"Collezione Terry Gilliam": tre film del grande regista in Dvd

Di Terry Gilliam si è detto molto in questo anno che sta per concludersi: a Cannes il regista americano presentava il suo ultimo lavoro, un progetto lungo 20 anni che, dopo una gestazione complessa fatta di pause, rinvii, cambi in corsa, stravolgimenti, veniva alla luce: L’uomo che uccise Don Chisciotte. Qualche mese dopo il passaggio alla Croisette il film usciva anche nelle sale, riempiendo ancora gli occhi dello spettatore delle trovate più o meno riuscite di un genio visionario e del suo eclettismo smisurato. Nello stesso anno, CG Entertainment ha messo a disposizione un cofanetto Dvd dedicato a Terry Gilliam, che comprende tre opere distanti tra loro nel tempo: Le avventure del Barone di Munchausen (1988), Paura e delirio a Las Vegas (1998) e The Zero Theorem (2013).

L’occasione è quella imperdibile di approfondire la genesi della poetica cinematografica di Terry Gilliam e il percorso artistico dell’autore: esplorare con lui e con queste opere un immaginario vasto, stratificato, aspro ed affascinante. Le sinergie tra questi tre film offrono il tentativo di risolvere l’intricato labirinto che abita la mente di Gilliam, costruito su ossessioni visive, con feste scenografiche, tripudi di colori e suoni. Una tripletta da collezione per un regista di culto: per (ri)scoprire una cinematografia centrata sul personaggio (e sull’attore), costruita in funzione di lui, delle solitudini e l’estraneità, della vita che irrompe con forza e che genera inquietudine, senso di smarrimento, che impone di abbandonare uno stato di inerzia.

Il mondo di Terry Gilliam oscilla tra realtà e finzione: che il dispositivo diegetico scatenante questa altalena di opposti, di confini labili e sfumati, di ambiguità e grottesco, sia teatrale (Il Barone di Munchausen) o dovuto all’assunzione di droghe e sostante allucinanti (Paura e delirio a Las Vegas) o tecnologico / informatico (The Zero Theorem), poco importa. L’importante è perdere la bussola, noi insieme ai personaggi dei suoi film, e tentare con loro di ritrovare una strada, un senso: districarsi tra eccentrici “significanti” alla ricerca di un “significato”. Gli avversarsi del Barone di Munchausen, interpretato da John Neville, quando lo guardano prendere il volo con una mongolfiera improvvisata, messa su usando la biancheria delle donne e un’imbarcazione, sostengono: “Non andrà molto lontano con un pallone gonfiato e un po’ di fantasia”.

 

 

È Terry Gilliam che crea mongolfiere, ovvero film alimentati dal fuoco della fantasia: le sue storie sono voli, deliri grotteschi e comicità buffa, e celano una malinconia di fondo che provoca una tensione a partire, a vincere guerre contro se stessi e la propria vita. Il Barone ricompone la sua squadra del passato con la quale aveva derubato il sultano scatenando, a suo dire, la guerra con gli ottomani, per tornare e sbaragliare il nemico. Il film inizia in un teatro, termina nello stesso teatro: la parte centrale del segmento è il potere dell’immaginazione che vince le guerre della (non) ragione, le barbarie, gli odi, e anche la morte. Le avventure del Barone di Munchausen fu un flop enorme al botteghino, visto anche l’enorme budget a disposizione, ma mise d’accordo quasi tutta la critica.

Altra sorte toccò invece a Paura e delirio a Las Vegas, realizzato nove anni più tardi, che ben presto si fregiò della medaglia del film cult. La vicenda di Raoul Duke e del Dr. Gonzo, che hanno volto e sembianze di due giganti come Johnny Depp e Benicio del Toro, è un road movie alla volta di Las Vegas: ben presto il viaggio si trasforma in un vero e proprio trip mentale. In questo caso la realtà allucinata non è opera della fantasia, ma indotta da sostanze stupefacenti. I due vivono un’esperienza psichedelica trascinati nelle situazioni più paradossali ed assurde, immersi tra i fumi suadenti della “città del peccato” americana, mentre intorno a loro l’America degli anni ’70 si stava lasciando alle spalle il periodo hippie, sempre più dedita al consumismo sfrenato e a combattere le guerre altrui. Un film che “vomita” fiumi di colori, pipistrelli, lucertoloni, geometrie sgangherate, linee asimmetriche: un Gilliam pieno, totale, saturante, assordante.

 

 

Anche The Zero Theorem, come Paura e delirio a Las Vegas, prende spunto da un assunto realistico: il film è del 2013, e il mondo abitato dal protagonista Qohen Leth (un impeccabile Christoph Waltz) è una realtà distopica e futuristica basata su numeri, tecnologia, informatica, virtuale. In tal senso richiama le due opere più celebri di Gilliam, Brazil (1985) e L’esercito delle 12 scimmie (1995). Il personaggio principale è tipico della poetica dell’autore americano: un malato di sociopatia e depresso, che vive da solo in una vecchia chiesa abbandonata, lavora con le “esistenze” davanti al computer e un joystick tra le mani, aspetta una chiamata che dia senso alla sua vita. Tenta lui stesso di trovarlo mentre, provando a risolvere il teorema zero, prova a far coincidere questo senso con il nulla e la distruzione: cioè la vita che ospita il niente, il nulla, o il contrario, il nulla che ospita la vita.

Tardi si accorgerà che il senso della vita sta nei legami di amicizia, di amore, con quei personaggi che invadono i suoi confini, lasciando che siano la vita e un “tutto” ad irrompere e spazzare via il nulla. Lo stesso Gilliam ci dice che The Zero Theorem è per lui uno sguardo sul mondo in cui pensa di vivere ora, come Brazil lo era del mondo di allora. È un film di fantascienza realizzato con un modesto budget e con un uso risicato della computer grafica: infatti, come si può apprezzare dal dietro le quinte del contenuto extra del disco, molti effetti sono realizzati in modo artigianale, con la solita cura ed attenzione alle scenografie, da sempre pallino del regista; è una fantascienza più verosimile, più umana, meno fredda e perciò più plausibile. Come dice Gilliam, in questo caso non è “un mondo virtuale che cerca di essere reale, ma il contrario: un mondo reale che cercavamo di rendere surreale”.

 

 

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