Todo modo - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 2 voto/i
4.05/5

Todo modo

RANKING
299° su 2562 in Generale
133° su 732 in Drammatico
19762 h 05 min
Trama

Uomini della politica e uomini della Chiesa, mentre nel Paese infuria una strana epidemia di dubbia origine, decidono di riunirsi fuori città in un tetro albergo-convento, con la scusa del ritiro nell’isolamento per praticare gli esercizi spirituali condotti dal severo gesuita don Gaetano, in collaborazione con il Presidente. Fra i presenti ci sono un centinaio di notabili di un partito che governa l’Italia da circa 30 anni, i quali sono lì con il losco scopo di stilare nuovi accordi con il clero, per spartirsi al meglio i poteri, a discapito dei cittadini. Strani eventi accorrono a funestare la compagnia, dal furto delle ostie alle parole grosse che scaturiscono in goffe e plateali risse; poi ci scappano i primi morti, sopraggiunge un commissario di polizia e il mistero degli omicidi, che si moltiplicano, si fa sempre più fitto.

Metadata
Regista Elio Petri
Titolo originale Todo modo
Data di uscita 30 Aprile 1976
Nazione ItaliaFrancia
Durata 2 h 05 min
Trailer

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Todo modo

Profetico, osteggiato per tanti anni a seguito del sequestro a cui è stato sottoposto a un mese circa dall’uscita, e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, “Todo modo” – o meglio “Tutti i modi per raggiungere la volontà divina”, probabile chiave di decifrazione dei delitti che gettano una luce nerissima sull’intera faccenda raccontata nel film, ieri in maniera grottesca, oggi neorealista – è l’opera che chiude il ciclo di collaborazioni tra Elio Petri, autorevole cineasta d’impegno civile e di sagace critica sociale, e Gian Maria Volonté, uno degli attori più significativi del nostro panorama. Esce nel 1976, lo stesso anno di “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi, a dimostrare l’impegno da parte del cinema italiano degli anni ’70 nel prendere di petto, talvolta come in questo film anche con ferocia, l’ipocrisia dello scempio politico, a cominciare dagli invivibili anni di piombo. Era il periodo in cui in Italia si cominciava a parlare di compromesso storico tra PC e DC e al governo c’era un certo Aldo Moro. Il personaggio del Presidente, interpretato con magistrale mimetismo da Volonté, è calcato proprio sulla sua figura, seppure come un simulacro, una maschera caricaturale, per far sì che il film potesse essere distribuito.

Don Gaetano è invece interpretato da Marcello Mastroianni, il quale infonde tutto il suo carisma e la sua convincente autorevolezza e aggressività in un personaggio freddo e calcolatore. Mariangela Melato è l’ansiosa e vogliosa moglie del Presidente, Ciccio Ingrassia è un prete omosessuale dilaniato dai sensi di colpa, Michel Piccoli entra in scena nelle vesti di un politico che sembra somigliare a Giulio Andreotti, Franco Citti è l’autista e assistente di M. (sempre il Presidente) e Renato Salvatori fa la parte del commissario. Un cast di altissimo livello, un subisso di facce azzeccatissime (come in tutti i film di Petri del resto) e un impianto teatrale che foscamente conduce il gioco delle parti ad un epilogo profondamente nero, dove di colpo tutto il sarcasmo tagliente infossa la farsa in un teatro degli orrori senza via d’uscita. Le pedine si muovono ad orologeria, zampettando come scarafaggi fetidi e alticci fra le mura cavernose dell’eremo. Petri li segue stando loro addosso quasi tutto il tempo, senza abbandonarli mai dalla loro allarmante mimesi nella lordura degli inaccettabili maltolti.

Il film offre un punto di vista davvero impressionante, specie nella passeggiata finale tra i morti (una scena da antologia), che è anche e soprattutto una spiccata lente d’ingrandimento sulle deformazioni dei poteri forti. In un certo senso, “Todo modo” può essere considerato anche come il film che Pier Paolo Pasolini avrebbe voluto e potuto fare se non fosse stato ucciso: il cinico processo, finanche balletto di morte – e in questo senso “Todo modo” è quasi un horror – di una classe dirigente che era solo agli inizi di un lungo processo di sproporzionata spartizione delle risorse di un Paese guasto. La morte di Pasolini e l’avvenuta produzione del film di Petri segnano anche la fine del cinema italiano d’impegno e d’autore. Il sequestro e l’uccisione di Moro testimoniano l’importanza del film, e la copia presente negli archivi di Cinecittà fu ritrovata bruciata. Da allora in avanti, molti grandi autori si sarebbero persi nel marasma del cambio generazionale e nel caos di un’identità tratta in inganno.

Voto dell’autore:4.3 / 5

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