The tree of life - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 10 voto/i
4.40/5

The Tree of Life

RANKING
50° su 2562 in Generale
1° su 126 in Fantastico
20112 h 18 min
Trama

La storia di una famiglia americana nel Texas degli anni ’50, tra riflessioni sul cosmo, la nascita dell’universo, Dio, la vita, l’amore, la morte, osservati, pensati e descritti con gli occhi e la mente di Jack O’Brien, figlio di un padre autoritario e di una madre tanto affettuosa quanto all’antitesi rispetto al marito, e fratello maggiore di due adolescenti che come lui vivono nella bellezza della natura, correndo, giocando, ma riflettendo purtroppo sul dolore che li coglierà nel bel mezzo della vita.

Metadata
Regista Terrence Malick
Titolo originale The Tree of Life
Data di uscita 18 Maggio 2011
Nazione U.S.A.
Durata 2 h 18 min
Trailer
The tree of life

Non da tutti, non per tutti. Partendo da questo presupposto, per molti analisti del cinema ostili alle eccezioni di qualità, “The tree of life” di Terrence Malick, vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes 2011, potrebbe apparire un assurdo dilemma cosmico che strizza l’occhio alla new-age, pretenzioso, criptico, impermeabile. No, invece niente di tutto questo per chi possiede un po’ di sensibilità artistica oltre che emotiva, ad appurare il semplice fatto che siamo di fronte ad un’opera, più che un semplice film, dalle dimensioni epiche. Serve quel “quid” in più per generare e percepire l’empatia, finendo poi nell’estasi di un film che conterrà più o meno un migliaio di inquadrature, accostate assieme da una squadra di montatori di assoluta professionalità (Daniel Rezende, Mark Yoshikawa, Jay Rabinowitz, Hank Corwin, Saar Klein), che a dir la verità, messi così tutti assieme sotto l’egida guida del genio di Terrence Malick, lasciano intuire l’incredibile fatto che possa essere stato montato da Dio nella sua stessa entità.

Il progetto di una vita, il racconto di una vita, la storia della vita, un film dove si respira la vita, e in cui la cinepresa stessa si fa spirito per entrare ovunque, nel cosmo, nei palazzi, nelle case e negli alberi, attraverso uno studio della coscienza alla ricerca di risposte in un dialogo aperto e diretto con il presunto creatore dell’universo. Malick sente di filmare anche tutto ciò che è apparentemente non filmabile, riuscendo a generare pertanto un flusso audiovisivo che non ha eguali nella storia del cinema; in questo modo, si colloca all’esatto opposto degli innumerevoli colleghi che più che altro fanno ancora oggi, nonostante l’invenzione del digitale, teatro filmato. La cinepresa di Malick filma il cosmo (gli effetti visivi sono dello specialista Douglas Trumbull, mentre come supervisore c’è Dan Glass), particelle immateriali e materiali a rigor di scienza, sostanze chimiche, pitture, fumo, liquidi (il film è un vero e proprio quadro liquido in cui immergersi), luci, bagliori fluorescenti o fosforescenti, animali preistorici in computer-graphic (unica nota forse un po’ stonata, ma non inficia). Filma, lasciando parlare le consuete voci off (soprattutto quella di Jack O’Brien), affidandosi ad una sorta di partitura compositiva dove le immagini inseguono le musiche tanto quanto le musiche inseguono le immagini, per un complesso visivo dalla struttura polifonica. Le voci, così come i suoni, i silenzi (fondamentali anche quelli), fanno parte del tutto, tanto dell’universo quanto di una famiglia, della famiglia, perché non c’è poi molta differenza da tutte le altre.

