesaggi sconfinati del Congo, per poi precipitarsi addosso agli occhi del suo protagonista e della sua Jane, mai effettivamente lasciati soli, o a destreggiarsi in situazioni imbarazzanti piuttosto tipiche di questi film: anche i pochi flashback che richiamano il passato dell’uomo scimmia sono precisi nei tempi ed azzeccati nei contenuti mostrati, efficaci a fotografare le tappe più importanti della nascita della “leggenda di Tarzan”. Sebbene l’approccio stilistico non sia perciò sbagliato, e sintomo anzi di una personalità comunque evidente e non interamente assoggettata alle voluttà hollywoodiane, qualche momento di stasi in più da Yates si poteva pretendere: avrebbe conferito al prodotto un maggior spessore e un’atmosfera visiva veramente autonoma e meno da lacchè, che una computer grafica a tratti particolarmente brutta (e non c’è altro aggettivo, seppur banale, che possa definirla in modo più chiaro) contribuisce a rendere addirittura posticcia. Con “Il libro della giungla” alle spalle, e in attesa de “Il drago invisibile”, il cinema quest’anno sembra aver scoperto un particolare interesse verso storie di naufraghi della foresta, in un ritorno a quel legame uomo/natura antico e generativo, e perciò sempre suggestivo.

Voto dell’autore:3.0 / 5

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