Un'altra vita - Mug - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato passabile
sulla base di 1 voto/i
3.00/5

Mug - Un'Altra Vita

RANKING
2000° su 2562 in Generale
643° su 732 in Drammatico
20181 h 31 min
Trama

Jacek ama l'heavy metal e il suo cane. Si diverte ad attraversare le strade di campagna come se fossero piste da corsa e a giocare la parte del tipo alternativo in un tradizionale villaggio della Polonia. Jacek lavora in un cantiere vicino alla frontiera polacco-tedesca dove verrà costruita la più grande statua di Gesù al mondo, che deve competere con quella di Rio de Janeiro. Tuttavia poco dopo aver chiesto la mano alla sua fidanzata Dagmara con cui progettava un futuro insieme, un terribile incidente al lavoro gli sfigura completamente il viso e gli stravolge la vita. Assediato dalla stampa polacca, Jacek diventa il primo caso nel Paese di trapianto alla faccia. La gente lo festeggia come eroe nazionale e martire del lavoro, ma lui non riesce più a riconoscersi allo specchio. Nel frattempo la statua di Gesù diventa sempre più alta.

Metadata
Titolo originale Twarz
Data di uscita 24 Aprile 2019
Nazione Poland
Durata 1 h 31 min
Trailer
Un'altra vita - Mug

Jacek (Mateusz Kosciukiewicz) vive in un villaggio della Polonia. La sua è una famiglia di contadini e allevatori; lui, oltre ad aiutare il fratello nei lavori di casa, lavora come operaio alla costruzione di un’imponente statua di Gesù sulle colline che si alzano poco lontano dal paese: una statua che dovrebbe superare in altezza quella del Cristo Redentore di Rio de Janeiro. Jacek ascolta musica metal e passa molto tempo all’aria aperta con il suo cane; Jacek ama la sua ragazza Dagmara (Agnieszka Podsiadlik), con lei balla e cavalca al tramonto. È a lei che chiede di sposarlo. Ma un incidente imprevisto al cantiere gli sfigura completamente il viso: Jacek viene sottoposto al primo trapianto facciale in Europa, evento che attirerà l’attenzione dei media, gli darà fama, ma cambierà, sconvolgendo, la sua vita.

“Un’altra vita – Mug”, della regista Malgorzata Szumowska, racconta non solo il dramma di un personaggio, ma quello di un intero Paese, la Polonia, additato dalla sua regista come bigotto, ipocrita, e nazionalistico. La storia di Jacek si sviluppa su questo sfondo, allo stesso tempo ampio per le bellezze delle campagne polacche che mostra e per le altezze che va ad assumere piano piano la statua del Cristo, e ristretto tra orizzonti bassi e vicini, prospettive limitate dalle superstizioni popolari, dalla religione bigotta, dalla piattezza di pensiero delle persone che lo abitano. In tal senso i personaggi assumono forti caratteri caricaturali, soprattutto la figura del sacerdote e della madre di Jacek. Quella di Jacek è una crisi identitaria, vissuta nel dramma della perdita e dell’abbandono, prima della donna amata, poi anche della sua famiglia. Il film funziona bene nella prima parte, quando fa leva sull’originalità dei personaggi, sulla relazione spensierata e musicale tra i due amanti, sull’espressione trasognata del loro amore; sulle soluzioni di scenografia e di fotografia; su un palleggio interessante tra il contesto culturale del villaggio declinato nei sottotesti religioso e il tono da commedia e distensivo del protagonista.

Dopo l’incidente occorso a Jacek il film perde la corda, così la crisi d’identità del protagonista diventa anche la sua. Il tema affrontato è risaputo: l’importanza dell’apparenza, di quanto il come siamo conti più di chi siamo, del vincolo tra esteriorità ed interiorità, di quanto la superficie influenzi le profondità d’animo, di quanto i due aspetti possano essere indipendenti: Jacek non è più amato come prima, non solo da Dagmara, ma anche dalla madre, che pensa sia stato posseduto dal demonio. Solo la sorella e il padre esibiscono i sentimenti più concreti e sinceri nei suoi confronti, continuando a combattere per lui. Il film, allo stesso modo, fa fatica ad essere amato dal suo spettatore: si imbruttisce, questa volta però non solo esteticamente; si addentra in un territorio ambiguo e iniziando a percorrere troppi sentieri – grottesco, fiabesco, l’assurdo, la realtà – senza sceglierne uno preciso, svilendo così l’impatto drammatico del suo contenuto e la forza della sua narrazione; esibendo cliché che debilitano il racconto, lo impoveriscono e lo banalizzano, sfilacciandone la trama, che procede in modo poco coeso, e molto sincopato: frammenti senza amalgama. “Un’altra vita – Mug” risulta a conti fatti qualcosa di fuori fuoco, come le inquadrature insistite di Szumowska, che lasciano nitido solo una parte (spesso centrale) del campo, sfocando i margini.

Voto dell’autore:3.0 / 5

The following two tabs change content below.

Ultimi post di Simone Santi Amantini (vedi tutti)

Loading...