"Il pranzo di Babette": la nuova edizione Dvd del film premio Oscar

Il pranzo di Babette di Gabriel Axel ci colpisce fin da subito per la sua essenzialità. Ci sono pochi personaggi, una location remota di un piccolo borgo della costa a Nord dello Jutland danese, con la Svezia e Stoccolma a poca distanza, e a Sud tutta l’Europa incombente, con le grandi potenze caparbiamente aggrappate all’affermazione del proprio nazionalismo, della propria superiorità, in preda a rivoluzioni civili e dissidi profondi ma latenti, che sarebbero poi esplosi nei conflitti mondiali; tra queste la Francia, dalla quale fugge la protagonista del film, Babette Hersant (Stéphane Audran), dopo aver perso il marito e il figlio durante la repressione della comune di Parigi.

Nel paesino Babette trova accoglienza e dimora presso la casa del decano, morto da tanti anni e abitata dalle sue due anziane figlie, Martina e Philippa, un tempo ragazze belle e ambite; si guadagna l’ospitalità offrendosi come governante in modo completamente gratuito. Le due sorelle hanno ereditato dal padre la guida spirituale di questa comunità religiosa: ma la rigidità e la fermezza verso le regole, la vita ordinaria chiusa nella routine e nell’ordinarietà, una fede bigotta e confezionata, poco incline al cambiamento e al rinnovamento, rendono il luogo un posto grigio, spento, dove la gioia fa fatica a farsi largo. Sarà proprio Babette, con la sua presenza ingombrante ma non invasiva, semplicemente salda e forte della sua diversità, a incrinare tutto questo e a dare nuovi colori alla vita di questa comunità.

Il pranzo di Babette arriva in una nuova versione restaurata in Dvd grazie alla distribuzione di CG Entertainment: l’occasione è di quelle immancabili, il regalo di quelli veramente preziosi. Come ci racconta il produttore Luigi Musini nei 40 minuti di contenuti extra del Dvd, che raccolgono anche interviste agli chef Antonia Klugmann, Davide Oldani e Heinz Beck, nonché la guida all’analisi critica del giornalista Paolo Mereghetti, distribuire Il pranzo di Babette fu un azzardo, che in seguito si rivelò vincente quando ottenne l’Oscar per il miglior film straniero. Da lì l’ascesa e le file ai cinema per assistere ad un’opera che riesce ancora oggi a parlare in modo semplice e diretto ad ogni singolo spettatore; il più illustre tra questi, che lo elegge anche come suo film preferito, è Papa Francesco.

 

 

Di fatto la vicenda del film di Axel è da leggere in chiave puramente simbolica, oltre quello che ci mostra. Come Babette muove i fili della sua opera d’arte culinaria da dietro le quinte, così lì è da ricercare il senso profondo di questo film genuino ed essenziale: non solo un senso, ma anche la sua forza, la sua energia, che pervadono lo sguardo e invitano alla riflessione e al discernimento. Babette si offre di preparare questo “pranzo alla francese” in onore dei 100 anni dalla nascita del decano, lo fa per commensali “ignoranti” che non avrebbero capito le sottigliezze e le sfumature della sua arte, lo fa nonostante questi nutrano verso di lei sospetti e dubbi, ritenendo quel pasto un “Sabba satanico” che li avrebbe esposti a peccati gravissimi. Ma sceglie di fare, e di servire loro il cibo migliore.

È il banchetto regale: come insegna la dottrina cattolica, il regno di Dio abita dentro ognuno di noi, e con il battesimo diventiamo, oltre che sacerdoti e profeti, anche re. Così per Babette ogni commensale è un re, in quanto uomo: un re da adorare e servire nel migliore dei modi, oltre ogni pregiudizio. Babette si umilia per innalzare l’altro: spende tutto il suo denaro, ottenuto da un’importante vincita alla lotteria in Francia, per preparare le migliori prelibatezze e donare gioia ai suoi “re”. Le fasi che vanno a costituire la realizzazione di questa cena sono le medesime che appartengono all’opera d’arte e al lavoro dell’artista; le attenzioni e le premure messe in campo sono, in ultima analisi, le stesse di chi si dichiara servo di Dio: di chi ama di un amore gratuito.

In questo rito scorgiamo indelebili i marchi del metodo dell’artista: l’abnegazione, il sudore e la fatica, il donare gratuitamente ed incondizionatamente, il suo dire qualcosa attraverso la sua arte, la sua preziosa testimonianza di una bellezza antica e sempre nuova che appartiene al mondo e abita l’animo umano, ridestandolo dal sopimento, dal grigiore, richiamandolo a più elevate ambizioni. In questo rito si trova il senso dello spendersi per l’altro, per il suo benessere, per la sua felicità; per riempire il suo cuore. “Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: «Come delizierai gli angeli!»”, scrive, citando il film, lo stesso Papa Francesco nella sua enciclica Amoris Laetitia.

 

 

La prima fase, basilare, è la ricerca degli ingredienti giusti. Babette fa arrivare ciò che le è necessario direttamente dalla Francia ed ogni prodotto deve essere come lei desidera, precisamente ciò che cerca. È la documentazione, lo studio, la preparazione che stanno a monte dell’opera d’arte, che la precedono, che ne identificano fin da subito lo spessore: la scelta di ciò che si vuole dire, ciò che ha più urgenza, e dello stile con cui veicolarlo, dell’approccio da utilizzare. È anche il tempo che dedichiamo ad ascoltare l’altro, a conoscere la sua vita, i suoi bisogni, e a capire con studio e sapienza gli strumenti adatti per poterlo aiutare. Poi c’è la preparazione del cibo, metodica, curata, attenta ai dettagli, alle sfumature, a non trascurare da un lato il valore estetico, che possa catturare lo sguardo, e dall’altro lato il sapore interno per deliziare il palato prima e lo spirito, donando una sensazione di piacere e benessere.

