"Il diritto di uccidere": in Dvd e Blu-Ray il thriller con Helen Mirren

Una scelta, un ordine, un pulsante da premere; e conseguenze attutite da uno schermo, lontane, non tangibili. Con Il diritto di uccidere, film del 2015 che abbiamo la possibilità di riscoprire in tutta la sua qualità grazie all’edizione Blu-Ray distribuita da CG Entertainment, torna facilmente alla mente il Good kill dell’anno prima diretto da Andrew Niccol. Entrambe le opere mettono in scena la guerra del nuovo millennio: non più quella combattuta in trincee, sui mari o sui campi di battaglia, tra sangue e fango, lacerazioni, isolamento, dolore, morti e feriti; non più quella combattuta con dialoghi diplomatici, serrati e tesi come una corda di violino, o tra un proclama di superiorità e l’altro della Guerra Fredda; ma quella combattuta con joystick in mano pilotando a distanza un “giocattolo” aereo mortale, seduti ma scomodi, “con tè e biscotti”, davanti ad uno schermo.

Un velo, quello schermo, oggi più che mai spesso, ma allo stesso tempo, e qui risiede il drammatico paradosso, sempre meno percepibile, sempre più ininfluente e intangibile, indifferente. Sempre meno filtro. Se l’opera di Andrew Niccol concentrava l’attenzione su Thomas Egan, ex pilota di caccia bombardieri, neo-pilota di droni, e del suo dissidio interiore, esistenziale in primo luogo e poi anche morale, Il diritto di uccidere di Gavin Hood mette insieme un thriller di guerra costituito da più individualità e caratterizzazioni multiple, a creare un quadro composito e allargato su scala mondiale. Un’azione militare per un obiettivo in comune, più protagonisti, varie responsabilità e, forse, una sola conseguenza.

La missione che prevedeva inizialmente di catturare con forze via terra tre esponenti di una pericolosa cellula terroristica a Nairobi, nascosti in una casa, si scontra con impossibilità impreviste e si muta in un atto di eliminazione degli obiettivi. La differente consegna però spinge il controllo operativo stanziato a Londra e guidato dal colonnello Katherine Powell (Helen Mirren) ad interrogare il consiglio riunito dei vertici di Stato inglesi insieme al generale Frank Benson (Alan Rickman, alla sua ultima interpretazione) sulla questione legale e politica di un eventuale attacco missilistico. Intanto due giovani reclute, Steve Watts (Aaron Paul) e Carrie Gershon (Phoebe Fox), chiuse in un box di una stazione militare nel deserto del Nevada, vicino a Las Vegas, pilotano il drone che da oggetto di osservazione dovrà ben presto ricoprire il ruolo di arma di annientamento.

 

 

E un piccolo insetto meccanico è invece guidato sul posto da Jama Farah (Barkhad Abdi) dentro l’abitazione dove si nascondono gli indiziati. Dalle Hawaii si controlla il riscontro visivo delle immagini che arrivano da questi strumenti aerei d’avanguardia; Singapore e Cina entrano involontariamente nel quadro geografico complessivo per il coinvolgimento del Primo Ministro britannico e del rappresentate del governo americano in viaggi diplomatici. Una decisione imminente tenuta in stallo da più individui, gestita tra telefonate e messaggi in chat, lontana dal campo di battaglia, visualizzata attraverso delle fredde immagini; ma ciò che sembra distante e distaccato, improvvisamente coinvolgerà a livello emotivo ed empatico e diventerà moralmente complicato per la presenza di una bambina potenzialmente coinvolta drasticamente nell’eventuale esplosione.

Così un film dalla trama apparentemente dispersiva e dall’impostazione in prevalenza statica (si conterà una sola scena di vera azione e concitazione) riesce invece a legare tutti i pezzi del puzzle, grazie soprattutto ad un lavoro variegato e non scontato di regia, che ripesca dal cinema intrinsecamente classico del “film-caso di studio” retto da due interpretazioni sopra la media: Helen Mirren, colonnello glaciale e imperturbabile, e il compianto Alan Rickman, generale dai tratti ironici e gli occhi di chi in guerra ne ha viste tante; ma anche ridefinendo i codici linguistici di certe inquadrature, come quella d’alto e a filo a piombo sulla casa, moderna perché appartenente ad un drone, ibrida perché un po’ istanza narrativa e un po’ punto di vista morale sulla vicenda, un po’ occhio del Dio narrativo e un po’ del Dio del controllo totale e della guerra.

 

 

Inoltre l’amalgama si attua grazie ad un esercizio di puro montaggio che impasta questi ingredienti e dà vita ad un racconto unico, donandogli un ritmo definito e puntuale quanto basta a tenere desta l’attenzione: sia nel non disattendere le attese, sia per stimolarne un coinvolgimento morale; crea una tensione palpabile seppur nella staticità degli eventi narrati, una suspense costante giocata in stacchi precisi e giustapposizioni di inquadrature mai banali, che donano una forza drammatica non indifferente. È il montaggio che modella lo spazio / tempo e non ne viene assoggettato: così i personaggi, nonostante le enormi distanze che li separano, si avvicinano e si legano tra loro su più livelli, come se fossero nella stessa stanza alla stessa ora. Ma “ciò che tiene sulle spine lo spettatore non è soltanto la tensione del thriller, fattore principale, ma anche la costante agonia morale, generata dalla necessità di dover prendere una decisione terrificante”, ci informa il produttore Colin Firth in una delle numerose interviste al cast artistico e tecnico presenti nei contenuti speciali del Blu-Ray.

Il diritto di uccidere di fatto non solo intrattiene e appassiona, ma provoca durante la visione (e a maggior ragione una volta terminata) un dibattito morale, in equilibrio precario tra la tragicità degli eventi che la macchina da presa di Gavin Hood non lesina a mostrare con crudezza e ardore di verità, e la loro assurdità. Si attua uno straniamento profondo e rimarcato nello spettatore, così come avviene negli attanti della vicenda, ai quali il pubblico a tratti si avvicina per poi prenderne le distanze, senza veramente parteggiare per l’uno o per l’altro. Una bambina che vende il pane davanti alla casa che sarà fatta esplodere è l’innocente che diventa ago della bilancia: un sacrificio necessario o è la missione una necessità sacrificabile? Il film interroga noi: siamo il personaggio in più, anche noi comodamente seduti davanti ad uno schermo, spettatori lontani di guerra e morte. Spettatori inermi.

 

 

The following two tabs change content below.

Ultimi post di Simone Santi Amantini (vedi tutti)