"El Topo" e "La montagna sacra": due cult di Alejandro Jodorowsky in Blu-Ray

Padre dei “film di mezzanotte”, autore poliedrico ed indecifrabile, distante dai canoni del cinema e dell’arte in generale, ma anche dai benpensanti del mondo, provocatorio e contradditorio, il cileno Alejandro Jodorowsky, classe 1929, ha segnato profondamente l’arte cinematografica negli anni ’70, scardinandola dai suoi codici accademici e ormai largamente diffusi fino ad allora e portandola ad un livello di visione surrealista, grottesca e liberatoria, fortemente critica verso la società e i suoi valori e principi. Lo ha fatto principalmente con due opere, una successiva all’altra, El Topo (1970) e La montagna sacra (1973), che CG Entertainment e RaroVideo mettono a disposizione in un cofanetto Blu-Ray, la Collezione Alejandro Jodorowsky, che le raccoglie entrambe, accuratamente restaurate.

È il modo di riscoprire, analizzare e cercare di comprendere l’importanza di un vero e proprio evento cinematografico, epifania tra le più imprevedibili nella storia di questa arte che cambiò tutto un modo di vedere e concepire il cinema underground, ma che a distanza di anni resta ancora unica nel suo genere, come se si manifestasse nuovamente ad ogni visione. El Topo è stato una scoperta, un qualcosa che era in attesa di esplodere e lo ha fatto nel piccolo cinema Elgin Theater di New York, a mezzanotte, in tutta la sua abbagliante carica allucinata e allucinante di un cinema forsennato, forte, libero e senza freni, pensato su simbolismi, allusioni, astrazioni, ma allo stesso tempo ben incardinato dentro una struttura e una forma tipicamente cinematografiche, come quella del western; per la scelta di certe inquadrature e punti di vista si avvicina molto al cinema e alla poetica di Sergio Leone.

 

 

Un pistolero compie un viaggio alla ricerca di se stesso, e il deserto è metafora chiara di una solitudine che è radice del discernimento interiore. Dopo aver abbandonato il figlio, El Topo andrà alla ricerca dei quattro pistoleri più temibili che vivono in quel deserto, combattendo con loro non solo su un piano fattuale, ma anche spirituale. Queste quattro lezioni lo porteranno poi a rinascere, dopo essere stato sul punto di morire, come padre spirituale di una comunità di storpi che vivono nascosti sottoterra, per cercare di aiutarli a trovare un’autonomia e una ragione di esistenza nel mondo. A quella prima proiezione di El Topo era presente in sala John Lennon, che rimase talmente folgorato dal film da pubblicizzarlo e promuoverlo in tutta l’America, trasformandolo ben presto in un vero e proprio cult: all’Elgin Theater rimase in programmazione in sala a mezzanotte per circa un intero anno.

Non solo, Lennon si innamorò dell’idea di cinema di Jodorowski e finanziò il suo lavoro successivo, La montagna sacra appunto, che riprendeva le caratteristiche già emerse ne El Topo, ma portandole ad un livello di interpretazione e percezione nettamente superiore. Una vera esasperazione di idee, di simbolismi, di metafore: un’opera mimica, fatta di pose, di movimenti plastici, di dettagli e particolari. Anche la vicenda de La montagna sacra ruota intorno ad un protagonista: un ladro che incarna, sia per sembianze che per riferimenti tradizionali precisi, la figura messianica di Cristo. Lui e gli uomini più potenti del mondo, che personificano ognuno un microcosmo a sé, un business e un’idea di potere, assurgendo poi a diventare anche rappresentazioni più astratte dell’avidità, del lusso, della violenza, della guerra, della sottomissione, dell’arrivismo, rinunciano ai propri poteri, si spogliano di tutto e si mettono in viaggio verso la montagna sacra alla ricerca della verità sull’immortalità, in mano agli individui che ne abitano la vetta.

 

 

In un’opera puramente concettuale e metaforica dove ciò che è mostrato è quasi sempre elemento-simbolo che rimanda a qualcosa di altro e che sottintende altro, Jodorowsky costruisce di fatto un film mimico di pose e movimenti plastici, di inquadrature ricche di dettagli e particolari. Il rimando è una critica violenta contro la società e il modo di vivere, nell’atto specifico del porsi nei confronti dell’altro; contro le massificazioni della religione, gli estremismi, le violenze perpetrate. Qui l’estremizzazione del simbolo nelle sue tematiche sociali e metafisiche lascia poco respiro a quei risvolti più intimi, umani, personali che si erano visti in El Topo, come il rapporto tra padre e figlio, l’abbandono e la perdita, la relazione amorosa. Jodorowski chiede allo spettatore stesso di incamminarsi con questa compagnia di persone in un viaggio alla ricerca di senso e di risposte.

È una condivisione a volte forzata, che spingerà verso un tradimento: un tradimento che in questo caso non avverrà all’interno della vicenda, ma che riguarda appunto noi. Tradimento della realtà percepita, svelamento dell’illusione: l’abbandono anche del cinema, della sua realtà fittizia ed immaginifica. Jodorowsky lo frega mostrandolo: così la violenza, elemento sempre presente nelle sue pellicole, al pari del sangue che ne è spesso conseguenza, perché come lui stesso afferma “Non esiste un film mistico senza la violenza”, in questo caso diventa un atto verso la percezione di noi che guardiamo. La ferita che ci fa male ci chiede di andare oltre al simbolo, al surreale, ed afferrare infine la realtà, non come concetto generale, ma unico e personale. E paradossalmente, quel cinema abbandonato e tradito diventa strumento principe per mettere in atto questo processo.

 

 

Quello di Alejandro Jodorowsky è quindi un cinema di macerazione e di distruzione, in cui gli elementi visivi, cromatici, ma anche e soprattutto sonori, diegetici ed extradiegetici, sono messi in continua opposizione e conflitto tra loro quasi per annullarsi a vicenda. Tuttavia questa decomposizione crea qualcosa, paradossalmente e miracolosamente: crea un quadro sognante ed allucinato, delirante, ammantato di un fascino unico che non può lasciare indifferenti, ma lo fa nella stessa misura, se non più, per il suo essere allo stesso tempo straniante, scostante, ripudiante. La macerazione e decostruzione già avviate all’interno delle singole inquadrature de El Topo, che spesso vengono concepite da Jodorowsky come quadri, icone, per la compostezza con la quale sono realizzate e per l’insieme di simboli che contengono, raggiungono il loro apice di significato nel finale de La montagna sacra.

“Un’idea di cinema solitaria, religiosa”, come ha modo di spiegare il critico Mario Sesti nel commento ai due film nei contenuti extra del cofanetto. Un cinema di pura allegoria, vicino ai quadri di Hieronymus Bosch, che per forza di cosa ha le sue virtù nelle sfumature, nei colori, nei caratteri visivi. Qualità che il restauro in Blu-Ray riporta alla luce, donando all’immagine quella forza espressiva e quei significanti originari, determinanti per veicolare il significato ultimo delle due opere. I contenuti extra, inoltre, con interviste e commenti audio ai due film dello stesso Jodorowsky, riflessioni del critico italiano Mario Sesti, documentari sul restauro e sui tarocchi (da sempre passione del regista), assumono il ruolo di guida preziosa per districarsi in questa visione dell’arte e del mondo del tutto unica e particolare.

 

 

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