C’è quindi l’attenzione all’impiattamento, dagli antipasti ai primi ai secondi, per arrivare alla frutta: i colori grigi degli esterni del film lasciano spazio a tonalità calde e vivide, variegate, che colpiscono l’occhio; la perfezione delle forme invitano ad assaggiare, a cibarsi di quella bellezza. È qualcosa di nuovo, di inusuale: affiorano sapori lontani, sconosciuti, che iniziano ad incrinare pregiudizi, preconcetti, a rendere docili gli animi, predisponendoli alla comprensione, al cambiamento che si sta spontaneamente manifestando. È la fase della costruzione dell’opera d’arte, la sua creazione passo per passo, l’attenzione alla sua bellezza esterna che possa colpire in prima istanza, prima di poterne fruire in modo completo; la fase in cui si sceglie di presentare, anche con coraggio, una novità, affidandosi alla sua forza profetica e dirompente: la scelta di essere originali, di uscire da percorsi battuti e intraprendere nuove strade, tanto nel contenuto del nostro messaggio, quanto nello stile.

È la tensione dell’artista al rinnovamento, al cambiamento, al futuro. La preparazione è anche la preghiera, è il pensiero rivolto a quella determinata persona, il tempo che spendiamo per lei anche solo con una inclinazione dell’animo, silenziosa, nascosta, lontana. È preparare il terreno all’incontro, è creare qualcosa che possa rendere felice l’altro, è dare forma e sostanza all’aiuto pratico e concreto, ma esclusivo e necessario, quello che riteniamo giusto in virtù della conoscenza che abbiamo fatto in precedenza. Preparare il dono migliore. Poi c’è la fase della fruizione: le due sorelle e gli altri invitati iniziano a mangiare il cibo preparato a loro da Babette. Quindi fruiamo dell’opera d’arte, l’artista condivide la sua creazione con qualcuno che diventa parte di quel messaggio, di quella creazione, e ne ammiriamo la bellezza, ne assaggiamo i contenuti. È il momento dell’amore che si incarna in qualcosa di concreto, che viene tradotto in sostanza, in materia.

 

 

L’amore ha sempre bisogno di una mediazione, dell’uomo e della carne: passa attraverso cose pratiche, concrete, attraverso un servizio che non è qualcosa di ideale o filosofico, ma che si fa sostanza, vicinanza, verità. I passaggi della creazione del pranzo di Babette sono i passaggi della creazione dell’opera d’arte e di ciò che intendiamo per “servire”, anche nella concezione biblica del termine: Gesù è il primo servitore, è colui che ci prepara il pranzo regale. L’artista è anch’egli servitore, colui che si mette a servizio degli altri e lo fa con tutto se stesso, un dono che passa attraverso l’opera d’arte: nel caso specifico del film, Babette lo fa sia su un piano economico, e senza dire niente, senza sbandierarlo, rivelandolo a noi spettatori solo nel finale parlando con le sue padrone; afferma lei stessa che “l’artista non è mai povero”. Ma lo fa soprattutto su un piano umano, emotivo e mentale, in modo gratuito.

Babette dona la sua cucina, che è per lei arte, seppur effimera e irripetibile in modo sempre uguale. Dona il suo amore: e questo amore dà i suoi frutti, ha trasformato l’animo delle persone che ne hanno fruito, che l’hanno ricevuto, è riuscito a smussare spigoli che esistevano in diverse relazioni e a sgonfiare i problemi che intercorrevano tra alcuni commensali; ha risanato vecchi attriti, ha allontanato rancori, pregiudizi, ha dato una spinta al futuro, caricandolo di speranza, di fede vera, attuabile, pratica. Nuovi sorrisi si fanno largo in questa comunità nuova, nuovi ringraziamenti, nuovi abbracci e relazioni di amicizia; ci sono anche vecchi amori che testimoniano la loro eternità, come la storia tra il generale Lorens Lowenhielm e una delle due sorelle, sottotrama incantevole che impreziosisce il racconto di Axel: amori che sconfiggono l’implacabilità del tempo, che durano, che ridestano il fuoco sopito, ma mai spento, della brace sotto la cenere, intorno ad una tavola, in un’atmosfera densa di convivialità e calore.

Gabriel Axel sceglie uno stile naturalista semplice, preciso e puntuale: il film è calibrato in ogni sua parte, in ogni fase di costruzione. Una storia che non ha eventi eccezionali, ma che scopre la sua eccezionalità nella semplicità, in tutto ciò che sta dietro le quinte, che continua a rimanerti in testa e nel cuore anche dopo l’ultima inquadratura. È uno di quei casi nella storia del cinema in cui la parola “capolavoro” non è usata a sproposito: un film di pochi ingredienti, semplici, essenziali, giusti, presentati con cura, preparati con metodo, buoni, che provocano gioia e riflessione. Il pranzo di Babette è una liturgia del sacrificio, una messa, un’opera buona verso gli altri, come l’opera d’arte. Axel ci serve il suo pranzo di Babette, la sua opera d’arte. È in tal senso un film metalinguistico: Axel ci ha invitato al suo pranzo, lo ha preparato per noi, per compiacersi del nostro bene. Privilegiati ne abbiamo fatto parte, e ne abbiamo goduto, con il corpo e con lo spirito.

 

 

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