Ecco, Malick ci parla di una famiglia, probabilmente della propria, ergendo quelle problematiche a qualcosa di universale, con tutto il bagaglio delle difficoltà da dover affrontare per superare la prova col mondo e con chi lo ha disegnato dall’alto dei cieli, sopra un albero della vita, e nella profondità del cosmo. La cinepresa respira come mai era accaduto in un film: insegue, bracca i personaggi, li sfiora, li raggiunge, li tocca, li invade, li penetra, li contiene, gli sfuggono, poi li riacciuffa, dando sempre l’impressione di dissolversi al tatto o alla percezione dei suoi meccanismi apparentemente meccanici, ma quanto mai vitali (forse solo il nostro Franco Piavoli si è avvicinato a simili risultati). Restringe, contiene ed allarga l’occhio, il margine, contenendo il tutto. All’interno e di fronte alla stessa schiera nel gioco della vita troviamo un padre autoritario (l’ottimo Brad Pitt, anche co-produttore), terrorizzato però da ciò che sta al di fuori delle mura della sua casa, e che perciò sfoga tutta la sua rabbia sui figli che vuole forti, coraggiosi ed opportunisti a tutti i costi; mentre la signora O’Brien (Jessica Chastain, un’intensa e meravigliosa semi-esordiente già ricercatissima) subisce passivamente il dolore di un divario emotivo dal marito che è tanto grande quanto incomprensibile agli occhi dei figli; ma lei, in mancanza del marito, spesso fuori per lavoro, mette anima e corpo nell’amore per i tre figli (tre adolescenti esordienti che per la loro bravura ed espressività hanno già qualità da far impallidire qualsiasi attore di pari età).

Ma è da Jack adulto – ha il volto marcato e dolente di un magnifico Sean Penn, che con pochi tratti, nelle poche scene in cui appare, riesce a trasmettere tutto il suo smarrimento esistenziale – che parte l’intero viaggio all’interno dei suoi ricordi, dalla nascita all’infanzia, dall’infanzia all’adolescenza, e poi un brusco salto fino alla vita adulta, quella in cui è chiuso in reticolati urbani dalla composta rigidità (è diventato un architetto, ereditando l’ordine nel disordine). Malick racconta queste vite, che ci toccano nell’intimo, in maniera essenziale e al di fuori di qualsiasi banalità o stereotipo (vedi la figura del Brad Pitt padre, che non è tratteggiato come il classico padre-padrone tutto d’un pezzo), mirando così al cuore del profondo sentire di ciò che è nascosto, e che solo il potere del vero cinema ha la caponaggine di tirare fuori e lasciar ammirare. Malick lo fa con dialoghi scarni, tant’è che le parole sembrano perdersi nel vento (in maniera ancora più radicale che nello straordinario “La sottile linea rossa”), fra i rami degli alberi, nelle corse infinite attorno alla casa e alla mamma, e in fuga da un padre che si pente troppo tardi, al cospetto del primo e lancinante dolore fra le macchie dell’esistere, dell’essere esistenti, e per questo esistenzialisti.

Terrence Malick non è e non vuole essere un filosofo, ma piuttosto il regista di un cinema che parla un altro linguaggio: un linguaggio non comune, etereo, poetico, sognante, apparentemente svagato eppure trasparente, dove in ogni singola inquadratura si nasconde un segno, un senso, un percorso, un’incarnazione, una pura allegoria (e ve ne sono, disseminate nel corso di questa immensa opera-film). Il regista è coadiuvato nelle modulazioni sonore dal compositore Alexandre Desplat, fra i requiem ed Hector Berlioz, a concitare un percorso di andata e ritorno, dall’abituale collaboratore alla fotografia Emmanuel Lubezki, dallo scenografo Jack Fish e dalla costumista Jacqueline West, per giungere infine ad un congiungimento distesamente passeggero di altissima poesia. Ma gli occhi del mondo sono innumerevoli, così come i battiti e i respiri. Malick li osserva e li espleta, anche se poi sono destinati, nel rispetto di tutta una vita e delle cose, a posarsi su di un punto che ha pur sempre un arrivo e una destinazione, al cospetto di una riflessione esaustiva: il fatto che se esiste un film dell’anima, questo ha le corpose impronte di “The tree of life”.

Voto dell’autore:4.9 / 5

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