Vizio di forma - Recensione


Voto staff filmedvd

Film considerato da vedere
sulla base di 3 voto/i
4.17/5

Vizio di forma

RANKING
200° su 2562 in Generale
4° su 23 in Noir
20142 h 29 min
Trama

Doc Sportello è un investigatore privato che esercita il suo lavoro nella Los Angeles degli anni '70. Una visita inattesa della sua ex, Shasta Fay Hepworth, lo coinvolge in un caso bizzarro che tira in ballo ogni sorta di personaggi: surfisti, traffichini, tossici, rocker, uno strozzino assassino, detective della LAPD, le Pantere Nere, la Fratellanza Ariana, Charles Manson e la sua famiglia, un musicista sax tenore che lavora in incognito ed una misteriosa entità conosciuta come Golden Fang, che potrebbe essere solo una manovra per eludere il fisco messa in piedi da alcuni dentisti…

Metadata
Titolo originale Inherent Vice
Data di uscita 26 Febbraio 2015
Nazione Stati Uniti
Durata 2 h 29 min
Attori
Cast: Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Reese Witherspoon, Benicio del Toro, Jena Malone, Maya Rudolph, Martin Short, Martin Donovan, Sasha Pieterse, Eric Roberts, Michael K. Williams, Joanna Newsom, Jeannie Berlin, Serena Scott Thomas, Hong Chau, Christopher Allen Nelson, Sam Jaeger, Timothy Simons, Jillian Bell, Christian Williams
Trailer

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Vizio di forma

C’è qualcosa di magniloquente e allo stesso tempo di profondamente dimesso nel modo in cui Paul Thomas Anderson ha adattato per il grande schermo “Vizio di forma” di Thomas Pynchon. Da un lato c’è il gigantismo titanico proprio del regista, che si confronta con un romanzo più accessibile rispetto agli altri dello stesso autore ma ugualmente “infilmabile”, in quanto stracolmo di piste narrative e descrizioni sature che sono già immagini bell’e fatte: così luminescenti, sfuggenti e al contempo millimetricamente definite da renderne di fatto proibitiva una trasposizione. Dall’altro, in compenso, c’è un regista obliquo e stralunato che non teme di far implodere il suo film fino a portarlo alle soglie della catatonia, dell’intontimento da eccesso di stupefacenti e da overdose di sogni falliti, che già all’alba degli anni ’70 sembrano sdruciti tanto quanto gli abiti che indossano i personaggi e la grana delle immagini. Un contrasto che genera un cortocircuito fenomenale tra il “solito” Paul Thomas Anderson, l’autore macroscopico e statuario di film di tetragona ferocia come “The Master” e “Il petroliere”, irremovibili come teoremi e potenti fino allo stremo delle forze, e un regista palesemente “altro”: un alieno impassibile e discreto in una terra di nessuno di sognatori sbandati, certezze frantumate, incursioni schizzate in ambienti che con la realtà paiono avere ben poco a che fare, più vicini a una fusione tra la striscia di cartoon e la seduta spiritica.

Perché “Vizio di forma”, come già il romanzo di partenza, parla di una realtà che è impossibile da leggere e decodificare. È proprio lo straniamento di fondo rispetto a delle coordinate accettabili e prestabilite a rendere quello di Anderson un film non mappabile: un flusso di coscienza che pare interrogare continuamente lo spettatore sulla veridicità delle immagini proposte e su ciò che si sta guardando, imponendogli uno sforzo, un’attenzione assai vigile, una messa a fuoco che dev’essere tanto più precisa quanto più consapevole della nebulosità imperversante. Le dissolvenze incrociate, usate in modo magistrale, amplificano la sensazione costante di un libero associazionismo dilagante, senza catene, volatile come l’aria e aggrappato all’evanescenza per non lasciarsi dominare dalla narrazione, per materializzare l’irrealizzabile e ridare nobiltà (e libertà, a palate) all’atto di creazione cinematografica nella Hollywood di oggi, al cospetto della quale le ondate autoriali degli anni ’70 appaiono davvero preistoria. Anderson, per l’ennesima volta, alza ancora l’asticella delle modalità di racconto del cinema americano contemporaneo, paradossalmente senza reiventare nulla.

