The walk - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
3.85/5

The walk

RANKING
656° su 2562 in Generale
8° su 54 in Biografico
20151 h 58 min
Trama

Il 7 agosto del 1974 il funambolo francese Philippe Petit realizza il suo sogno, qualcosa di impossibile, qualcosa che nessuno farà mai più: per quasi un'ora cammina avanti e indietro su un cavo teso tra le Torri Gemelle di New York, a più di 400 metri d'altezza, senza alcuna protezione. Lo guardano la sua compagna Annie, gli amici che lo hanno aiutato, la polizia che aspetta di arrestarlo, la città e poi il mondo. Lo guardano le nuvole.

Metadata
Regista Robert Zemeckis
Titolo originale The Walk
Data di uscita 1 Ottobre 2015
Durata 1 h 58 min
Attori
Cast: Joseph Gordon-Levitt, Ben Kingsley, Charlotte Le Bon, Ben Schwartz, James Badge Dale, Steve Valentine, Mark Camacho, Sergio Di Zio, Clément Sibony, Kwasi Songui, Melantha Blackthorne, Benedict Samuel, Jason Blicker, Larry Day, Karl Graboshas
Trailer
The walk

Philippe Petit ha cambiato il modo in cui New York guarda ai suoi nuovi simboli negli anni ’70: li ammanta della magia dell’arte e dell’incredibile, realizza il sogno nella “terra dei sogni”. Poi, nel 2001, un incubo riscriverà quello sguardo e quello spazio, con un altro, definitivo, “per sempre”. E non a caso si chiude con un’inquadratura delle Torri Gemelle al crepuscolo “The walk”, l’ultimo film realizzato da Robert Zemeckis, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2015: il pensiero durante la visione è rimasto costantemente lì, alla storia tragica che quelle due imponenti strutture evocano, al simbolo dell’umanità del nuovo millennio che rappresentano. Di fatto “The walk” si staglia nella memoria come l’opera cinematografica più importante realizzata su quel dramma, su quell’evento epocale, su quella tragedia immane. Ed ad affermarlo, si intuisce, si cade nel paradosso: perché il film di Zemeckis non mostra cosa accadde l’11 settembre 2001, ma lo richiama alla mente e ai cuori degli spettatori di tutto il mondo – perché quel simbolo riguarda il mondo intero – mettendo in scena l’opposto, il contrario, sovvertendo l’ordine di pensiero: insomma, celebrando la vita, e non la morte. Celebrando l’evento storico che rese quelle torri vive, e perciò così importanti. A maggior ragione capiamo il perché la loro distruzione viene ricordata come una “morte”.

“The walk” infatti racconta quando, il 7 agosto 1974, il celebre funambolo francese Philippe Petit, interpretato da un sempre più maturo Joseph Gordon-Levitt (fortemente voluto per questo ruolo dal regista), per dare forma al suo più grande sogno decise di installare un filo sospeso tra le due estremità delle torri nord e sud del World Trade Center, e camminarci sopra in perfetto equilibrio, senza alcun aggancio di sicurezza, ma con l’aiuto di una sola asta tenuta tra le mani. Le attraversò per otto volte, prima di fermarsi, sfidando se stesso, l’umanità e il senso stesso di impossibilità. Le coordinate di tale impresa e del suo significato si ricercano nei sensi più ampi e profondi della natura dell’Arte. Non a caso la storia di Philippe parte da Parigi, quella Parigi che, come ci mostra Zemeckis, respira arte nelle sue strade, con le sue architetture, con la sua musica, con i suoi circhi: il saltimbanco inizia il suo apprendistato così, piazzando il suo filo tra due alberi, o due pali della luce, e poi aiutato dall’esperto funambolo “papà Rudy”, a cui dà volto e voce il poliedrico Ben Kingsley. Lo stesso Petit rifiuta la nomina di circense e si definisce artista, tanto che il “camminare sul filo” per lui è “la sua arte”: e lo capiamo bene, perché sottintende innanzitutto bellezza, ma anche stupore e pace, elementi base di un’opera artistica.

