Addio a Harry Dean Stanton, volto-simbolo del cinema americano

Una filmografia sterminata, una carriera che si estende per sei decenni e un volto che, nel corso del tempo, si è impresso nell’immaginario cinematografico: Harry Dean Stanton, scomparso ieri a Los Angeles a 91 anni d’età, non è stato solo un eccezionale caratterista a Hollywood e dintorni, ma uno degli attori che hanno incarnato lo spirito e la poesia dell’America rurale. Nato il 14 luglio 1926 a Irvine, un piccolo paese del Kentucky, Harry Dean Stanton aveva mosso i primi passi nell’industria hollywoodiana nella seconda metà degli Anni ’50, recitando perlopiù in ruoli minori.

A partire dagli Anni ’70 Stanton era diventato una figura sempre più riconoscibile grazie a parti di maggior rilievo in film come Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah (1973), Alien di Ridley Scott (1979) e The Rose di Mark Rydell (1979), Soldato Giulia agli ordini di Howard Zieff (1980), 1997 – Fuga da New York di John Carpenter (1981) e L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese (1989). Erano stato gli autori europei, però, a valorizzarlo maggiormente: nel 1980 Bertrand Tavernier lo aveva diretto ne La morte in diretta, mentre nel 1984 Wim Wenders lo aveva scelto come protagonista di uno dei suoi cult-movie, Paris, Texas, accanto a Nastassja Kinski.

Un altro film di culto, Cuore selvaggio, nel 1990 aveva inaugurato il sodalizio fra Harry Dean Stanton e il regista David Lynch, che sarebbe tornato a dirigerlo in più occasioni, fra cui Una storia vera (1999) e la terza stagione di Twin Peaks, andata in onda proprio questa estate. Fra i titoli più recenti nella carriera di Stanton ricordiamo anche Il miglio verde di Frank Darabont (1999), la serie Tv Big love, da lui interpretata dal 2006 al 2010, This must be the place di Paolo Sorrentino (2011) e, quest’anno, l’apprezzato Lucky di John Carroll Lynch, stavolta in un ruolo da protagonista.