Un uomo a metà - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 1 voto/i
4.60/5

Un uomo a metà

RANKING
11° su 2562 in Generale
2° su 732 in Drammatico
19661 h 33 min
Trama

Michele è un giovane intellettuale psicotico che attraversa un periodo di profonda crisi morale e psicologica. Perso nell’andante disorganicità della propria coscienza, con la quale comunica incessantemente, egli inizia a ricostruire, per frammenti onirici, il suo passato, l’anaffettività con l’odiato fratello, da sempre nelle preferenze della dispotica madre, e la sua fuga dalle responsabilità anche affettive con le donne incontrate nel corso della sua esistenza. Ricoverato in clinica, tenta di mettere ordine in tutto questo, ma solo rivivendo i traumi decisivi potrà ritrovare la pace con se stesso, l’armonia interiore che ben si accorda con l’ambiente attiguo alla clinica.

Metadata
Titolo originale Un uomo a metà
Data di uscita 1 Gennaio 1966
Nazione ItaliaFrancia
Durata 1 h 33 min
Attori
Cast: —
Trailer

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Un uomo a metà

“Non nascondere le tue piaghe agli occhi tuoi e degli altri poiché verranno a cancrena e sarà la morte, esponile piuttosto alla luce del sole e sarà la salute”. Il film “Un uomo a metà” si apre su questa massima per introdurre il cammino che lo sceneggiatore e regista Vittorio De Seta sceglie d’intraprendere, in intima collaborazione di scrittura con la moglie Vera Gherarducci e con Fabio Carpi, e affidandosi al nitore fotografico dell’operatore Dario De Palma, nonché alla spettrale (in questo caso) colonna sonora di Ennio Morricone. Interamente fondato sui nuclei psichici separati degli archetipi dell’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung, “Un uomo a metà” è la scheggia impazzita, solitaria e folle, del cinema italiano, il film che nella storia del nostro cinema si discosta di più dalla tradizione popolare e dialettale, quello certamente più simbolico e astratto, forzatamente psicologico e complesso, e per questo disagevole e di non immediata lettura, che richiede appunto almeno due, se non tre visioni, per essere compreso e stimato appieno.

Si tratta di un film interamente soggettivo, se non per i primi e i primissimi piani oggettivi del volto di Michele, interpretato con eloquente incisività da Jacques Perrin, premiato con la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia del 1966. La sua è una nevrosi “in fieri”, raccontata dall’interno in maniera livida, che si sviluppa secondo coordinate inconsce della personalità del protagonista, tra disagi destabilizzanti e sensuali tentazioni giocate, frustrate, in un andirivieni di alternanze fra oggettivo e soggettivo, contemplative degli stati o strali di coscienza, evidenziati con originali giochi di “focus” e “out of focus”, insoliti nei film italiani di allora. Nel dipanarsi dei tormenti psicologici di Michele, gli archetipi junghiani che emergono in primo piano sono quello della Madre, nel suo caso proiettato come strega o madre terribile; quello del Puer o fanciullo eterno, dipendenza troppo forte dalla madre nel rifiuto di assumersi responsabilità, anche se nei suoi effetti positivi dà lo slancio per un rinnovamento della psiche a seguito della vivisezione dei traumi reconditi; in quello dell’Anima, che denota la parte inconscia femminile del soggetto rappresentata da immagini di donne di vario genere, dalla seduttrice alla guida spirituale, benché in Michele a primeggiare siano le prime (e la conseguenza di ciò è riconducibile alla volubilità cosciente dell’individuo che si abbandona a stati accesi di eccitabilità e fulminei di melanconia); e dell’Animus, che sta dentro tutte le manifestazioni ostili che egli condivide con se stesso e con le donne che lo circondano, e dalle quali si sente e si vede sfidato.

“Un uomo a metà” è nevralgicamente strutturato su un’iperbole coscienziosamente disordinata ed accattivante, dove la struttura fondata dell’Io si arma di connessioni inquietanti: le risatine delle proiezioni mentali accordate sulle note a tratti angoscianti di Morricone ricalcano per certi versi alcune creazioni oniriche di Orson Welles nella sua versione personalissima de “Il processo”. Apertamente influenzato da Ingmar Bergman e Federico Fellini, in specie “Il posto delle fragole” e “8½”, il geniale film di De Seta riesce a proiettarsi oltre la soggettività riconosciuta nel cinema creato fino ad allora, lavorando con lungimiranza su ciò che ai più poteva apparire infilmabile e ingovernabile, ossia la psiche esaminata, riflessa, ammirata e ambiguamente narrata. Sotto tutti questi aspetti il film, rivisto oggi, appare come uno dei più innovativi e personali del panorama cinematografico, non solo di quello nazionale, e certamente come uno dei più sottovalutati. Vederlo, contemplarlo, studiarlo è come unire la metafisica, nella breccia del surrealismo, con la psicologia. Jean Cocteau con Ingmar Bergman, Luis Buñuel con Harold Pinter; Edgar Allan Poe con Vittorio De Seta.

Voto dell’autore:4.6 / 5

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