Così è l’arte che per mezzo di Petit si sposta a New York, ed è l’arte che tramite lui testimonierà la sua grazia e la sua sconfinata forza. L’arte è creazione ed immaginazione: due atti che, seguendo procedimenti diversi e di varia origine, consentono all’uomo la possibilità dell’impossibile. E quindi Zemeckis con “The walk” non fa altro che ribadire tutto questo, e parlarci del cinema che, in quanto arte, crea stupore e meraviglia, crea bellezza, dà sostanza ai sogni, mostra nel suo grande schermo l’impossibile. Quella traversata, in un filo teso tra gli edifici più alti del mondo, sospeso in un vuoto così palpabile, ci viene detto, per buona parte del film, è impossibile. Ma Petit ci riesce; e per Zemeckis non c’è testimonianza più grande ed esatta per la sua poetica, per il suo cinema. Come il funambolo, il regista di Chicago dedica la sua carriera a sfide improbabili che l’avanzamento tecnologico gli offre per lavorare e rinnovare il concetto stesso di immagine, per allargarne le possibilità e potenzialità, e quindi esplorare nuove frontiere per il linguaggio del cinema. E in “The walk” lo fa con un IMAX 3D strabiliante, ma soprattutto così coerente e calzante con la materia narrata.

Zemeckis adopera infatti il 3D non (solo) per veicolare sensazioni ludiche o spettacolari, o per rimanere incastrato in logiche edonistiche da videogame, ma per “fare cinema”: per aumentare la profondità di campo, per dilatare lo spazio e il tempo dell’inquadratura, e soprattutto per portare il suo spettatore lassù sopra quel filo, e lasciare sospeso il respiro. Così il film trova il suo apice in quella camminata ripetuta otto volte, con una macchina da presa affascinata dai dettagli, e tanto sicura di sé quanto il protagonista, mostrato nell’atto di sfidare quel vuoto: un vuoto che non appare più tremendo, ma scarto indispensabile per elevare la sfida ad opera d’arte. Quando compaiono per la prima volta alla vista di Petit, l’artista definisce le torri “enormi” e “mostruose”. Dopo l’impresa, quando le rivede, di notte, insieme alla fidanzata e prima complice del suo piano, Annie (Charlotte Le Bon), questa gli suggerisce: “gli hai donato un’anima”. Le ha fatte vivere. Allo stesso modo Zemeckis attraverso gli effetti speciali di computer grafica le (ri)crea, e con la sua arte le inquadra, amandole, facendole quindi respirare, come due imponenti creature viventi, prima intimidatorie, poi bellissime; le tira a lucido in un ordine estetico, allo stesso tempo matematico e poetico.

Quel colpo improvviso, illegale, tremendo, che le annientò precipitandole nella morte, viene controbilanciato da un colpo di frode altrettanto anarchico, allo stesso modo inaspettato ed imprevedibile, ma che le innalzò verso il cielo, e verso la vita. Quel filo che Petit tende è lo stesso filo che il regista pone nel nostro animo di essere umani, mai ben bilanciato tra il passato di una tragedia smisurata e il presente di una ferita ancora aperta che genera odio, rancori e guerre. Quel filo si tende, e un funambolo ci cammina sopra: irridendo la morte, sfidando la sfida stessa come concetto. E, cosa più importante di tutte, stando in equilibrio: quell’equilibrio che, appunto, ognuno un po’ cercava dopo il 2001 (e ancora cerca), quell’equilibrio che dona pace. Se il film avesse risparmiato qualche parola di troppo (la voce fuori campo di Petit che racconta è spesso invadente) a riempire quel vuoto, già di per sé pieno di emozioni e sensazioni e delle sempre conciliatorie musiche di Alan Silvestri, avremmo potuto parlare di un capolavoro. Ma tuttavia “The walk” resta un esempio di cinema altissimo, che travalica il grande schermo per mettere ponti, sottili come una fune, ma percorribili come solide strutture, nella Storia, nel nostro animo, nella nostra coscienza. È un’opera d’arte: e l’arte fa questo.

Voto dell’autore:4.0 / 5

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