"Il racconto dell'ancella" di Margaret Atwood: il libro alla base della serie Tv

“Come tutti gli storici sanno, il passato è un grande spazio buio, colmo di echi. Le voci che ci raggiungono di lì sono intrise dell’oscurità della matrice da cui provengono e, per quanto ci si provi, non sempre possiamo decifrarle con esattezza alla luce più chiara del nostro tempo”. Anche la voce di Dilfred, protagonista e narratrice de Il racconto dell’ancella, proviene dall’abisso di oscurità del passato: un passato che, nelle pagine del romanzo di Margaret Atwood, ha però i contorni di un agghiacciante, prossimo futuro, in cui la minaccia di attentati ha trasformato gli Stati Uniti in un regime totalitario e teocratico, la Repubblica di Galaad, in cui le donne sono state private di diritti politici e umani e, nella maggior parte dei casi, ridotte a una condizione di autentica schiavitù.

Edito per la prima volta nel 1986 e ripubblicato nel giugno scorso in Italia da Ponte alle Grazie, Il racconto dell’ancella rappresenta probabilmente il capolavoro, nonché il titolo più celebre della scrittrice canadese, maestra di una fantascienza dal taglio psicologico e intimista, in cui i canoni del genere di riferimento vengono adottati per riflettere sulle contraddizioni e le disuguaglianze della società contemporanea, nonché sulla lotta per l’emancipazione della donna. Candidato al prestigioso Booker Prize, Il racconto dell’ancella è il romanzo che avrebbe consacrato Margaret Atwood a livello internazionale, aprendo la strada al successo di libri come Occhi di gatto (1988), L’altra Grace (1996), L’assassino cieco (2000), vincitore del Booker Prize, e L’ultimo degli uomini (2003).

Diventato un cult immediato della fantascienza, nel 1990 Il racconto dell’ancella è stato portato al cinema da Volker Schlöndorff in un film con Natasha Richardson, Robert Duvall e Faye Dunaway, ma la sua popolarità ha conosciuto un nuovo picco proprio quest’anno: un merito da attribuire a The handmaid’s tale, la strepitosa serie Tv di Bruce Miller in onda in Italia su TIMVision e premiata il mese scorso con otto Emmy Award, fra cui miglior serie, miglior regia, miglior attrice per Elisabeth Moss e miglior attrice supporter per Ann Dowd. Un’eccellente trasposizione del densissimo romanzo della Atwood, interamente restituito sul piccolo schermo nell’arco dei dieci episodi di questa prima stagione, capace di mettere in scena un’opera che nella prosa della Atwood si configura come una lunga e dolorosa confessione: un flusso di coscienza in cui la memorialistica si sviluppa fra cronaca diaristica, analessi e perfino alcune divagazioni quasi oniriche.

 

 

Dilfred (ma il suo nome lo scopriremo solo a metà della lettura), il personaggio interpretato nella serie da una superba Elisabeth Moss, è una giovane donna che, con il tramonto della democrazia negli Stati Uniti, è stata costretta a diventare una “ancella”: un mero strumento riproduttivo, al servizio dei ceti più alti, in una civiltà in cui le gravidanze sono ormai un fenomeno estremamente raro. Ed è attraverso la voce narrante di Dilfred che apprendiamo dell’ingresso della ragazza nella casa del Comandante, Fred, uno dei massimi esponenti del regime, allo scopo di dare a lui e a sua moglie, l’ex-predicatrice televisiva Serena Joy, quel figlio tanto agognato ma mai arrivato. Dilaniata tra il rimpianto per la sua precedente vita familiare, il terrore di essere l’ennesima vittima di un atroce meccanismo repressivo e il desiderio, nonostante tutto insopprimibile, di riconquistare un brandello di libertà, la donna inizia a chiedersi di chi possa fidarsi e fin dove possano spingersi i suoi tentativi di “trasgressione”.

Da una pagina all’altra di questo fantomatico diario, la potenza della scrittura della Atwood si manifesta soprattutto nella profondità introspettiva della sua prosa e nella precisione con cui, mediante i pensieri di Dilfred, l’autrice delinea i contorni di una dimensione esistenziale a dir poco logorante: una dimensione in cui il sospetto e la paranoia convivono con la nostalgia divorante per il “mondo di prima”, con una rabbia repressa ma che sopravvive sotto la cenere di un’apparente accettazione dello status quo e con flebili scintille di speranza… che si tratti della speranza di una nuova passione, di riabbracciare la figlia perduta o di sottrarsi, in un modo o nell’altro, alla prigionia di quella tunica rossa. Fra momenti di atrocità quotidiana, cristallizzata in rituali di scioccante ferocia, e l’implicita apologia di quel senso di humanitas che resiste anche nello scenario più tragico, Il racconto dell’ancella si rivela un romanzo formidabile, che dopo più di trent’anni (e alla luce dei coevi dibattiti sul sessismo e gli abusi sulle donne) non sembra aver perso un grammo della sua devastante forza narrativa.