Il testo di Pynchon è infatti rispettato con fedeltà massima, ma non con miope servilismo: come l’elusivo scrittore, Anderson racconta gli ultimi fuochi di speranza della Storia recente degli USA, che di lì a poco ufficializzeranno il crollo di ogni utopia prima con Richard Nixon e poi con Ronald Reagan. Ne relativizza, attraverso un caleidoscopio buffo, mortifero e sghignazzato, sia i valori che l’iconografia, specie accostando l’idealismo svagato di Doc Sportello alla muscolosità tutta d’un pezzo e ottusa di Bigfoot: un rapporto che si conclude, come già in “The Master”, con un rendez-vous finale a due che tra l’altro non è presente nel romanzo e che si traduce inevitabilmente in un passaggio di consegne, in un trauma metastorico (“through the past”, appunto, come il “journey” di Neil Young) in cui un’epoca, più rozza e famelica, se ne mangia (letteralmente!) un’altra. L’ultima, tra le altre cose, capace di confidare nello sbandamento e nell’alterazione del vero come chiave d’accesso privilegiato alla realtà. Dalla nebbia dell’oceano, insomma, alle sabbie del deserto e alla conseguente paralisi che ne deriva, per usare un’immagine molto pynchoniana presente nel libro.

Dopotutto raccontare un’epoca, per Pynchon ma anche per Robert Altman (prima) e per Paul Thomas Anderson (poi), vuol dire proprio lavorare in modo forse più satirico che critico sull’immaginario, metterlo a soqquadro attraverso la smitizzazione del genere noir, dei suoi tic, delle sue nostalgie improbabili, di certe graffianti aperture al romanticismo che sono così laceranti proprio perché nascono da assenze da colmare, da vuoti impossibili da riempire. Per Doc ciò coincide con la sua ex Shasta, una vera dark lady metafisica e dai contorni labili che gli torna in casa e gli chiede aiuto a favore della causa del suo nuovo compagno, il palazzinaro Mickey Wolfmann, sposato con un’altra donna e a un passo dall’essere internato. Una vicenda che conduce Doc in un universo parallelo di personaggi simili a schegge impazzite che però sono anche un sopravanzo ultimo di purezza; un limbo in cui la follia conserva il suo potere salvifico e il fato corrotto dell’America non è ancora incredibilmente giunto. Anderson insegue proprio questa ricercatissima forma di ingenuità, nella quale continua ad esser lecito riporre fiducia aspettandosi grandi cose; per dirla con Pynchon “un bagliore soffuso, un alone luminoso che preannunciava una serata in qualche modo epica”.

Tale purezza immarcescibile si rispecchia nell’uso della luce e del colore, così plastico e naif da rasentare il geniale: faro rosso su Shasta, faro blu su Doc, i viali del rimpianto a separarli per istanti tanto lunghi quanto confusi, tanto inebetiti quanto dolorosi, rigorosamente in interni e lontani dall’abbacinante luce naturale della California, altrove accecante. “Vizio di forma”, come il romanzo, con una corrispondenza d’intenti che stupisce e atterrisce, parla la lingua dell’inconscio (con tutti i mezzi possibili, formali e semantici), ma anche dell’incanto sbiadito di un intero mondo prossimo alla sparizione e nondimeno attaccato a un lumicino di speranza, non rassegnato al lungo addio cui sembra condannato. È la luce, di nuovo, a porsi come elemento decisivo, come correlativo oggettivo in grado di suggerire un senso e svelare “emozioni particolari”, a gettare un fanale tanto sull’amore quanto sulla disperazione (o su entrambe, come nel finale da capogiro). Ma anche i movimenti di macchina statici e impercettibili di Anderson concorrono a mettere ordine, si fa per dire, nel macrocosmo dell’odissea rovesciata pynchoniana, ebbra di vita e di squilibri, di malinconia e dolcezza, che rincorre la fiammata e la dispersione, l’onda anomala di un caos sornione che non poteva essere lasciato, perlomeno al cinema, totalmente a briglia sciolta.

Basti pensare agli zoom quasi sacrali che entrano dentro le inquadrature fisse per sezionarne il contenuto e ribadirne la forza compositiva, ma anche al memorabile piano fisso di Shasta e a quel che ne segue: una sequenza miracolosa e brutale, con una dinamica prossemica da urlo, che trasforma lo spazio in materia incandescente e devasta ogni residuo di illusione, tramutandolo, a sorpresa, in una lacrima insperata. Di fatto l’ultima, casuale e inaspettata epifania di verità (e di umanità) in un mondo al collasso. Lo stordente e per certi versi insondabile “Vizio di forma” va così a comporre, con “Il petroliere” e “The Master”, una trilogia ideale su un’America poco lucida, incapace di mettere a fuoco se stessa a tal punto da corrompere e viziare le sue sconfinate possibilità con bugie altrettanto gigantesche. La comunque lodevole foga “giovanilistica” di “Magnolia” ha lasciato il posto a un regista la cui arte pare già scolpita nella roccia, anche quando dovrebbe, come in questo caso, brancolare nel buio dell’indefinitezza e della non reperibilità, del “Come mi trovi? – Non ti trovo”, del rompicapo allucinato e ripiegato su se stesso. Il cinema di Anderson è ormai abituato a seguire le strade maestre più impervie, nelle quali è disposto a perdersi solo per ritrovarsi, più forte e più grande di prima.

Voto dell’autore:4.5 / 5

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