"Lo specchio": il classico di Tarkovskij in Dvd e Blu-Ray

“Si usano specchi per guardarsi il viso, e si usano opere d’arte per guardare la propria anima”. Questa citazione dello scrittore George Bernard Shaw si cuce perfettamente per Lo specchio, film del 1975 firmato da Andrej Tarkovskij. Lo specchio, di fatto, è l’opera d’arte che ti si pone davanti e riflette ciò che hai dentro: la tua vita, tutto il puzzle di ricordi, di errori o di scelte azzeccate, i fantasmi del passato, le illusioni del presente; riflette la tua anima così com’è, immagine nitida, senza veli e mediazioni, impressa nella superficie piatta ma allo stesso tempo profonda dello specchio-arte.

“Tutto ciò che mi tormenta, che mi manca, di cui ho nostalgia, che mi indigna, che mi nausea, che mi soffoca, che mi illumina e mi riscalda, di cui vivo e che mi uccide, tutto questo l’ho visto nel suo film, come in uno specchio. Per la prima volta un film è diventato per me realtà, ecco perché vado a vederlo: vado a vivere dentro di esso”. Così scrive una spettatrice a Tarkovskij all’indomani della visione del film, lettera questa che, insieme ad altre, il regista russo ha raccolto nel prologo del suo libro Scolpire il tempo. Vivere dentro Lo specchio oggi è anche per noi una possibilità, qualora lo volessimo o qualora ci riuscissimo, grazie alla distribuzione del film in formato Blu-Ray di General Video, che dota questo singolare “specchio-film” di quegli accorgimenti qualitativi nella resa video e audio capaci di conservare intatto lo spessore artistico e la cura quasi artigianale voluti dal suo autore.

 

 

L’edizione, distribuita da CG Entertainment, raccoglie nei contenuti extra un’intervista a Grigorij Yavlinkij sul film e sulla cinematografia russa più in generale, e un brevissimo frammento del regista sul set. Difficile delineare una trama per Lo specchio o incasellare una successione degli eventi. Tarkovskij adopera un montaggio non lineare per intrecciare o mescolare continuamente due momenti della vita del protagonista Aleksej, che è l’alter ego dello stesso regista: la sua infanzia insieme alla sorellina e alla madre, vissuta con la pesante assenza del padre che li ha abbandonati, e il presente in cui, ormai adulto e maturo, è separato dalla moglie e dal figlio. Il risultato è perciò un flusso di coscienza interrotto e ipnotico, tra rifrazioni e riverberi, tra passato e presente: un viaggio della memoria che Tarkovskij compie nella sua stessa vita e al quale ci chiede di abbandonarci più con il cuore che con la mente, lasciandoci andare per vedere sotto una luce diversa, quindi rivalutare e riconsiderare, anche la nostra vita.

Un percorso senza indicazioni, un tracciato libero e suggestivo, metaforico e carico di simboli, come è da sempre il cinema del regista russo, ma senza appigli e connessioni ai generi, come accadeva nelle opere precedenti: la guerra per L’infanzia di Ivan (1962), il racconto storico con Andrej Rublev (1966) o la fantascienza di Solaris (1972). Di fatto Lo specchio arriva dopo e costituisce una sorta di spartiacque nella filmografia di Tarkovskij: non solo perché per la prima volta in modo più marcato mette se stesso al centro dell’opera (tra l’altro la madre del regista, Maria Ivanovna Tarkovsaja, interpreta la nonna nel film, e del padre Arsenij vengono lette le poesie in voce fuori campo), ma anche perché relegò il regista alla marginalità in patria, per via della sua incomprensibilità agli occhi del governo sovietico.

 

 

Un’opera singolare, a volte forzata nell’attuare la commistione e la giustapposizione dei frammenti mnemonici o tra le immagini filmiche e quelle di repertorio, tra Storia e storia, tra realtà e sogni, incubi, invenzioni, alterazioni, ma di forte impatto grazie anche ad un montaggio spinto per quei tempi, profetico e moderno, con stacchi forti e decisi, troncature nette, passaggi scomodi e spaccature, o altri momenti più trattenuti, più lievi e dolci: quando per esempio Tarkovskij lascia che ci facciamo cullare e guidare dai suoi piani sequenza interminabili, tra panoramiche, carrelli che si allontanano o zoom in avanti che ci avvicinano alla superficie di questo particolare specchio che riflette sensazioni e sentimenti, mostra spinte nella ricerca di un senso spirituale che travalichi la materialità delle cose, che individui un punto di fuga ideale dal presente opprimente. Che sprigioni in definitiva pace e quiete, poco importa se nell’immagine in bianco e nero dell’acqua che lava i capelli di una donna e del suono distensivo di gocce che si rifrangono su altra acqua (elemento tipico della poetica tarkovskijana, che ciclicamente torna in ogni suo film), o in quella di un maestoso fuoco a colori, incendio dell’anima, fulgido ed epifanico.

“E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il Signore non era nel fuoco. E dopo il fuoco, un suono dolce e sommesso”. È l’uccellino che vola via dalla mano di Aleksej morente; è il bambino che si specchia, in una delle ultime immagini del film: l’ultima, in realtà, dove compare uno specchio materiale all’interno dell’opera. Il bambino che, sottoforma di feto, dichiarava l’Uomo come misura di tutto in 2001: Odissea dello spazio di Stanley Kubrick, ora abita la superficie vuota e fredda di un vecchio specchio, oggetto senza vita come tanti altri che la macchina da presa di Tarkovskij inquadra nel film: lo anima, gli dona vita. È lo stesso bambino che cerchiamo noi spettatori specchiandoci ne Lo specchio di Tarkovskij, distaccati da una comprensione chiara, netta, ma che non ci interessa, per riscoprire invece nella nostra vita, passata e presente, stupore e fascino, semplicità e bellezza, sentimento ed umanità.

 

 

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